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Il drammatico ritorno della guerra in Europa ha disarticolato gli schieramenti politici e ridisegnato appartenenze ed alleanze. Era inevitabile accadesse, ma in tanti non se ne accorgono o fanno finta di non capire, continuando a usare schemi di analisi e di comportamento ormai obsoleti. I due contenitori di centrodestra e centrosinistra ne stanno facendo le spese: sono divisi fino alla liquefazione e non si scorge chi e cosa possano ricementarli.

Il fatto che il meccanismo elettorale costringa alle coalizioni è l’ennesimo paradosso che avvelena un quadro politico incerto e confuso.
In questa situazione spicca la fibrillazione che nelle ultime ore ha investito il centrosinistra. La sfida sulle spese militari, venata di strumentalità e con tratti di forte disinvoltura, intrapresa dal neo riconfermato leader dei Cinquestelle Giuseppe Conte nei riguardi di Mario Draghi e soprattutto del Pd di Enrico Letta, scava un solco che sarà difficile riassestare.

Bisogna fare attenzione. È legittimo che Conte presti orecchio alle sirene elettorali di stampo pacifista, tornando in qualche modo a parlare alla pancia del Paese e rinverdendo l’armamentario delle origini del M5S. È legittimo che un partito che ha visto dimezzare i suoi consensi tenti di recuperare voti e margini di manovra. Non può stupire che Conte, capace di guidare due compagini di governo con maggioranze opposte restando comunque a palazzo Chigi, ora riconsideri (qualcuno dice rinneghi) le scelte sulla Difesa fatte da presidente del Consiglio.

Gliele ha ricordate in maniera inusualmente brusca direttamente SuperMario, con l’avallo all’impegno di portare la spesa al 2 per cento del Pil secondo gli accordi stabiliti in sede Nato e con gli alleati occidentali. Quelle assunte dall’ex premier sono posizioni che se diventassero maggioritarie svellerebbero l’Italia dal campo delle intese con i partner europei e con gli Usa, portando Roma in un’orbita eccentrica rispetto alla Ue e, di fatto, isolandola con conseguenze serie per gli equilibri Est-Ovest al momento complicate da valutare.

Tuttavia, pur se gravido di effetti stranianti, non è questo il punto politico decisivo. Il punto è lo stupore di chi guarda al M5S e si sorprende. I Cinquestelle, infatti, erano, sono e restano un aggregato anti-sistema che è illusorio e fuorviante pensare di modificare. La costituency grillina è fatta di umori che si coagulano nella voglia di radere al suolo (le parole possono cambiare ma il concetto resta) la cittadella del Potere. Il mito unificante è la palingenesi, non l’omologazione.

Da questo punto di vista il MoVimento è un contenitore non coalizzabile anche se, paradossalmente, ha fatto parte di tutte le combinazioni di governo di questa legislatura. È accaduto perché il bottino elettorale del 2018, enorme e irripetibile, lo ha posto al centro della governabilità, e perché il potere è un afrodisiaco difficile da rigettare. Ma è proprio la sfida della governabilità che i Cinquestelle hanno perso, e non poteva essere diversamente.

Tuttavia poiché gli italiani li hanno votati, bisogna averne rispetto. Al tempo stesso bisogna parlare con loro con un linguaggio di chiarezza. Qui arriva in ballo il Pd. Il Nazareno da Zingaretti in poi ha vellicato gli animal spirits dei Pentastellati cercando in tutti i modi di recidere il legame con Salvini. Senza tuttavia fare fino in fondo i conti con la natura e gli obiettivi del M5S. Il risultato è che da “fortissimo punto di riferimento di tutte le forze progressiste”, Conte è diventato l’alleato infido che picchia i pugni sul tavolo e dice di non essere “succedaneo” di nessuno.

Enrico Letta ha preso una posizione decisa – gliene va dato atto – sul conflitto Russia-Ucraina, ben distinguendo tra aggressori e aggrediti. Ma questo ha determinato un corto circuito con i Cinquestelle destinato a pesare alla grande e alla lunga sui rapporti nel “campo largo” inseguito dal leader Pd. La verità è che il M5S non è compatibile con il sistema politico: è come la tessera di un mosaico che non si incastra con gli altri pezzi. È valso per il centrodestra; vale ora per lo schieramento opposto.

L’idea che vincolandoli in un perimetro di intese politiche, istituzionali ed elettorali il Pd avrebbe esercitato nei loro confronti una sorta di azione depuratrice “incivilendo” gli impulsi pentastellati si è dimostrata nient’altro che l’ennesima suggestione del politically correct e della supponenza partitica. La guerra non consente simili marchingegni. Se non si fa chiarezza non solo si rischia di mandare in frantumi il governo Draghi ma di spingere l’Italia in mezzo alla palude. Meglio pensarci prima che sorprendersi dopo.

Video: Giuseppe Conte sbatte i pugni sulle spese militari

Il Pd deve affrontare la variante Conte. Il mosaico di Fusi

La verità è che il M5S è come la tessera di un mosaico che non si incastra con gli altri pezzi. Il MoVimento è un contenitore non coalizzabile anche se, paradossalmente, ha fatto parte di tutte le combinazioni di governo di questa legislatura. E il Pd dovrebbe rendersene conto prima che sia troppo tardi

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