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Il Partito Democratico è un organismo complesso, fatto di tessuti che si rigenerano anche quando sembra impossibile. Così, mentre le correnti tornano a pulsare sotto la superficie – chi dice per necessità, chi per istinto di sopravvivenza – la segretaria Elly Schlein compie un passo che nel suo partito molti giudicano con crescente perplessità. Un passo politico, ma prima ancora comunicativo, che la porta dritta dentro una trappola costruita più dalla sua incertezza che dall’abilità altrui.

La vicenda è nota: arriva l’invito alla tradizionale conferenza di Atreju, appuntamento simbolo della destra italiana. Un’occasione chiara. Un bivio netto. Due strade possibili.

La prima: lavorare con pazienza, per via riservata, a un confronto vero con Giorgia Meloni. Non un duello spettacolare, ma un momento politico ad armi pari, come spesso avviene nelle grandi democrazie occidentali. Sarebbe stato un passaggio utile al Paese e non meno utile alla stessa Schlein, costretta però a misurarsi nella profondità dei contenuti e nelle responsabilità alternative di governo.

La seconda: una mossa pubblica, esplicita, forte. Uscire allo scoperto e chiedere il confronto apertamente, sapendo – perché la politica richiede questo tipo di realismo – che la risposta della Presidente del Consiglio avrebbe determinato la successiva narrazione. Non il contrario.

Schlein sceglie invece una terza via, la più complicata: non costruisce il dialogo riservato, ma neppure fornisce un quadro pubblico realmente impegnativo. Resta nel mezzo, sperando che l’ambiguità possa trasformarsi in vantaggio. E invece succede l’esatto opposto. Il risultato finale, politicamente parlando, è disarmante: è proprio la segretaria del Pd a trovarsi nella posizione di non accettare le condizioni poste dalla Meloni per un confronto.

Ma il punto non è la forma: è la sostanza.

Schlein immaginava un diverso epilogo. Pensava che la Presidente del Consiglio si sottraesse, che fosse la destra a temere un corpo a corpo con l’opposizione. Invece la Meloni le ribalta la scena con un movimento rapido, quasi chirurgico: sì al confronto, purché non trasformato in una passerella a tre con Giuseppe Conte. E qui il nodo politico emerge netto.

Perché la segretaria del Pd non accetta? Perché sottrarsi a una formula che avrebbe potuto, anzi dovuto, gestire meglio?

La risposta non è banale. In parte c’è la difficoltà oggettiva di convivere con l’ingombrante presenza dell’ex Presidente del Consiglio, uno che il mestiere del duello istituzionale lo conosce bene e che, infatti, ha colto al volo l’opportunità. Conte capisce immediatamente che un confronto con la Meloni è terreno fertile per rilanciare il suo Movimento, per rimettere la faccia e la voce al centro della scena. Impugna la spada mediatica senza esitazioni. Schlein, invece, esita.

Ed è qui che l’episodio si trasforma in simbolo.

Perché rifiutare il palco insieme al leader del M5S significa mostrare, volenti o nolenti, un tratto di fragilità strategica. Non è obbligatorio diventare alleati inseparabili (la politica contemporanea vive di competizione anche dentro le opposizioni), ma esiste un principio elementare: chi guida il principale partito alternativo al governo non può dare l’impressione di temere il confronto con chi quel governo lo dirige.

A questo punto il retropensiero sorge inevitabile, quasi naturale: sicuri che Schlein volesse davvero confrontarsi con la Meloni?

Perché tutto, nell’esito finale, suggerisce il contrario. Non l’imbarazzo tattico di un giorno, ma qualcosa di più profondo: la sensazione che la leader del Pd preferisca evocare la sfida, parlarne, farne un tema politico… senza però affrontarla davvero. Dire “confrontiamoci” è semplice; confrontarsi sul serio è un’altra cosa.

E mentre nel Pd si risvegliano le correnti, mentre i veterani dell’apparato cominciano a mordere il freno osservando una segreteria che sembra più attenta alla postura che alla sostanza, questo passaggio rischia di pesare più del previsto. Perché la politica è fatta di momenti: alcuni si colgono, altri si perdono. E quello mancato da Elly Schlein, sul palco di Atreju, rischia di diventare il simbolo di una stagione in cui la principale opposizione al governo appare più impegnata a evitare errori che a costruire alternative.

La trappola in cui Elly Schlein si è infilata da sola. Scrive Arditti

La politica è fatta di momenti: alcuni si colgono, altri si perdono. E quello mancato da Elly Schlein, sul palco di Atreju, rischia di diventare il simbolo di una stagione in cui la principale opposizione al governo appare più impegnata a evitare errori che a costruire alternative. Il commento di Roberto Arditti

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