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Se resteranno questi prezzi allora il gasdotto Eastmed avrà un senso, anche se permangono fronti criticità geopolitiche. Lo dice a Formiche.net Leonardo Bellodi, adjunct professor alla Luiss Business School, già consulente per la Libyan Investment Authority e direttore dei rapporti istituzionali di Eni, autore di “Gas e potere” con la prefazione di Lucio Caracciolo, secondo cui questa crisi è la scintilla per farci guardare a sud.

Limitare le entrate di Putin: può bastare questa impronta al piano di von der Leyen per la crisi del gas?

In realtà in questo momento lui ci sta guadagnando molto. Le casse del Tesoro russo sono aumentate e non diminuite, perché il prezzo è, come tutti sappiamo, molto più alto rispetto a un anno fa. È chiaro che anche se sta vendendo meno gas, le entrate sono molto aumentate rispetto al periodo precedente: parliamo di mezzo miliardo di dollari in più al giorno.

Con quali effetti?

Questo dato fa sì che bisogna verificare se tutto resterà così anche nel lungo periodo o no.

Che cosa ha in mente di fare la Russia?

Gazprom non ha bisogno della tecnologia occidentale, in questo sono piuttosto autarchici, eccetto per due cose: il lemming da un lato e le esplorazioni nell’Artico. Ma sono cose che non riuscirà a fare a causa delle sanzioni cinesi: quanto all’Artico, in realtà la Russia non ne ha veramente bisogno allo schema attuale.

Ieri al Gastech di Milano Guido Brusco, Chief Operating Officer di Eni, ha detto che il cane a sei zampe sostituirà completamente il gas russo entro il 2025, aiutata dai giacimenti del Mediterraneo orientale. Alla luce delle nuove scoperte di Eni a Cipro, un’infrastruttura come Eastmed allevierebbe le ansie per l’Europa?

A prescindere dal discorso dell’Eastmed, osservo che Italia ed Europa stanno cercando di sostituire il gas russo con gas proveniente soprattutto dall’Africa e dal Medio Oriente, aree dove naturalmente non va sottovalutato il tema geopolitico. Sono tutti Paesi che hanno da sempre una certa instabilità e che soffrono di problemi di carattere socioeconomico piuttosto gravi. E dunque il fatto di sostituire il gas russo con altre fonti è di per sé una cosa molto importante, perché ovviamente più fonti si hanno, più siamo diversificati. Ad esempio, per quanto riguarda l’Algeria, il governo algerino sta cercando di contenere una certa insofferenza. Ci stanno riuscendo, però magari non ci riusciranno per sempre.

E in Tunisia?

Anche la Tunisia è un paese che attraversa ovviamente dei problemi, soprattutto di carattere socio economico. Tutto questo fa sì che ovviamente questa sicurezza deve originariamente passare dalla sicurezza. Non stiamo importando gas dagli Stati Uniti o dalla Norvegia, paesi ovviamente stabili: è questa una considerazione che dobbiamo tenere presente per quanto riguarda l’Eastmed.

Cosa significherebbe per noi? E quali sono i temi critici?

Il primo problema è di carattere geopolitico perché dobbiamo avere a che fare con la Turchia che rivendica alcune zone al largo di Cipro. Non dimentichiamo l’incidente di un paio di anni fa con la nave Saipem dell’Eni: questo è un problema a cui l’Ue replica con note diplomatiche, mentre Ankara manda le navi da guerra. Per cui chi ha messo una maggiore leva è la Turchia.

E dopo?

L’altro tema è quello dell’accordo fatto tra la Libia e Turchia che in flagrante violazione del diritto internazionale di fatto taglia in verticale il Mediterraneo, un qualcosa che pone un ostacolo alla realizzazione del gasdotto. C’è anche un tema di costi visto che non sono particolarmente chiare quelle che saranno le vie di evacuazione di questo gas. Cioè se questo gas andrà verso l’Egitto per poter essere appunto liquefatto nei due impianti egiziani, oppure se si costruiranno dei gasdotti che però pongono un problema di costi enormi e di anche difficoltà di carattere tecnico perché il fondale è piuttosto profondo in quelle quelle zone. Dunque se ne parla da tantissimo tempo, però non è mai stato considerato un progetto economicamente “facile”. Certo, se questi prezzi resteranno così alti allora Eastmed avrà un senso, fermo restando le perplessità che devono essere dissipate.

Come garantire una sicurezza energetica nel Mediterraneo, anche tramite una pax energetica? Direttamente con nuove infrastrutture o propedeuticamente con nuove relazioni?

Il Mediterraneo è la scelta più logica per quanto riguarda l’Italia, visto che noi siamo nel mezzo del Mediterraneo. E dunque fino ad oggi non c’è stato veramente un passo avanti perché c’era il gas russo, che è sempre stato piuttosto a buon mercato. E un gas che, a parte un paio di giorni nel 2016, è sempre stato fornito all’Europa in modo continuativo e affidabile. Per cui altri progetti sono stati solo sulla carta. Abbiamo guardato lì con un certo distacco e in modo accademico, perché c’erano altre fonti che erano più facili e più convenienti di altre. Dunque, questa crisi potrebbe essere la scintilla che ci porta a cambiare completamente paradigma. Noi abbiamo, diciamo così, due possibilità: la fattibilità del bacino mediterraneo e il corridoio sud dove la Turchia si potrebbe sostituire in parte all’Ucraina.

Con quali rischi?

Anche la Turchia presenta delle sensibilità di carattere geopolitico da non sottovalutare: non vorremmo passare dalla padella alla brace, nel senso che più gas passa in Turchia, più il governo di Erdogan avrà una leva piuttosto importante. Inoltre sulla completa sostituzione del gas russo dobbiamo tener presente che le casse dell’Ucraina hanno sempre contato molto sui diritti di transito. Dunque l’Ucraina veniva pagata in parte in natura, cioè con del gas russo, e in parte in valute internazionali come in Libia. L’Ucraina è interessata da un tema di introiti statali al quale bisognerà fare attenzione in questo momento di crisi. Ovviamente tutti i paesi sono disponibili a dare un aiuto economico, anche importante, all’Ucraina. Però dobbiamo tenere presente che se dovesse cessare il flusso del gas russo, beh, l’Ucraina di questi soldi avrà bisogno un po’ per sempre. Dunque non è un momento semplice.

@FDepalo

Con questi prezzi il gasdotto Eastmed ha un senso. L'analisi di Bellodi

“Questa crisi è la scintilla per farci guardare a sud. Restano delle perplessità di carattere geopolitco legate alla contrarietà turca. Mosca? Continua a incassare (troppo) dagli idrocarburi”. Intervista all’esperto energetico, già consulente per la Libyan Investment Authority e già direttore dei rapporti istituzionali di Eni

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