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L’abbiamo più volte ribadito – anche nell’ultimo pezzo su Formiche.net – se pace ci sarà, ricalcherà il piano Usa dei 28 punti. Scusate la crudezza, che nulla ha da spartire con il putinismo. Il resto è perditempo, un allungare l’agonia del più lungo conflitto in Europa dal 1945.

Macron deve aver compreso, dopo l’ultimo Consiglio Europeo, che non spirava aria giusta (accordo Mercosur a parte, comunque prodromico a quando l’Ucraina entrerà nell’Unione europea e si dovrà trovare un bilanciamento con l’agricoltura di Kyiv), soprattutto ascoltando il cattolicissimo premier polacco Tusk: «soldi oggi o sangue domani», proprio nel momento in cui Papa Leone affermava che «si usa la paura per un’ingiustificata corsa al riarmo».

Macron è il solo europeo – tra gli intransigenti e i volenterosi – l’ultimo, che ha visto Putin qualche anno fa, all’inizio della guerra. Il leader che più spingeva per scontrarsi con Mosca. La virata odierna, «dobbiamo parlare con Putin», è un segnale dalle diverse sfaccettature. Ben accolto da Mosca. Perché la Francia è dello stesso rango: potenza nucleare, la sola nell’Unione europea. Quella che si è adoperata, insieme all’Italia, per non usare gli asset russi congelati in Occidente.

È poi il termometro di un’Unione europea dove contano sempre più le nazioni e i loro capi politici, e sempre meno le istituzioni con i loro rappresentanti, dalla von der Leyen alla Kallas, intenti a stoppare qualsiasi bagliore di dialogo possibile con Mosca. È quel sovranismo di ritorno, favorito dallo stesso conflitto russo-ucraino, che per tangibili dati di fatto incentiva l’azione delle singole nazioni. Il nucleo dei volenterosi fu un primo tentativo, poi sgonfiatosi di fronte a scelte di peso.

Ora si eleva a conquista unitaria il debito comune dell’Unione verso l’Ucraina come una prova antisovranista, quando nei fatti tangibili, sul terreno, saranno iniziative autonome di rappresentanti di singole nazioni europee a parlare con Putin (Orbán e altri già lo fanno), e non i rappresentanti istituzionali dell’Unione. Quanto sarebbe servito un rappresentante dell’Unione, come la Merkel, per condurre missioni di pace.

Rimane poi da chiarire a cosa servano quei 90 miliardi di euro all’Ucraina. Non per la ricostruzione: se ricordo bene, la lunga discussione sull’utilizzo degli asset russi era finalizzata a porre a terra mattone su mattone per riedificare il Paese. Oggi alcuni dicono che quel prestito serve per pagare le armi. Altri per testimoniare la solvibilità della nazione verso prestatori internazionali, come la Banca Mondiale. Si aggiunge la motivazione, accesa dalla convinzione, che tra due anni la Russia si troverà economicamente in ginocchio: un ritornello già sentito pochi mesi dopo l’inizio del conflitto.

Tant’è. Riproporre la domanda «fino a quando dare soldi all’Ucraina e per fare che cosa» è oggi, a mio avviso, il vero problema di questi debiti ai quali è chiamata a rispondere l’Europa. Una questione di strategia che non c’è. E statene certi: quei denari non verranno coperti, a conflitto concluso, dagli asset russi scongelati. Sono risorse che usciranno dai bilanci nazionali delle singole nazioni e che non si rivedranno più. La discussione sugli asset va in un’altra direzione, che cadrà sul tavolo degli eventuali accordi di pace ed è in parte ben evidenziata (nello scopo) e dettagliata (nell’utilizzo) nel piano di pace dei 28 punti di Trump.

A quale titolo Macron parlerà con Putin? È la domanda che più circola in questi giorni negli ambienti politici e diplomatici. Sarà per nome e per conto della Commissione? Del Consiglio Europeo? Dei volenterosi? È la dimostrazione che intravedere le magnifiche sorti e progressive dell’Unione in quel debito condiviso di 90 miliardi verso l’Ucraina è cosa di scarsa rilevanza, quando c’è un modo di procedere così disordinato da rallentare l’arrivo al piano di pace. Troppi interlocutori, troppi passaggi prima che il visto venga stampato.

Andrà così: Macron, una volta parlato con Putin, riferirà ai volenterosi, a von der Leyen, a Zelensky e quindi, a sua volta, parlerà con Trump. Si ridiscuterà di aspetti e dettagli già ampiamente noti, che il primo piano in 28 punti aveva sintetizzato, semplificato e ridotto a trattativa finale senza perdere ulteriore tempo.

È assurdo vedere il dibattito fermo alla dicotomia aggressore-aggredito, alle rivendicazioni territoriali di Zelensky, ai confronti spesso astrusi a cui sui giornali e nei talk nostrani assistiamo (si pensi all’andirivieni sull’uso degli asset russi congelati, quando era chiaro che fosse impossibile azzardarne l’utilizzo, pena un successivo capitombolo economico dopo il caro bollette derivato dalla chiusura dei rubinetti del gas).

Occorre fare un passo oltre. L’Europa avrebbe fatto bene a chiuderla lì, invitando Zelensky ad accettare quel piano. Il Vecchio Continente avrebbe potuto apportare lievi interventi per bon ton istituzionale e per far sentire che c’era al tavolo, ma con l’imperativo di andare oltre, senza tergiversare, evitando di inasprire ulteriormente il conflitto. Immaginare un arresto improvviso, siglando un armistizio, non è compatibile con le condizioni temporali necessarie a costruire un percorso pacifico nel silenzio delle armi.

La situazione è intricata. L’auspicio è che Macron possa fare molto, ma dubitiamo che vi sarà qualcosa di risolutivo nel breve periodo. Troppi interlocutori in Europa a cui rendere conto, e troppo poco coraggio politico nel dire a Zelensky che non può spingersi oltre. Meglio congelare e poi resettare i molti errori dell’Unione, senza farne scalpore, per rientrare in un circolo che è nato male, è stato condotto peggio e che, per questo, va sotterrato rapidamente. Per ripartire.

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