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L’ipotesi secondo cui la Central Intelligence Agency (Cia) sarebbe riuscita ad “accerchiare” Nicolás Maduro penetrando la sua cerchia più ristretta non è soltanto una suggestione giornalistica o una narrativa sensazionalistica costruita a posteriori, ma piuttosto una realistica chiave di lettura che consente di comprendere come oggi si eserciti il potere, come si conduca il confronto geopolitico e come si producano processi di destabilizzazione politica nel quadro delle moderne guerre ibride.

Il caso venezuelano, rilanciato da alcune ricostruzioni mediatiche internazionali, si inserisce in una traiettoria ben più ampia che riguarda l’evoluzione dell’intelligence occidentale e l’uso sistemico dell’informazione come strumento di pressione strategica. In questo senso, il Venezuela rappresenta un laboratorio avanzato, dove strumenti economici, informativi, giudiziari e di intelligence operano in modo sinergico.

Il Venezuela come teatro di competizione ibrida

Da oltre un decennio, il Venezuela è al centro di una competizione indiretta che coinvolge Stati Uniti, Russia e Cina, senza escludere le potenze regionali. Le sanzioni economiche, l’isolamento diplomatico, le operazioni di delegittimazione internazionale e le campagne di influenza hanno progressivamente eroso la resilienza del sistema chavista, riducendone i margini di manovra politica e finanziaria. A differenza delle guerre convenzionali del passato, la pressione esercitata su Caracas non ha mai avuto come obiettivo primario l’intervento militare diretto.

La strategia statunitense si è invece articolata lungo una direttrice più sofisticata: colpire la legittimità, la sostenibilità economica e soprattutto la coesione interna del regime. In questo contesto, l’intelligence assume un ruolo centrale non solo come strumento di raccolta informativa, ma come vero e proprio moltiplicatore strategico capace di incidere sulle dinamiche decisionali interne di un Paese. A tal proposito, quando si parla di “accerchiamento” di Nicolás Maduro, non si fa riferimento a un dispositivo militare o a una manovra territoriale, bensì a un processo di progressiva compressione dello spazio decisionale del leader venezuelano attraverso una molteplicità di operazioni di intelligence finalizzate all’accecamento e paralisi del decisore. Il tutto può essere sintetizzato nelle seguenti azioni:
• mappatura accurate dei personaggi della sua cerchia ristretta;
• individuazione delle fratture, delle rivalità e degli interessi divergenti nel gruppo;
• conduzione di pressioni mirate su singoli “nodi” del Sistema (persone che assumono o possono assumere un ruolo/potere/influenza di tipo diverso);
• trasformazione della lealtà formale in neutralità operativa.

In tali scenari, il tradimento esplicito è spesso meno rilevante della perdita di fiducia reciproca tra i membri dell’élite di potere. Ed è esattamente in questa sorta di “zona grigia” che maturano i collassi politici contemporanei.

Il caso Delcy Rodriguez e la guerra cognitiva

L’emersione del nome di Delcy Rodríguez all’interno di questa specifica narrativa va interpretata principalmente come un’operazione di guerra cognitiva. In assenza di prove pubbliche verificabili su una sua effettiva collaborazione con l’intelligence statunitense, l’effetto principale di tali ricostruzioni è quello di introdurre il sospetto all’interno del sistema di potere venezuelano.

Attribuire ad una figura apicale del regime la capacità di fungere da interlocutore informale con attori esterni o da garante di una transizione post‑Maduro significa delegittimare preventivamente ogni sua futura mossa politica. In questo senso, l’informazione diventa arma, indipendentemente dalla sua veridicità.

Nelle moderne operazioni di influenza, vale il principio “plausibility is worth more than proof”, ovvero il fatto che la verosimiglianza conti più della prova, e che la percezione è spesso più destabilizzante del fatto. Ciò pone, altresì, una serie di rilfessioni sul fatto che la neutralizzazione di un capo di Stato in carica, qualora confermata, apre una serie di interrogativi di enorme portata sul piano giuridico e politico.

Il principio di sovranità nazionale, già fortemente eroso dalla globalizzazione e dalle sanzioni extraterritoriali, produce una ulteriore compressione. Allo stesso modo, il tema dell’immunità dei leader e dei limiti delle azioni “covert” nelle relazioni internazionali ritorna al centro del dibattito. In altri termini, il rischio è quello di “normalizzare” un modello di regime “change” fondato sull’intelligence, riducendo lo spazio della diplomazia e aumentando l’instabilità sistemica.

In questo scenario, il caso venezuelano non va inquadrato come un’anomalia, ma piuttosto come un’anticipazione. Le stesse logiche sono rintracciabili in altri teatri di crisi, dove l’erosione della fiducia interna precede il collasso politico. Nel XXI secolo il potere non cade soltanto per mano nemica, ma per implosione interna guidata dall’informazione. La vera arma non è il drone, ma il dubbio; non l’invasione, ma la disarticolazione delle lealtà; non il colpo di Stato, ma la perdita di coesione decisionale.

Conclusioni

Che la Cia abbia realmente “accerchiato” Nicolás Maduro o che si tratti di una costruzione narrativa funzionale alla guerra informativa, il dato rilevante è un altro: l’intelligence contemporanea opera sempre più nel dominio cognitivo. In questo spazio fluido, dove realtà operativa e percezione pubblica si sovrappongono, si gioca una parte crescente della competizione geopolitica globale. Il Venezuela, oggi, rappresenta uno specchio di queste trasformazioni.

Perché il caso Delcy Rodríguez racconta la nuova guerra ibrida latino‑americana. L'analisi di Teti

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L’intelligence contemporanea opera sempre più nel dominio cognitivo. In questo spazio fluido, dove realtà operativa e percezione pubblica si sovrappongono, si gioca una parte crescente della competizione geopolitica globale. Il Venezuela, oggi, rappresenta uno specchio di queste trasformazioni. L’analisi di Antonio Teti, professore dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara

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