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La competizione globale nel settore delle biotecnologie non è più un tema da addetti ai lavori. È diventata una variabile centrale degli equilibri geopolitici, con effetti diretti sulla sicurezza, sulla crescita economica e sulla capacità delle democrazie europee di tutelare i propri cittadini. Stati Uniti e Cina lo hanno capito da tempo: il biotech è una infrastruttura strategica. L’Europa, invece, rischia ancora di affrontare questa sfida con strumenti pensati più per regolare che per competere.

La vulnerabilità europea

Il nodo è politico prima ancora che industriale. In un contesto segnato da instabilità geopolitica, crisi sanitarie e competizione tecnologica, la dipendenza da filiere esterne non è una condizione neutra. È una vulnerabilità. Continuare a eccellere nella produzione normativa senza rafforzare la capacità produttiva e innovativa significa accettare un ruolo marginale nello spazio globale.

Regolare non basta: il cambio di paradigma necessario

Negli ultimi anni il Parlamento europeo ha avviato una riflessione più concreta sul rafforzamento delle politiche industriali, sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento e sul valore strategico delle scienze della vita. Ma senza un cambio di paradigma, questi segnali rischiano di restare incompiuti.

Competere senza abbassare gli standard

Per i Conservatori e riformisti europei, e per Fratelli d’Italia, la direzione è chiara: l’Europa deve superare l’idea di essere soltanto una potenza regolatoria e tornare a essere uno spazio favorevole alla produzione, agli investimenti e all’innovazione. Nel settore biotech questo significa dotarsi di un quadro normativo stabile, prevedibile e competitivo. Accelerare i processi autorizzativi senza abbassare gli standard di sicurezza, ridurre la frammentazione regolatoria, offrire certezze a chi investe in ricerca e sviluppo.

Italia ed Europa di fronte a una scelta

La tutela dei cittadini e l’etica dell’innovazione non sono in contraddizione con lo sviluppo industriale. Diventano un problema solo quando la regolazione si trasforma in immobilismo. Un’Europa forte nel biotech è un’Europa che valorizza la cooperazione tra pubblico e privato, riconosce il ruolo delle imprese nella ricerca applicata e rispetta le competenze degli Stati membri. L’autonomia strategica non si costruisce con l’omologazione, ma mettendo a sistema eccellenze diverse dentro una visione comune. Centralizzare tutto non rafforza l’Unione; spesso la indebolisce.

In questo quadro l’Italia può svolgere un ruolo rilevante. Il nostro Paese dispone di competenze scientifiche, capacità produttive e infrastrutture nel campo delle scienze della vita che devono essere sostenute da politiche europee orientate alla crescita e non alla sola gestione del rischio. Rafforzare il biotech europeo significa anche difendere la sovranità industriale e sanitaria nazionale, rendendo l’Unione un alleato degli Stati, non un freno.

La competizione globale nel biotech non consente ambiguità. O l’Europa sceglie di investire in una vera strategia industriale coerente con la propria autonomia strategica, oppure accetta di restare un grande mercato regolato per innovazioni sviluppate altrove. Il Parlamento europeo è chiamato a una scelta politica netta. Rimandarla significa subirne le conseguenze.

(Pubblicato su Healthcare Policy 18)

La competizione globale del biotech non consente ambiguità. Picaro (FdI) spiega perché

Di Michele Picaro

La competizione globale nel biotech è diventata una questione geopolitica che incide su sicurezza, crescita e sovranità sanitaria. Secondo Michele Picaro, europarlamentare e membro commissione per la Sanità pubblica, l’Europa deve superare il modello puramente regolatorio e dotarsi di una vera strategia industriale per restare competitiva

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