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Per il Pakistan l’accesso privilegiato al mercato europeo non può più essere considerato acquisito. Il messaggio che l’ambasciatore dell’Unione europea a Islamabad, Raimundas Karoblis, ha diffuso in un recente podcast è esplicito: se il Paese vuole continuare a beneficiare del regime noto come “Gsp+”, dovrà dimostrare progressi concreti nel rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali, dei diritti dei lavoratori e dello Stato di diritto.

Non bastano, insomma, leggi approvate dal Parlamento, commissioni istituite o piani d’azione annunciati dal governo. Bruxelles vuole verificarne l’attuazione.

La questione è tutt’altro che marginale per Islamabad. Dal 2014 il Pakistan beneficia del Generalised Scheme of Preferences Plus (Gsp+), attraverso il quale l’Unione europea concede condizioni commerciali particolarmente favorevoli ad alcuni Paesi in via di sviluppo in cambio dell’applicazione di 27 convenzioni internazionali su diritti umani e del lavoro, ambiente e buona governance.

Nel solo 2024 il Pakistan ha esportato nell’Ue beni ammissibili al Gsp+ per circa 7,5 miliardi di euro, con un vantaggio stimato di 732 milioni grazie alle esenzioni tariffarie. L’Unione assorbe circa il 28 per cento delle esportazioni pakistane, dominate dal tessile e dall’abbigliamento. Numeri che spiegano sia l’attenzione di Islamabad sia la leva di cui dispone Bruxelles, soprattutto in una fase di persistente fragilità dell’economia pakistana.

Karoblis ha chiarito che l’accesso al Gsp+ non è “garantito né automatico”. Già nei mesi scorsi aveva indicato quattro dossier sui quali l’Ue attende progressi: leggi sulla blasfemia, sparizioni forzate, tutela delle minoranze e revisione del Prevention of Electronic Crimes Act (Peca), la controversa normativa sul cybercrime utilizzata anche contro giornalisti, attivisti e oppositori. Sul Peca, in particolare, l’ambasciatore ha avvertito che la legge non dovrebbe trasformarsi in uno strumento politico.

Il punto europeo è anche un altro: Bruxelles sostiene di non chiedere a Islamabad di aderire a valori imposti unilateralmente dall’Ue. Le condizioni del Gsp+ discendono dalle convenzioni internazionali ratificate dallo stesso Pakistan. Ed è sulla loro applicazione che si concentrerà la valutazione in vista del nuovo regime europeo previsto dal 2027.

Il rapporto della Commissione europea pubblicato il 16 luglio restituisce infatti un quadro problematico. Pur riconoscendo alcuni passi avanti, Bruxelles rileva che nel periodo di monitoraggio 2023-2025 il Pakistan ha incontrato serie difficoltà nell’adempiere ai propri obblighi e registrato arretramenti in diversi settori.

Tra i dossier più delicati ci sono le sparizioni forzate, soprattutto in Balochistan e Khyber Pakhtunkhwa. Islamabad ha istituito una Commission of Inquiry on Enforced Disappearances, ma per Bruxelles l’esistenza di un organismo formale non risolve il problema dell’impunità. È proprio questa distanza tra architettura istituzionale e risultati concreti a essere diventata centrale nella valutazione europea.

Lo stesso vale per la libertà di espressione. L’Ue guarda con preoccupazione all’impiego delle norme sul cybercrime, dell’antiterrorismo e delle disposizioni sulla blasfemia contro giornalisti, difensori dei diritti umani e oppositori politici. A ciò si aggiungono le questioni dell’indipendenza della magistratura e dei processi di civili davanti ai tribunali militari.

Particolarmente sensibile resta la libertà religiosa. Le leggi sulla blasfemia sono da tempo uno dei punti più controversi del sistema pakistano, soprattutto per gli effetti sulle minoranze, a partire dalla comunità cristiana. La questione, nella prospettiva europea, non riguarda soltanto l’esistenza delle norme, ma il rischio che un’accusa di blasfemia possa essere utilizzata come strumento di persecuzione personale, politica o religiosa.

Il quadro non è però univoco. La Commissione riconosce i passi compiuti verso una Commissione nazionale per le minoranze, la riduzione dell’ambito di applicazione della pena di morte, il mantenimento della moratoria de facto sulle esecuzioni e l’adozione delle norme di attuazione della legge contro la tortura. Bruxelles registra inoltre alcuni progressi nella protezione delle donne e nel rafforzamento della National Commission for Human Rights. Lo stesso Karoblis, negli incontri con il ministro della Giustizia e dei Diritti umani Azam Nazeer Tarar, ha riconosciuto gli avanzamenti compiuti da Islamabad.

Restano però numerosi dossier aperti. Il Gsp+ comprende anche convenzioni sul lavoro e il Pakistan deve mostrare progressi contro lavoro minorile, lavoro forzato e schiavitù per debiti, ancora presenti soprattutto nell’agricoltura e nelle fornaci di mattoni. A questi si aggiungono violenza sulle donne, matrimoni infantili, accesso all’istruzione, “honor killings” e indipendenza delle istituzioni anticorruzione.

Il nodo, dunque, è l’attuazione. Per anni Islamabad ha potuto rispondere alle critiche indicando nuove norme, commissioni e programmi nazionali. L’approccio europeo sta invece spostando il baricentro dalla legislazione ai risultati, con possibili conseguenze economiche considerevoli.

Il tessile pakistano dipende fortemente dall’accesso preferenziale al mercato europeo. Senza Gsp+, una parte delle esportazioni dovrebbe affrontare tariffe capaci di ridurne la competitività, proprio mentre altri produttori asiatici cercano condizioni migliori sui mercati occidentali. Non sorprende quindi che il governo di Shehbaz Sharif abbia intensificato il dialogo con Bruxelles e ribadito l’impegno a rispettare gli obblighi previsti dal programma.

L’Ue, d’altra parte, non sembra interessata a rompere il rapporto economico con Islamabad. Il Pakistan resta un partner importante e la cooperazione economica e istituzionale continua. Ma il Gsp+ viene riportato alla sua natura originaria: non una concessione permanente, bensì uno scambio tra accesso commerciale privilegiato e rispetto di impegni internazionali.

È questo che rende il messaggio di Karoblis più rilevante di un normale richiamo diplomatico. Bruxelles non sta dicendo che il Pakistan perderà il Gsp+. Sta ricordando a Islamabad che, con l’avvicinarsi del nuovo regime del 2027, dovrà dimostrare sul terreno di avere ancora i requisiti per mantenerlo.

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