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Verso la fine di un servizio andato in onda il 19 dicembre sulla televisione di Stato cinese, China Central Television (CCTV), sono comparsi brevi ma significativi frammenti di un’esercitazione di wargaming del People’s Liberation Army. Tra gli scenari simulati figuravano Cuba, il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi, accanto a teatri ben più prevedibili come Taiwan, il Mare di Okhotsk e l’Estremo Oriente russo. Un dettaglio non secondario: il filmato originale risulta successivamente rimosso dal sito di CCTV, ulteriore indicazione della sensibilità del contenuto.

Dal punto di vista militare, l’esercizio non rappresenta un’anomalia. Gli wargame servono a testare concetti, addestrare i comandi, simulare ambienti complessi in modo ripetibile e a basso costo. Lo stesso servizio CCTV chiarisce che l’obiettivo è “aiutare i comandanti a imparare come combattere senza impegnarsi in combattimenti reali”, attraverso sistemi che integrano domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale ed elettromagnetico, facendo uso di intelligenza artificiale, big data e simulazioni in tempo reale. Tutti i sistemi mostrati risultano sviluppati in Cina.

Una geografia che conta

Ciò che colpisce non è la tecnologia, ma la scelta degli scenari. La Cina mantiene una presenza militare minima – e più che altro sotto traccia – in America Latina, nonostante legami economici crescenti con la regione. In questo contesto, la simulazione di potenziali conflitti nei Caraibi o nel Golfo del Messico non segnala una capacità operativa imminente, né un piano di proiezione militare credibile nell’emisfero occidentale.

Le mappe mostrate suggeriscono piuttosto un esercizio concettuale: indicatori “rossi” e “blu” – nella dottrina del People’s Liberation Army (PLA), rispettivamente forze cinesi e avversarie – manovrano tra Cuba e il Messico; alcune unità blu risultano concentrate nei pressi di Houston, muovendosi verso sud-est nel Golfo, mentre le forze rosse appaiono nel bacino caraibico. In un’inquadratura ravvicinata su Cuba, ricercatori cinesi discutono traiettorie di aerei e navi, verosimilmente all’interno di una simulazione tattica. È pianificazione astratta, non prefigurazione operativa, però…

Il contesto conta quanto il contenuto

La scelta (scelta?) di rendere pubblici alcuni scenari di wargaming del PLA assume un significato più chiaro se letta in parallelo alle recenti dinamiche militari statunitensi nel bacino caraibico. Immagini satellitari hanno infatti mostrato un gruppo navale Usa in movimento verso il sud-est dei Caraibi, composto dalla nave d’assalto anfibio USS Iwo Jima, dall’unità di trasporto anfibio USS Fort Lauderdale, da una nave rifornitrice classe Henry J. Kaiser e dalla M/V Ocean Trader, piattaforma logistica riconfigurata per operazioni speciali. Un dispositivo coerente con capacità di proiezione rapida, operazioni anfibie e supporto a missioni a bassa e media intensità.

Senza suggerire un nesso causale diretto, è plausibile che Pechino abbia voluto segnalare di aver già modellizzato sul piano concettuale le dinamiche e i potenziali effetti di un’eventuale azione statunitense nell’emisfero occidentale. In questa chiave, la simulazione non indica un’intenzione cinese di intervento in America Latina, ma riflette un esercizio di anticipatory planning volto a comprendere vulnerabilità, catene decisionali e implicazioni sistemiche di iniziative statunitense in un’area strategicamente sensibile, ma militarmente asimmetrica.

Il messaggio resta quindi cognitivo, non operativo: la Cina intende mostrare di pensare in termini globali, includendo nei propri modelli di pianificazione anche scenari lontani dall’Indo-Pacifico. Una forma di strategic awareness signaling rivolta più agli analisti e ai decisori che al piano militare immediato.

Segnalare, non deterrere

L’ipotesi di una deterrenza credibile o di un’intenzione operativa diretta appare poco convincente. La Cina non dispone infatti delle infrastrutture, delle alleanze né della postura necessarie per sostenere un’azione militare nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Proprio per questo, la decisione di mostrare – seppur brevemente – tali scenari su un media statale va letta come operazione comunicativa a basso costo.

È dunque un modo per: introdurre ambiguità sulle reali ambizioni globali della PLA; alimentare rumore informativo e stimolare il dibattito strategico occidentale; segnalare capacità tecnologiche e maturità concettuale più che intenti immediati.

Il fatto che, nello stesso servizio, compaiano anche simulazioni di scontri aerei tra J-16 cinesi e Rafale francesi, o mappe che includono Hokkaido, le Curili e Taiwan, rafforza l’idea di un messaggio rivolto a più interlocutori, non limitato a un singolo teatro.

Il valore dell’episodio non risiede dunque nel wargame in quanto tale, ma nella sua messa in scena pubblica. Non è un annuncio di azione, né una minaccia diretta. È un esercizio di strategic signaling: mostrare che la Cina non solo combatte – o si prepara a combattere – nei propri spazi immediati, ma pensa globalmente, simula globalmente e osserva anche le mosse americane lontano dai suoi confini.

In un contesto di competizione sistemica, far vedere che “si sta pensando può essere, di per sé, parte della partita”, suggerisce una fonte militare in forma confidenziale – visto che si parla di speculazione e magari è stato solo un errore di montaggio e quell’immagine non doveva essere pubblicata.

Wargame cinese in Sudamerica. E la notizia è la sua esposizione pubblica

La messa in onda di un wargame cinese con scenari nei Caraibi e nel Golfo del Messico non indica intenti operativi immediati, ma ha valore di segnalazione strategica. In assenza di una reale capacità di proiezione militare nella regione, Pechino sembra voler mostrare di aver già analizzato le dinamiche di un’eventuale azione statunitense nell’emisfero occidentale, rafforzando l’idea di una pianificazione sempre più globale e attenta agli effetti sistemici delle mosse Usa

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