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I principali operatori italiani delle telecomunicazioni hanno aperto un fronte comune contro la revisione dei listini all’ingrosso che Fibercop ha presentato lo scorso 15 aprile. Le lettere all’Agcom parlano di aumenti ingiustificati, ricorsi al Tar contro le decisioni dell’Agcom e persino in sede civile. Vale la pena guardare meglio cosa c’è dietro questa offensiva, perché alcune cose non tornano e altre vengono raccontate al rovescio. La prima questione da mettere a fuoco è il cambiamento regolatorio da cui discendono i nuovi prezzi di Fibercop. Con la delibera 58/26/CONS dello scorso 16 marzo, l’Agcom ha riconosciuto Fibercop come operatore wholesale only (cioè che non ha rapporti coi clienti finali) ai sensi dell’articolo 80 del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche.

È un passaggio di sostanza, non di forma. Per anni la vecchia Tim era verticalmente integrata (cioè possedeva la rete fissa e offriva i servizi ai clienti) ed era così soggetta all’obbligo di praticare sulla sua rete “affittata” ad altri operatori esclusivamente prezzi orientati al costo, un rimedio pensato per impedire che l’operatore proprietario dell’infrastruttura favorisse la propria divisione commerciale a scapito dei concorrenti. Dal 2025 in Italia c’è stata la prima separazione europea tra attività wholesale e retail di tipo strutturale: Tim e Fibercop sono oggi due realtà non solo legalmente separate ma anche con proprietà differenti.

Oggi Fibercop è una società che vende soltanto all’ingrosso (wholesale-only), e che dunque non ha una divisione retail da proteggere (neanche di società collegate): quel rischio per definizione scompare e con esso il presupposto stesso del vincolo regolatorio. Al criterio del prezzo al costo l’Agcom, prima autorità in Europa a doversi cimentare con la nozione, ha sostituito quello dei “prezzi equi e ragionevoli” previsto dal codice: tariffe sufficienti a coprire i costi reali e a remunerare gli investimenti, ma anche verificate voce per voce dall’Autorità rispetto a parametri come il benchmark europeo, l’incentivo alla migrazione in fibra, la coerenza tra servizi attivi e passivi, la tutela dei clienti finali. L’adeguamento del 15 aprile non è dunque un’iniziativa estemporanea né unilaterale di Fibercop: è la prima applicazione concreta del nuovo regime e ricade nel perimetro della delibera, con i tempi (entrata in vigore il 16 settembre 2026) e i controlli che essa stabilisce.

C’è poi un elemento da sottolineare sulla struttura del nuovo listino. I prezzi dei servizi all’ingrosso in fibra pura (FTTH) resteranno stabili, mentre quelli sul misto fibra-rame (Fttc) cresceranno dove c’è la fibra (di qualunque operatore, novità tutta italiana): un segnale di prezzo che incentiva gli operatori retail a vendere ai propri clienti la tecnologia più performante. Nelle aree in cui la fibra non è ancora arrivata, invece, l’adeguamento sul rame resta più contenuto, in modo da non trasformare la transizione in un onere per i territori meno coperti.

Vale la pena spendere una parola anche sui rincari “fino al 500 per cento” sui contributi una tantum (e oltre il 2.000 per cento su alcuni servizi tecnici) che le telco esibiscono nelle loro lettere all’Agcom. Si tratta di voci accessorie, di poche decine di euro l’una, che riflettono il costo reale dell’intervento dei tecnici di Fibercop per alcune attività che svolgono in giro sul territorio. . Una percentuale a tre cifre calcolata su una base di pochi euro produce numeri spettacolari ma differenze assolute minime, nulla a che vedere con i canoni mensili che pesano davvero sul conto economico degli operatori.

Detto questo, conviene osservare cosa è successo sul mercato negli ultimi mesi. Nella prima metà del 2026, a prezzi all’ingrosso di Fibercop invariati, le stesse telco che oggi gridano allo scandalo hanno già aumentato i listini di rete fissa ai propri clienti finali. Tim ha alzato il canone di alcune offerte fino a 2,99 euro al mese motivandolo, testualmente, con “esigenze economiche di sostenibilità degli investimenti connessi all’incremento del traffico dati”. Fastweb ha incrementato da uno a tre euro (e fino a quattro da luglio) “per continuare a garantire la migliore qualità di rete”. WindTre ha alzato da due a tre euro “per la sopravvenuta esigenza di modifica del posizionamento dell’offerta”. Difficile lamentare aumenti ingiustificati contro il nuovo listino mentre, ancora prima che entri in vigore, si adeguano al rialzo i propri listini retail.

Quando in autunno il nuovo listino FiberCop diventerà operativo, è probabile che gli stessi operatori applichino altri ritocchi. Ma i margini per gli aumenti ci sono: per anni ci siamo abituati a pagare connessioni fisse molto meno di un caffè al bar al giorno. Nello stesso tempo abbiamo sottoscritto abbonamenti a piattaforme di streaming per cifre superiori, pagando ogni mese più per guardare una serie televisiva che per la rete su cui quella serie viaggia. È un’asimmetria che il mercato italiano sconta da almeno un decennio: i ricavi degli operatori (fissi e mobili) sono crollati, gli investimenti devono crescere, e la domanda di banda, spinta dal video in alta definizione, dal cloud, dal lavoro da remoto e ora dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale, aumenta di anno in anno.

Una rete che deve sostenere usi sempre più intensivi ha bisogno di ricavi che giustifichino la manutenzione e la modernizzazione: tariffe artificialmente compresse, nel lungo periodo, impoveriscono le aziende e degradano la qualità del servizio. E senza qualità anche i servizi streaming tanto utilizzati rischiano di non rispondere alle aspettative del consumatore. In ogni caso un confronto europeo dice senza ambiguità che anche dopo l’adeguamento proposto da FiberCop, i prezzi italiani all’ingrosso resteranno tra i più bassi del continente: secondo il benchmark Arthur D. Little, l’FTTC italiano si attesterà tra i quattordici e i quindici euro mensili, contro gli oltre ventitré della Germania, i ventuno del Regno Unito e una media europea tra i diciannove e i ventinove e mezzo.

Per l’FTTH in Italia i prezzi proposti da FiberCop variano tra i 13 e i 15 euro rispetto ai 54 euro della Germania per servizi confrontabili, ai 35 euro del Belgio, ai circa 27 euro del Regno Unito. Il margine per crescere è ampio. Ed emerge una contraddizione di fondo: le stesse telco che oggi definiscono l’adeguamento “ingiustificato” sono quelle che per anni hanno denunciato tariffe troppo basse che non remuneravano gli investimenti. Non si può sostenere allo stesso tempo che i prezzi italiani sono troppo compressi rispetto all’Europa e che adesso il loro adeguamento, per quanto contenuto, è ingiustificato.
C’è infine un terzo piano da non trascurare. Alzando il livello della lagnanza sui prezzi Fibercop, le telco provano a costruire argomenti da spendere su un tavolo del tutto diverso: quello con il governo per la proroga al 2037 delle frequenze mobili in scadenza nel 2029. Gli operatori chiedono al governo di evitare una nuova asta miliardaria e di prorogare gratuitamente le concessioni in cambio di impegni vincolanti sugli investimenti. È una richiesta che si basa sul precedente del 2018, quando l’asta sul 5G ha drenato dalle casse delle telco italiane 6,6 miliardi di euro, con prezzi per MHz che in Italia sono risultati sette volte quelli pagati in Irlanda e tre volte quelli del Regno Unito. Non sorprende che il 5G stand-alone sia partito davvero soltanto nel 2025.

Le telco stanno già utilizzando la loro offerta FWA (Fixed Wireless Access), basata sulle stesse frequenze del mobile, come alternativa alle soluzioni in fibra o misto rame. In Italia la quota FWA sul fisso ha raggiunto il 14 per cento, un livello che non ha pari in nessun altro Paese. Solo che il FWA non è mai equivalente alla connessione in fibra, e non è equiparabile nemmeno al misto rame: le prestazioni dipendono dalla distanza dall’antenna, dalla linea di vista, dalle condizioni meteorologiche e dal numero di utenti che condividono lo stesso spettro, e tendono a degradare proprio nelle ore di punta, quando una connettività affidabile serve di più. Il senso è forse allora quello di “fare rumore” contro i nuovi prezzi Fibercop per spingere i propri clienti verso una tecnologia meno performante, costruita sulle frequenze mobili di cui chiedono la proroga senza nuova asta: un modello di business che usa lo spettro mobile per offrire un servizio alternativo alle infrastrutture fisse. Ciò mentre Fibercop realizza un programma da 10 miliardi per collegare in fibra 20 milioni di unità immobiliari: investimenti per la digitalizzazione del Paese resi possibili proprio da quei listini, che sono anche la conseguenza di un assetto regolatorio nuovo salutato a suo tempo dagli stessi operatori come una conquista.

Perché l’adeguamento dei listini di Fibercop ha basi solide. La versione di Boccadutri

Di Sergio Boccadutri

Una rete che deve sostenere usi sempre più intensivi ha bisogno di ricavi che giustifichino la manutenzione e la modernizzazione: tariffe artificialmente compresse, nel lungo periodo, impoveriscono le aziende e degradano la qualità del servizio. E senza qualità anche i servizi streaming tanto utilizzati rischiano di non rispondere alle aspettative del consumatore. L’analisi di Sergio Boccadutri

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