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Il 20 marzo 2026, prima ancora che Londra annunciasse l’autorizzazione all’uso delle sue basi da parte degli Stati Uniti per operazioni offensive contro l’Iran, Teheran ha lanciato due missili balistici verso Diego Garcia. La base anglo-americana nell’Oceano Indiano si trova a 3.810 chilometri dall’Iran. Fino a ieri, il consenso dell’intelligence occidentale era che i missili iraniani non potessero spingersi oltre i 2.000 chilometri. Quel consenso è crollato.

Uno dei due missili ha avuto un malfunzionamento in volo. L’altro è stato intercettato da una nave da guerra americana con un missile Sm-3. La base non è stata colpita. Ma questo, dal punto di vista strategico, è quasi irrilevante. Il dato che conta è il vettore, non l’esito: l’Iran ha dimostrato di possedere un missile balistico a raggio intermedio — probabilmente un Khorramshahr-4 o una variante non catalogata — capace di percorrere 4.000 chilometri in condizioni operative reali, non in un test controllato. Quella distanza, tracciata su una cartina, copre Roma, Parigi, Berlino e si avvicina pericolosamente a Londra.

La domanda che le cancellerie europee avrebbero dovuto porsi fin dal 28 febbraio, quando l’operazione ‘Furia Epica’ è iniziata senza preavviso, si fa oggi molto più urgente: cosa sapevano davvero i servizi di intelligence americani e israeliani prima di lanciare questa guerra? Se la risposta include la conoscenza, anche parziale, di questa capacità Irbm, allora la scelta di non comunicarla agli alleati europei non era una svista diplomatica. Era una decisione strategica. Nessuno avvisa un consesso multilaterale di qualcosa che, se reso noto, avrebbe generato un panico politico sufficiente a paralizzare l’operazione prima ancora di iniziarla.

Il secondo bombardamento americano sull’impianto di Natanz — condotto stavolta dagli Stati Uniti senza la partecipazione israeliana, con bombe bunker buster da 5.000 libbre su un sito sotterraneo già colpito — aggiunge un elemento che non può essere ignorato. Non si torna sullo stesso obiettivo con quella classe di munizioni per ragioni di routine. Il Battle Damage Assessment del primo attacco ha evidentemente rilevato qualcosa di non sufficientemente distrutto. La correlazione tra la rivelazione della gittata Irbm e la nuova urgenza su Natanz suggerisce una lettura unitaria: il vero obiettivo strategico di questa guerra era, e rimane, impedire che l’Iran accoppi il vettore al payload nucleare prima che sia troppo tardi. La “vaghezza dell’obiettivo finale dell’ operazione”, lamentata nelle capitali europee, non era vaghezza. Era riservatezza su un’urgenza che nessuno voleva rendere pubblica.

L’imbarazzo europeo in questa vicenda ha una struttura precisa. I governi del vecchio continente non sono stati informati dell’avvio delle operazioni. Quando Trump ha chiesto il loro coinvolgimento per tenere aperto lo Stretto di Hormuz, hanno declinato — e la risposta era politicamente comprensibile, visto che l’operazione stessa era percepita come unilaterale e priva di mandato internazionale chiaro. La Spagna ha dichiarato che l’operazione non è coperta dal diritto internazionale. La Francia e la Germania hanno mantenuto una distanza cauta, mentre l’Italia ha scelto una posizione di non belligeranza dichiarata, pur riconoscendo — con una franchezza che ha distinto Roma da Berlino e Parigi — che una capacità missilistica iraniana in grado di colpire il territorio europeo rendeva l’operazione, nella sua logica profonda, difficilmente contestabile. Eppure, in questo stesso momento, le capitali europee si difendono dai missili iraniani attraverso lo scudo antimissile Nato — composto in larga misura da assetti americani: sistemi Aegis Ashore in Romania, navi con Sm-3 nel Mediterraneo, radar in Turchia. Non vengono avvisati dell’attacco, rifiutano di parteciparvi, ma la loro sicurezza fisica dipende da quegli stessi americani che hanno agito senza consultarli. È una contraddizione difficile da sostenere.

C’è poi la questione giuridica di Diego Garcia rispetto all’Articolo 5 del Trattato di Washington. La risposta breve è che l’Articolo 5 non si applica automaticamente: Diego Garcia si trova nell’Oceano Indiano, al di fuori dell’area geografica coperta dal Trattato Nato. Un attacco alla base, anche se britannica, non innesca formalmente l’obbligo di difesa collettiva dell’Alleanza. Ma la politica raramente segue la geometria del diritto. Se un missile iraniano avesse colpito Diego Garcia con vittime britanniche, la pressione su Londra — e sull’intera Nato — sarebbe stata di un ordine di grandezza diverso da qualsiasi dibattito tecnico sulla lex lata.

Lo scenario che si apre non è quello di una crisi mediorientale che l’Europa può osservare da una distanza relativa, pagando il prezzo in termini energetici. È uno scenario in cui un attore che disponeva in segreto di missili a gittata europea ha scelto di rivelare quella capacità in un contesto di guerra aperta, in un momento in cui la sua forza missilistica era già stata ridotta, secondo le stime americane, all’otto per cento dei valori iniziali. La domanda che resta senza risposta è la più inquietante: cosa conservava nell’altro novantadue per cento?

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