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Dopo essersi ritirata dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Cina sta ancora una volta guardando con impazienza il mercato libico e investendo con cautela, soprattutto attraverso partnership strategiche locali. Il ritorno di Pechino non è però più un’ipotesi, ma un processo in corso, sancito simbolicamente il 12 novembre con la riapertura dell’ambasciata cinese a Tripoli. In quella data, il chargé d’affaires Liu Jian ha incontrato i direttori dei dipartimenti del ministero degli Esteri libico (precisazione necessaria: parliamo del governo internazionalmente riconosciuto e appoggiato dall’Onu, sebbene con un’ampia gamma di distinguo e perplessità che adesso non si possono approfondire). Ricevendo congratulazioni ufficiali per la ripresa delle attività diplomatiche, esce un messaggio chiaro: la Libia intende approfondire la cooperazione con la Cina in tutti i settori, dall’economia alla tecnologia.

“La recente riapertura dell’ambasciata cinese in Libia, un po’ come quella annunciata per il prossimo anno in Siria, segnala che il governo di Pechino si è deciso su un qualche ritorno alla normalità all’interno di due dossier che per oltre un decennio hanno marcato due crisi persistenti nel Mediterraneo”, spiega Andrea Ghiselli, Head of Research a ChinaMed e Lecturer in International Politics alla University of Exeter. Se il ritorno a Damasco coincide con un’attività del tutto simile comune da parte della Comunità internazionale, che sta sostenendo il tentativo di ricostruzione guidato dall’ex leader ribelle Ahmad al Sharaa, la dinamica libica è più particolare. “La Libia è ancora fratturata, e c’erano stati segnali precedenti su un flirt cinese con la fazione orientale del Paese”, ricorda Ghiselli. La fazione orientale è quella che si oppone al governo onusiano di Tripoli. Non banale considerare che la Cina è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite — che gestisce la missione Onu in Libia, Unsmil — ma d’altronde lo è anche la Russia, acquartierata da anni alle spalle del ruler della Cirenaica, Khalifa Haftar. Anzi, la Russia ne ha anche sostenuto informalmente le ambizioni militari contro Tripoli, e Ghiselli qui ricorda un episodio dello scorso anno, a proposito del trasferimento di droni cinesi in Libia, intercettati dalla Guardia di Finanza mentre erano diretti proprio in Cirenaica (forse come rinforzo dei russi, come ci spiegava Karim Mezran dell’Atlantic Council).

Ora la Cina sta con Tripoli? Non è detto. “L’invio di un ambasciatore a Tripoli ci racconta un punto di svolta: Pechino vuole ritrovare uno spazio diplomatico più deciso, un supporto maggiore rispetto a prima, anche se la Libia sembra ancora in una fase di caos totale”. E dunque? “Vedremo quanto questo ritorno alla normalità avrà un ruolo nella strategia cinese in Nordafrica, che comunque per ora è maggiormente concentrata sul Marocco, come dimostrano gli investimenti e l’attenzione dedicata da Pechino al voto sul Western Sahara”. Ghiselli precisa che l’Egitto va effettivamente escluso dal ragionamento cinese sull’orizzonte nordafricano, in quanto a cavallo della regione mediorientale è coinvolto in modo importante in questioni come la guerra di Gaza. Approccio questa curato non solo da Pechino, ma da tutti i partner del Cairo.

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Cosa racconta il ritorno della Cina in Libia

“L’invio di un ambasciatore a Tripoli ci racconta un punto di svolta: Pechino vuole ritrovare uno spazio diplomatico più deciso, un supporto maggiore rispetto a prima, anche se la Libia sembra ancora in una fase di caos totale”, spiega Ghiselli (ChinaMed/UniExeter). E dunque?

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