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Ormai è certo, il caos che da quasi due mesi aleggia sullo stretto di Hormuz ha contagiato anche la Cina. La guerra in Iran, nonostante tregue più o meno fragili, sta minando nelle fondamenta le certezze economiche non solo dell’Europa, ma anche della seconda economia globale. A cominciare dall’energia, i cui costi stanno salendo anche nel Dragone, al punto da costringere alcune province tra le più industrializzate, come il Guangdong, a rivedere i propri target di produzione. Fosse finita qui, poco male. Invece no, l’incendio in Medio Oriente lambisce, o forse qualcosa di più, anche la Via della Seta, nella sua versione restaurata a tredici anni dal lancio di quella originale.

Nei giorni scorsi questo giornale ha dato conto del tentativo di Pechino, di creare in nuovo blocco di Paesi soggetti ai mastodontici investimenti cinesi, specialmente in infrastrutture, seguendo però un modello che richiama quello sovietico, al tempo delle repubbliche asiatiche negli anni Settanta e Ottanta, allineate al Patto di Varsavia. Nei fatti, una versione aggiornata della Via della Seta, che con il proprio debito ha intossicato i conti pubblici di tutte quelle economie finite sulla traiettoria cinese.

Ebbene, uno studio della Boston University mette in luce i rischi sistemici che rischiano di minare nel profondo la nuova Via della Seta cinese. “La Cina ha investito oltre mille miliardi di dollari in finanziamenti esteri, gran parte dei quali destinati a infrastrutture pubbliche produttive che hanno contribuito a colmare le lacune infrastrutturali e a stimolare la crescita economica”. Bene, anzi no. “Ciononostante, una serie di shock esterni ha messo in difficoltà molti Paesi, che faticano a ripagare i debiti esteri o a ottenere prestiti a condizioni vantaggiose”.

Con l’avvio del secondo decennio della Belt and road initiative, infatti, “è evidente che la valutazione del rischio e la gestione del debito hanno assunto un’importanza crescente per le istituzioni finanziarie cinesi per lo sviluppo della stessa Via della Seta. Per questo le autorità cinesi hanno avviato la creazione di un quadro di riferimento per valutare la sostenibilità del debito dei partner di investimento della Cina in tutto il mondo”. Il messaggio è chiaro: la chiusura dello stretto di Hormuz e la conseguente crisi energetica stanno mettendo in difficoltà tutti quei Paesi indebitati con la Cina. La quale a sua volta rischia di essere tirata in mezzo, proprio a causa delle potenziale insolvenze. Film, peraltro già visto con la versione precedente della Bri. E le precauzioni fin qui prese dal Dragone potrebbero non essere sufficienti.

Del rischio che proprio a causa di forze esogene, tra cui la guerra in Iran, la Via della seta bis possa franare, in ogni caso se ne sono accorti a Pechino. “In risposta all’aumento dei rischi di insolvenza”, si legge nello studio, “i responsabili politici e gli istituti di credito cinesi hanno avviato una transizione verso una versione rinnovata della Belt and road. Questa nuova versione passa da finanziamenti su larga scala a finanziamenti ad alto impatto, concentrandosi
maggiormente su progetti piccoli ma di qualità: in particolare nei settori dell’energia verde, della tecnologia e dei programmi basati sulla comunità o incentrati sulle persone e prestando maggiore attenzione alla gestione del rischio e al monitoraggio”.  Ma potrebbe, come detto, non bastare. “Una pratica importante di mitigazione del rischio, da parte della Cina, non è ancora stata veramente affrontata nella letteratura cinese della sostenibilità del debito”.

La Via della Seta (di nuovo) a rischio frana. Ecco perché

Dopo l’ondata di insolvenze che ha affossato la prima stagione della Belt and road, adesso anche la versione 2.0 rischia di naufragare. Ma la colpa, stavolta, è della guerra in Iran e della crisi energetica, fattori dai quali la Cina è sempre meno immune e che stanno minando dal profondo il sistema di prestiti cinese

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