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Un presidente russo sempre più paranoico e schiavo di ritmi e consuetudini volti a tutelare la sua sicurezza. Non sono termini esagerati per descrivere la situazione raffigurata dall’inchiesta dal giornalista della Cnn Nick Paton Walsh, che ha avuto accesso al rapporto confidenziale prodotto da una non meglio definita agenzia di intelligence europea, che l’avrebbe poi fornito ad alcune testate occidentali. Le informazioni contenute nel report evidenzierebbero come Vladimir Putin avrebbe rafforzato in modo significativo le proprie misure di sicurezza personale, secondo una logica al limite dell’ossessivo: controlli doppi per chiunque entri in contatto con il presidente, limitazioni drastiche all’uso di dispositivi connessi a Internet e sorveglianza estesa persino alle abitazioni dello staff più vicino. Anche figure apparentemente marginali, come cuochi o fotografi, sarebbero soggette a restrizioni nei movimenti, inclusi divieti di utilizzo dei trasporti pubblici. Parallelamente, il numero di luoghi frequentati da Putin è stato ridotto, mentre aumentano i periodi trascorsi in bunker protetti, lontano da Mosca.

Questo irrigidimento si inserisce in un contesto più ampio di deterioramento della situazione domestica. A oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, il costo umano ed economico del conflitto è sempre più evidente. Perdite militari elevate, attacchi ucraini in profondità sul territorio russo e difficoltà economiche iniziano a erodere il consenso, toccando anche segmenti urbani e tradizionalmente più fedeli al Cremlino. Le interruzioni nei servizi, come i blackout delle reti mobili, e il progressivo isolamento internazionale contribuiscono ad alimentare un malcontento che, seppur ancora frammentato, appare in crescita.

In questo clima di tensione, il tema della sicurezza si intreccia inevitabilmente con quello della stabilità politica. Il rapporto menziona timori legati non solo a possibili fughe di informazioni, ma anche al rischio di complotti interni o tentativi di colpo di stato. In questo quadro, figure come l’ex ministro della difesa Sergei Shoigu, considerato come ancora legato alle alte gerarchie militari, vengono indicate come potenziali poli alternativi di potere, a testimonianza di un’élite sempre meno coesa.

Dinamica, quest’ultima, confermata anche da alcuni vivaci scontri interni. Lo stesso rapporto menziona uno scontro diretto tra il capo di stato maggiore Valery Gerasimov e il vertice del Servizio Federale per la Sicurezza (Fsb) Alexander Bortnikov. Dopo l’uccisione di un alto ufficiale a Mosca nel dicembre 2025, Gerasimov avrebbe accusato apertamente l’Fsb di non essere in grado di garantire la protezione dei vertici militari, denunciando falle gravi nell’apparato di sicurezza interna; dal canto suo, Bortnikov avrebbe respinto le accuse, lamentando carenze di risorse e personale. Il confronto, avvenuto davanti a Putin, sarebbe stato particolarmente acceso, segno di un livello di tensione raramente visibile in modo così esplicito nei vertici del potere russo. In seguito al fatto descritto, il Cremlino avrebbe promosso l’estensione delle competenze del Servizio federale di protezione, tradizionalmente incaricato della sicurezza del presidente, anche ad altri alti comandanti militari.

In questo clima, il tema della sicurezza personale del presidente si intreccia con quello della stabilità del regime. Il rapporto menziona esplicitamente timori legati a possibili fughe di informazioni sensibili e, soprattutto, al rischio di complotti interni o tentativi di colpo di stato. Particolarmente significativa è l’attenzione rivolta a Sergei Shoigu, figura storicamente vicina a Putin ma oggi considerata, almeno secondo l’intelligence citata, potenzialmente associata a dinamiche di potere alternative all’interno dell’apparato militare.

Le tensioni tra vertici della sicurezza e delle forze armate, emerse anche dopo l’assassinio di ufficiali di alto rango, suggeriscono un sistema sotto pressione, in cui le rivalità interne diventano sempre più visibili. Il precedente del tentato ammutinamento guidato da Yevgeny Prigozhin nell’estate 2023 resta un monito concreto di quanto fragili possano essere gli equilibri, anche in un sistema fortemente centralizzato come quello della Russia putiniana.

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