Skip to main content

Nell’odierno panorama mediatico occidentale, l’Ucraina è costante oggetto di disinformazioni. Esse sono influenzate non solo dai preconcetti politici di chi le formula, ma anche dagli obiettivi delle parti che si combattono e dei loro rispettivi sostenitori.

L’infowar è parte sempre più importante dei conflitti, con la loro democratizzazione, iniziatasi con la coscrizione obbligatoria e la globalizzazione dei social media. L’informazione è parte integrante della “guerra ibrida”. Viene utilizzata sempre più intensamente dai contendenti. Tutti diffondono fake news.

Tra le più diffuse ci sono quelle che la Russia abbia attaccato l’Ucraina perché costretta da ragioni di sicurezza; che la Russia abbia ormai vinto il conflitto; che i suoi obiettivi consistevano solo nella conquista del Donbass e non quelli illustrati da Putin nella Conferenza del 20 febbraio 2022 prima dell’inizio dell’attacco all’Ucraina su larga scala del 24 febbraio – cioè denazificazione, smilitarizzazione, cambiamento di regime, ecc. –; che siano l’Ucraina e l’Europa a voler continuare il conflitto; che l’obiettivo russo si limitasse alla liberazione delle zone russofone sotto il pesante dominio di Kyiv e dei suoi governi succeduti alla rivolta Maidan; che quest’ultima – anziché uno spontaneo moto di popolo volto a protestare contro il regime filorusso che negava l’affiliazione dell’Ucraina all’Unione Europea – è gabellata per un colpo di Stato stimolato dall’Occidente, tradottosi nella cacciata del legittimo presidente filorusso dell’Ucraina, e che fosse un golpe occidentale volto a creare le condizioni per l’entrata dell’Ucraina nella Nato; che fosse stato il leader britannico Johnson a convincere l’Ucraina a continuare il conflitto, rinunciando alle “accettabili” condizioni di pace negoziate con la Russia a Istanbul nel marzo 2022.

Una fake news clamorosamente smentita dai documenti di fonti indipendenti come l’Onu, riguarda l’oppressione di Kyiv sulle province di Lugansk e di Donetsk rivoltatosi contro l’Ucraina. Il più serio documento disponibile al riguardo è il “Rapporto delle Nazioni Unite” sulle perdite di civili e militari, avvenuti in Ucraina dal 2014-22. In esso risulta che le perdite siano concentrate negli anni 2014-15, mentre in quelli successivi, soprattutto a partire dal 2019, esse si sono ridotte a qualche decina per anno, verosimilmente dovute ad ordigni inesplosi.

Quello che si vuole dimostrare è che i veri motivi dell’attacco russo all’Ucraina sono quelli detti da Putin nella Conferenza televisiva prima citata. Ciò dimostra che Putin non abbia vinto la guerra e che lo stesso vale per Ucraina. Nessuno può vincere, ma nessuno può permettersi di essere sconfitto. Tale situazione di stallo è destinata a durare.

La massa degli ucraini, anche quelli russofoni, non intende divenire cittadina di uno Stato satellite di Mosca. Gli ucraini lo sanno bene. Questo spiega l’eroica resistenza delle loro truppe e la resilienza della loro popolazione. Essa resiste alle perdite, al freddo e al buio, provocati dagli incessanti bombardamenti russi sulle città ucraine. Verosimilmente ha organizzato un’efficace difesa territoriale basata sulla guerriglia. È una forma di resistenza che negli anni passati era già prevista in Svizzera e negli Stati scandinavi, nonché parzialmente nei Paesi Nato con l’organizzazione prevista Stay Behind (“Gladio”): la deterrenza “by resilience” affiancata e, in parte, sostitutiva di quella convenzionale e nucleare (by warfighting capability o by punishment).

In conclusione, la situazione di stallo è destinata a continuare. L’Ucraina continuerà a ricevere armi dall’Europa che saranno in condizioni di bloccare gli assalti della valorosa fanteria russa. La resistenza ucraina continuerà, malgrado le pressioni che Trump potrebbe esercitare su Kyiv. Esse saranno neutralizzate dal fermo sostegno che quest’ultima sta ricevendo dall’Europa. Non è però escluso che Trump, con l’imprevedibilità che lo contraddistingue, ritorni a una politica di sostegno dell’Ucraina, soprattutto da quando le ragioni del tentativo di distaccare la Russia dalla Cina sembrano sfumare nella nuova politica americana volta a trovare un accordo con Pecchino per regolare i nuovi equilibri globali.

In sostanza, anche alla Russia manca un piano “B”, cioè come continuare la guerra senza un forte appoggio cinese, in modo simile al fatto che il piano “B” manca anche all’Europa per continuare lo sforzo militare a sostegno dell’Ucraina, senza l’appoggio degli Stati Uniti, o senza attingere ai miliardi russi depositati soprattutto in Belgio.

Tra infowar e situazione di stallo, le prospettive della guerra in Ucraina secondo il gen. Jean

Ad oggi si può dire che anche alla Russia manca un piano “B”, cioè come continuare la guerra senza un forte appoggio cinese. Il piano “B” però manca anche all’Europa per continuare lo sforzo militare a sostegno dell’Ucraina, senza l’appoggio degli Stati Uniti, o senza attingere ai miliardi russi depositati soprattutto in Belgio. L’analisi del generale Carlo Jean

Allarme infrastrutture critiche. Cargo russo fermo sui cavi transatlantici britannici

Una nave cargo proveniente da Arkhangelsk resta ferma per ore sopra le infrastrutture critiche digitali transatlantiche lungo le coste britanniche. Scatta la sorveglianza della Royal Navy

Riapre Rafah, anche grazie al lavoro di EuBam e dell’Italia

Israele ha avviato una riapertura limitata e sperimentale del valico di Rafah, dopo oltre un anno di chiusura quasi totale, nel quadro del fragile cessate il fuoco su Gaza. Dietro questo equilibrio securitario c’è anche un contributo italiano: il ruolo dei Carabinieri nella missione Eubam ha favorito stabilizzazione, dialogo operativo e coordinamento tra le parti

Trump e il Venezuela: petrolio, India e transizione guidata per superare Maduro

Tra aperture politiche e leve energetiche, Trump difende una strategia composita sul Venezuela: ricomporre gli equilibri interni e reinserire Caracas nei flussi globali per accompagnare l’uscita dall’era Maduro. L’accordo sul petrolio con l’India diventa il perno di un riallineamento che isola l’Iran e ridisegna le priorità di Washington in America Latina

IA e sicurezza nazionale, il caso Ding cambia le regole del gioco. Ecco perché

La giuria federale di San Francisco riconosce Linwei Ding colpevole di spionaggio economico e di furto di segreti industriali relativi all’intelligenza artificiale. È il primo verdetto negli Stati Uniti su capi d’accusa di questo tipo legati all’AI

PurpleBravo, così la Corea del Nord colpisce la filiera IT con falsi colloqui di lavoro

Un gruppo cyber legato allo Stato nordcoreano, noto come PurpleBravo, prende di mira sviluppatori e aziende IT attraverso falsi processi di selezione e test di programmazione malevoli. L’operazione sfrutta identità fittizie e repository GitHub compromessi con rischi per la filiera del software, soprattutto nei servizi IT e nell’outsourcing. Il report di Record Future

Ora Trump negozia con l’Iran. Colpo di scena (o forse no)

Dopo settimane di escalation verbale e militare, Washington e Teheran confermano l’esistenza di canali di comunicazione attivi per evitare uno scontro diretto. L’apertura negoziale arriva però in un contesto ambiguo: mentre gli Stati Uniti mantengono una postura coercitiva nel Golfo, l’Iran segnala disponibilità al dialogo con Washington, ma irrigidisce il confronto politico con l’Unione Europea. Più che un colpo di scena, il quadro restituisce una dinamica già vista: pressione militare, diplomazia indiretta e messaggi differenziati a interlocutori diversi

Risk Initiative, per una rete di sicurezza dei cavi sottomarini resiliente. Scrive il ministro Lin Chia-lung

Di Lin Chia-lung

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Lin Chia-lung, ministro degli Affari esteri di Taiwan, dedicato alla sicurezza dei cavi sottomarini come tema emergente di sicurezza nazionale, resilienza strategica e competizione geopolitica. Il contributo analizza le minacce ibride che colpiscono le infrastrutture critiche, il contesto dello Stretto di Taiwan e l’iniziativa Risk, proponendo un approccio cooperativo e multilivello per rafforzare la protezione delle reti sottomarine come bene pubblico globale

Brandmen e cultura, il modello industriale dei creator al di là della fama. Il commento di Monti

Se oggi ogni soggetto può divenire un brand, e se ogni brand può rendere di più quando inserito all’interno di un valore economico d’impresa, allora più che immaginare una talent agency, nel futuro prossimo sarà forse possibile identificare ciascun creator come una società, e le varie agencies come delle vere e proprie holding. Il commento di Stefano Monti

Vi spiego il bicchiere troppo pieno di Donald Trump. L'analisi di Polillo

A Davos il Presidente ha dipinto un’America in forte ripresa ma Lagarde nel suo intervento ha ritenuto utile spegnere facili ottimismi. Gianfranco Polillo legge le ultime previsioni tra Congressional Budget Office, Fed e Bce

×

Iscriviti alla newsletter