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C’è un dato politico che merita più attenzione della cronaca parlamentare. La bocciatura, per un soffio e con voto segreto, dell’emendamento che avrebbe reintrodotto, almeno parzialmente, le preferenze nella legge elettorale non racconta soltanto un incidente di percorso della maggioranza. Racconta, piuttosto, la capacità di un sistema di preservare sé stesso.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il voto dell’Aula ha restituito un’immagine piuttosto nitida: quando si mette mano ai meccanismi attraverso cui si forma la classe dirigente, le appartenenze politiche diventano improvvisamente meno rilevanti dell’interesse comune a conservare l’assetto esistente.

Da oltre vent’anni il sistema elettorale italiano ha progressivamente ridotto il potere di scelta degli elettori. Con il Porcellum prima e con i successivi correttivi poi, il principio è rimasto sostanzialmente invariato: il cittadino sceglie un simbolo, mentre la composizione effettiva del Parlamento viene determinata, in larga misura, dalle segreterie dei partiti.

Quel cambiamento ha prodotto una trasformazione che va oltre la tecnica elettorale. Ha modificato il rapporto fiduciario tra rappresentante e rappresentato, spostando il baricentro della legittimazione politica dal territorio alle strutture di partito. La rappresentanza, da relazione diretta tra eletto ed elettore, è diventata sempre più il risultato di un processo di selezione interna. Un’evoluzione che ha certamente rafforzato la coesione delle leadership, ma che ha anche attenuato il legame personale tra parlamentari e cittadini.

È in questa prospettiva che si comprende il significato politico del voto segreto.

Molti parlamentari siedono oggi a Montecitorio e Palazzo Madama grazie alla collocazione ottenuta nelle liste bloccate. Non è un giudizio di valore sulle persone né sulle loro competenze; è la conseguenza di un sistema che privilegia la selezione dall’alto rispetto alla competizione sul territorio. Reintrodurre le preferenze significherebbe modificare radicalmente questo equilibrio. Equivarrebbe, in sostanza, a chiedere a ogni candidato di conquistare un consenso personale, misurarsi con altri esponenti del proprio partito, costruire un rapporto stabile con gli elettori e assumersi il rischio concreto di non essere rieletto.

È difficile non leggere, dietro quel voto segreto, anche una dinamica di autoconservazione. La possibilità di esprimersi senza vincoli di disciplina pubblica ha probabilmente consentito a molti parlamentari di privilegiare la tutela di un equilibrio dal quale dipende, almeno in parte, anche la loro prospettiva politica.

Il secondo grande vincitore sono le strutture organizzative dei partiti. Anche chi, pubblicamente, ha denunciato la bocciatura dell’emendamento come una sconfitta della democrazia rappresentativa continua a beneficiare di un modello che attribuisce alle segreterie un potere decisivo. Chi controlla la formazione delle liste esercita infatti un’influenza determinante sulla futura composizione dei gruppi parlamentari.

È una dinamica che produce effetti profondi sulla qualità della rappresentanza. Un parlamentare che dipende principalmente dalla ricandidatura concessa dalla leadership sarà naturalmente portato a orientare la propria attività soprattutto verso il mantenimento della fiducia del vertice politico. Il rapporto con il territorio rischia così di diventare meno incisivo rispetto a quello con chi decide candidature e collegi.

Naturalmente nessun sistema elettorale è perfetto. Le preferenze, nella storia italiana, hanno mostrato anche limiti evidenti: competizione interna esasperata, aumento dei costi delle campagne elettorali, rischio di voto clientelare in alcuni contesti. Sono obiezioni serie, che meritano di essere considerate e non liquidate con superficialità.

La questione aperta oggi, tuttavia, non riguarda tanto il ritorno a un modello del passato quanto la ricerca di un equilibrio tra governabilità, responsabilità delle leadership e capacità degli elettori di incidere realmente sulla composizione del Parlamento.

Per questo il confronto dovrebbe partire da una domanda essenziale: chi deve avere l’ultima parola nella selezione dei rappresentanti? Le segreterie dei partiti o gli elettori?

Negli ultimi anni il pendolo si è spostato quasi completamente a favore delle prime. Il risultato è una crescente percezione di distanza tra cittadini e istituzioni. Se l’elettore ritiene di non poter incidere realmente sulla selezione della classe dirigente, il voto finisce per apparire come una semplice ratifica di decisioni già assunte altrove.

Non è un caso che il tema della partecipazione si intrecci sempre più spesso con quello dell’astensionismo. Le ragioni del non voto sono molteplici e non possono essere ricondotte esclusivamente alla legge elettorale. Tuttavia, sarebbe difficile sostenere che la progressiva riduzione della capacità di scelta dei cittadini abbia contribuito a rafforzare il legame di fiducia con la politica.

A rendere ancora più significativa la vicenda è anche il comportamento dei due schieramenti. Da un lato, nel centrodestra, l’iniziativa di reintrodurre, seppur in misura limitata, le preferenze è apparsa più come un segnale elettorale che come una riforma realmente destinata ad arrivare in porto. Dall’altro, tra le opposizioni, la soddisfazione manifestata per la bocciatura dell’emendamento ha finito per trasmettere un messaggio altrettanto paradossale: difendere un sistema che continua a sottrarre agli elettori una parte significativa del potere di scelta. Al di là delle contrapposizioni di facciata, entrambi gli schieramenti hanno così contribuito a preservare un modello nel quale il controllo della selezione della classe dirigente resta saldamente nelle mani delle segreterie di partito.

La vicenda parlamentare assume così un valore che va oltre il singolo emendamento. Il voto segreto ha mostrato come, quando è in discussione il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, il sistema tenda spontaneamente a difendere i propri equilibri. È una dinamica trasversale, che attraversa maggioranza e opposizione e che sopravvive ai cambi di governo.

Non è un caso se il tema riemerge proprio mentre tutte le democrazie occidentali si confrontano con una crescente crisi della rappresentanza. La disintermediazione digitale, la personalizzazione della politica e l’indebolimento dei partiti di massa hanno modificato il modo in cui il consenso si forma e si organizza. In questo contesto, la legge elettorale non è soltanto uno strumento tecnico: diventa uno dei principali indicatori della qualità della democrazia rappresentativa e del grado di fiducia che le istituzioni ripongono nei cittadini.

La bocciatura dell’emendamento non chiude questo dibattito. Al contrario, lo rende ancora più urgente. Perché una democrazia rappresentativa vive della fiducia reciproca tra istituzioni ed elettori. Quando la selezione della classe dirigente appare sempre più il risultato di procedure interne ai partiti e sempre meno di una scelta riconoscibile da parte dei cittadini, il rischio non è soltanto quello di alimentare l’astensionismo. È quello di indebolire, nel lungo periodo, la stessa legittimazione del Parlamento come luogo della rappresentanza nazionale.

Ma il vero paradosso è che, nell’epoca in cui quasi tutte le forze politiche rivendicano un rapporto diretto con il popolo e fanno della sovranità popolare uno dei cardini della propria narrazione, quando si tratta di restituire agli elettori una maggiore capacità di scegliere i propri rappresentanti prevale la logica della conservazione. È in questa contraddizione che si misura la distanza tra la retorica e la pratica della politica. Ed è proprio in queste dinamiche che i populismi finiscono per prevalere sul popolo.

Le preferenze negate, quando autoconservazione e populismi prevalgono sul popolo

Il vero paradosso è che, nell’epoca in cui quasi tutte le forze politiche rivendicano un rapporto diretto con il popolo e fanno della sovranità popolare uno dei cardini della propria narrazione, quando si tratta di restituire agli elettori una maggiore capacità di scegliere i propri rappresentanti prevale la logica della conservazione. È in questa contraddizione che si misura la distanza tra la retorica e la pratica della politica. Ed è proprio in queste dinamiche che i populismi finiscono per prevalere sul popolo. Il commento di Salvo Di Bartolo

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