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“Voci scendono dalle scale, due piedi maschili in scarpe abbottonate, piedi femminili in sandali, gambe di seta rosa”. (… ) “Un sorriso timido tese un ponte attraversso la fessura della porta”. (…) “Gli imprenditori propongono la serrata in risposta allo sciopero degli edili”. Sono alcuni passaggi di Manhattan Transfer (1925) di John Dos Passos. Mi sono tornati in mente leggendo In tarda estate (Ukasno ljeto), romanzo croato d’esordio della giovane Magdalena Blazević (premio nazionale per il miglior romanzo 2023, impeccabile versione italiana di Anita Vuco). Dos Passos è, probabilmente, il primo scrittore che utilizza diffusamente, esplicitamente, e in maniera originale, il linguaggio del cinema all’interno della nuova narrativa novecentesca. Dall’uso di inquadrare il dettaglio omettendo la figura (qui i “piedi”), sino alla introduzione di titoli di giornali in capitol letters, staccandoli dalle righe precedenti e seguenti, ponendoli al centro della pagina, come le didascalie del muto sullo schermo. Linguaggio filmico che si arricchisce anche di una notevole forza retorica nel creare immagini poetiche come il sorriso che getta un ponte nella fessura di una porta.

Forse Manatthan Transfer è un libro caro a Magdalena Blazevic, laureata in letteratura inglese a Mostar. Insieme al suo amore per il cinema e le serie TV. Al punto che l’incipit di In tarda estate ricorda Sunset boulevard (1946) di Billy Wilder: “Hanno trovato un giovanotto con due pallottole nella schiena (…) sono io”. La voce narrante di In tarda estate così si prensenta al lettore: “Guardate. Queste siamo io e la mia bambola Julja. Siamo sdraiate sul divano letto in soggiorno perché non ho ancora una stanza tutta mia (…). Mi chiamo Ivana. Ho vissuto quattordici estati e questa storia racconta l’ultima”.  E, sappiamo come la tecnica del narratore post-mortem al cinema piaccia, almeno sino ad Amabili resti (The Lovely Bones, 2002), di Alice Sebod (nell’omonimo film, 2009, di Peter Jackson, l’adolescente protagonista, Saoirse Ronan, struggente, così si presenta: “Avevo quattordici anni quando mi hanno assassinata)”.

Il mondo che seguiamo de-scritto da Blažević lo vediamo attraverso gli occhi di Ivana, il cui nome ricorre una sola volta. È una estate “capricciosa”, direbbe Vladislav Vančura, con il caldo che fa bollire i binari della ferrovia, la natura in fiore, qualche improvviso acquazzone, gli odori delle case e delle magaze (cantine), i giochi e le passeggiate degli adolescenti. Tutto all’interno di un piccolo e sereno villaggio in Bosnia.

Un poetico presente in cui entrano continuamente piacevoli e ironici fotogrammi del passato, che la quattordicenne ricosturisce dalle foto (analizzate attraverso una semiotica delle espressioni: per es. il nonno e la nonna, in posa, nel giorno del loro matrimonio), dagli oggetti, dagli odori, dai frutti selvatici. Un armonioso mondo di dignitosi interni e di sfavillanti colori della natura, frantumato dal dramamtico e silenzioso irrompere della guerra, generata dal quel fondo del bosco, da sempre il limes, oltre cui i sogni di Ivana e di sua cugina Dunja venivano proiettati.

Spesso Blašević monta l’accaduto al contrario: dalla scena finale a quella iniziale, omologando tutto al presente indicativo, spiazzando così il lettore: “Il cortile è un corpo nudo riempito di calci, coperto di lividi e sangue”. (…) “Il nonno gli conficca il coltello nel collo, mentre la nonna ci mette sotto un tegame fuligginoso per raccogliere il sangue”. Solo dopo lo sgozzamento del maiale capiamo perché il cortile appariva coperto, metonimicamente, “di lividi e sangue”.

La scrittrice scompone e ricompone continuamente i piani temporali nel racconto, seguendo un flusso di coscienza agganciato a singole immagini e sequenze, senza preavviso, frantumando la cronologia classica. Un montaggio quasi sempre di p.p.p. o dettagli, magari alla Quentin Tarantino: “Di chi è questa mano crudele?/Gli occhi inceppati./I capelli dappertutto./Il cotone bianco impregnato di sangue./I polmoni esplosi./I frammenti di cervello immersi nelle pozze bollenti./I buchi tra i seni./ (…) Ogni cosa si è trasformata in un sanguinoso acquarello!”.

La tecnica dell’inquadratura minimale le consente di lavorare su una agile struttura paratattica garantendo il passaggio, avanti e indietro, come un immaginario tram alla Sunrise (F.W. Murnau, 1927) che colleghi campagna, la fonte della Kisjelak e il villaggio, tra prosa e poesia. Una prosa ellittica, compatta, disidratata, costruita su mattoncini lessicali essenziali. Quella breve, comune a molti autori del Novecento: per esempio, da Guillaume Apollinaire passando per Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo, sino a Leonardo Sinisgalli. Uno schizzare il mondo in cui spesso la figura della sinestesia dirige l’azione tra decine di fresche analogie: “La pioggia degli occhi [di Karlo] cade sul libro e scioglie l‘inchiostro nero”. (…) “È molto tempo che i treni non passano più qui. Debbo chiudere gli occhi per sentirne il fragore”. E mentre ci si avvicina al finale, con il villaggio abbandonato dei superstiti, ecco che “la malinconia arrugginisce e deteriora ogni cosa”.

Ivana (siamo nella guerra serbo-bosniaca, 1992-1995: irrompe, illogicamente, in un tranquillo villaggio dalle parti delle sorgenti della Kiseljak), freddata da un giovane soldato, che spara per paura di essere ucciso, ha proiettato la sua vita per te, lettore, su fogli di carta. Tra i colori e i profumi della vegetazione balcanica (stiancia, astro amello, occhi di gatto, menta poleggio, angelica, sambuchella, tagete) assetata di sole e della frescura che esala dalla Bosnia. “I corpi maschili sono una inarrestabile valanga di pietra. (…). Ben presto piomberanno nei notri cortili attraverso ruscelli e fossati asciutti, per penetrare ovunque come vermi. Non sprecate tempo a nascondervi!”.

Una scena liricamente forte, inedita, surreale, che sarebbe piaciuta Luis Buñuel, è quando la narratrice, Ivana, “osserva” la cugina Dunja, sopravvissuta, mentre dorme, ora tornata nel villaggio con la zia, e segue il suo sogno in cui vi sono entrambe le ragazze. “Invano la sveglio. Lo sapete anche voi quanto profondo sia il sonno dei giovani. Le mie mani sono fredde come il buio della stanza, non può sentirle su quel viso caldo dell’estate che sta sognando. (…) Dalla fossa delle carcasse si è riversato nello stagno un liquido nero. La densa massa nera che arriva sino alle ginocchia. Le nostre gambe sono zampe di aironi. Le tiriamo fuori a stento dalla poltiglia appiccicosa piena di ossa, costole, stinchi, teschi. Il mio vestito bianco è sporco. Sono davanti a Dunja. Allunga le mani verso di me, ma non riesce ad afferrarmi. Ancora un passo o due e ci ritroveremo sui binari. Lì è asciutto. Legno, pietra, acciaio. L’acqua nera cola dai nostri piedi sulle traverse”.

Ivana è morta nella casa della nonna; il dodicenne Ivan di Andrej Tarkovskij (L’infanzia di Ivan, 1962), impiccato dai nazisti. Quando storie di letteratura e di cinema, parlando del martirio dei ragazzi, con a testimone una silente e addolorata natura, si fanno poesia. Rimaniamo in silenzio: vediamo, ascoltiamo, odoriamo, mentre i fotogrammi di In tarda estate ancora scorrono dentro i nostri occhi, dopo aver chiuso il libro.

 

 

 

 

 

 

 

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