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I circoli decisionali a Washington e a Gerusalemme sembrano aver ormai superato la fase diplomatica nel confronto con l’Iran: l’azione militare è decisa, non ancora definitivo il quando. Secondo fonti occidentali citate da Iran International, un media saudita pubblicato da Londra e molto critico con il regime teocratico, l’opzione militare non viene più trattata come un’ipotesi eventuale.

La decisione sostanzialmente assunta però ancora produce un dibattito concentrato sul timing. Quando agire per massimizzare l’effetto ed evitare al massimo i danni collaterali? L’operazione in discussione viene descritta come “senza precedenti”, con l’obiettivo dichiarato di infliggere un colpo decisivo tale da indebolire in modo strutturale — se non far collassare — l’assetto di potere della Repubblica islamica, in una scala e intensità non paragonabili a quanto sperimentato finora da Teheran.

Al di là della sua piena verificabilità, questa narrazione è di per sé rilevante. Riflette una percezione diffusa secondo cui il canale diplomatico si sarebbe progressivamente esaurito, lasciando spazio a logiche di deterrenza, coercizione e preparazione militare. In questo quadro, il signaling —pubblico, privato e operativo — diventa lo strumento centrale attraverso cui gli attori coinvolti posizionano sé stessi e cercano di influenzare il calcolo altrui in una fase di crescente incertezza.

A rafforzare questa percezione contribuiscono anche indiscrezioni secondo cui un alleato regionale degli Stati Uniti sarebbe stato informato della possibilità che Washington sia pronta a colpire l’Iran già nei prossimi giorni. Anche secondo le fonti citate da DropSite News, eventuali attacchi, quando autorizzati, non si limiterebbero a obiettivi nucleari o missilistici, ma includerebbero assetti chiave del regime, inserendo esplicitamente il tema del regime change nel perimetro del signaling strategico.

Un altro dei segnali significativi emersi negli ultimi giorni arriva da Riyadh. Stando a uno scoop di Axios, in un briefing riservato nella capitale americana, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, fratello e confidente del principe ereditario Mohammed bin Salman, avrebbe sostenuto che un mancato seguito alle minacce contro l’Iran finirebbe per rafforzare il regime, rendendolo più sicuro e più assertivo. Si tratta di una posizione che contrasta con la linea pubblica mantenuta finora dall’Arabia Saudita, ufficialmente improntata alla cautela, al rispetto della sovranità iraniana e alla ricerca di una soluzione diplomatica.

Il cambio di tono appare ancora più rilevante se confrontato con quanto avvenuto solo poche settimane prima, quando il principe ereditario, ruler de facto, aveva messo in guardia la leadership statunitense dai rischi di una guerra regionale, contribuendo — secondo diverse ricostruzioni — a un rinvio di eventuali azioni militari. La distanza tra quella postura prudente e il messaggio più assertivo ora attribuito al fratello — che a Washington ha tenuto incontri con tutti i dipartimenti più rilevanti, a cominciare dal Pentagono — suggerisce una possibile revisione della valutazione strategica saudita o, in alternativa, un adattamento a una decisione che a Riyadh viene percepita come già maturata a Washington.

Tra le righe, la posizione saudita riflette un dilemma condiviso da molti attori del Golfo: colpire l’Iran comporta rischi elevati e difficilmente controllabili, ma rinunciare all’azione rischia di consolidare la percezione di resilienza iraniana e di fallimento della deterrenza. Alcuni funzionari regionali descrivono la situazione come un vicolo cieco, in cui entrambe le opzioni — l’escalation o l’inazione — producono esiti negativi.

In questa lettura, il riposizionamento saudita non rappresenterebbe tanto un entusiasmo per l’opzione militare, quanto il tentativo di non trovarsi isolati una volta che le decisioni vengano prese altrove. Per ora, l’altro grande attore regionale, gli Emirati Arabi Uniti, restano contrari, mentre il Qatar tiene una posizione più defilata e ambigua, anche legata al fatto che appena fuori Doha si trova la base che sarebbe (o sarà) cruciale per l’azione: l’hub del Comando Centrale di al Udeid, dove da giorni sono in corso manovre preparative.

Parallelamente, permane un’evidente ambiguità sulla reale strategia statunitense. A fronte del consistente rafforzamento militare americano nel Golfo, la Casa Bianca continua a sostenere che nessuna decisione definitiva sia stata ancora assunta e che la diplomazia resti formalmente un’opzione. Tuttavia, gli stessi funzionari ammettono l’assenza di negoziati diretti significativi e riconoscono che Teheran non appare interessata a un accordo basato su condizioni statunitensi considerate massimaliste. Questo scarto tra la retorica della disponibilità diplomatica e la mancanza di un canale negoziale credibile contribuisce ad alimentare l’idea che l’escalation stia avanzando più per inerzia che per scelta deliberata.

Da parte iraniana, la risposta combina deterrenza e provocazione calibrata. L’annuncio delle esercitazioni navali a fuoco vivo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nello Stretto di Hormuz — uno dei chokepoint marittimi più sensibili al mondo — rientra pienamente in questa logica. Lo stretto non è soltanto un passaggio marittimo internazionale, ma un’infrastruttura critica per il commercio globale e per la sicurezza energetica, attraversata quotidianamente da circa un centinaio di navi mercantili.

La reazione del Comando Centrale statunitense è stata misurata ma netta. Pur riconoscendo il diritto dell’Iran a operare in modo professionale in acque e spazi aerei internazionali, CentCom ha ribadito una serie di linee rosse operative: sorvoli a bassa quota o armati, manovre ad alta velocità su rotta di collisione, armi puntate contro assetti statunitensi. Il messaggio è quello di una deterrenza calibrata, volta a preservare la libertà di navigazione e a ridurre il rischio che errori tattici in un ambiente congestionato possano innescare un’escalation rapida e incontrollata.

Nel loro insieme, questi sviluppi indicano una contrazione drastica del margine di errore. Le vie diplomatiche appaiono politicamente logorate, mentre gli attori regionali ricalibrano silenziosamente le proprie posizioni e il signaling militare si intensifica proprio nei domini — la sopravvivenza del regime e i chokepoint marittimi — in cui le incomprensioni possono avere effetti sistemici.

In questo quadro si inserisce anche il canale russo-iraniano. Nei giorni scorsi il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato a Mosca Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, in una visita che ha attirato attenzione anche per il tracciamento pubblico del volo governativo iraniano. Il significato politico dell’incontro va però oltre il gesto bilaterale: Washington e Mosca mantengono un dialogo, Washington e Teheran si scambiano segnali indiretti; la Turchia resta un nodo attivo tra Stati Uniti e Iran; mentre sauditi (nonostante le dichiarazioni), qatarioti, omaniti ed egiziani moltiplicano gli sforzi di mediazione.

La diplomazia è dunque iperattiva, ma la domanda resta aperta: a fronte di questo fitto attivismo, esiste davvero un movimento sostanziale, o si tratta piuttosto di gestire e contenere una traiettoria che continua a puntare verso lo scontro? Anche in assenza di un attacco imminente, la convergenza di queste dinamiche suggerisce che la fase attuale sia meno orientata alla gestione della crisi e più alla preparazione di una possibile frattura strategica. In questo senso, la questione centrale potrebbe non essere più se il confronto con l’Iran si aprirà, ma se esista ancora, per qualcuno e realmente, lo spazio politico e l’incentivo necessari per fare un passo indietro dal baratro.

(Foto: X, @CENTCOM)

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