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È finita l’era della pace. Quella lunga parentesi di relativa stabilità che ha caratterizzato il mondo dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri si è chiusa definitivamente.

La guerra è qui per restare. I due conflitti alle porte d’Europa, in Ucraina e in Medio Oriente, non sono altro che la manifestazione più evidente della fine dell’epoca delle regole e del multilateralismo e dell’inizio di una nuova fase in cui l’unica regola che vale è quella del più forte.

Gli Stati si riarmano con l’obiettivo minimo di garantirsi protezione e deterrenza. Ma, in molti casi, si avviano già a prevedere una riconversione su larga scala tale da configurare una vera e propria economia di guerra.

Non serve a molto andare alla ricerca delle responsabilità, pur rilevanti, come nel caso inequivocabile della violazione della sovranità di uno Stato, l’Ucraina, da parte di un altro Stato, la Russia. Ciò che conta è che, una volta sdoganata come strumento privilegiato di risoluzione delle controversie, la forza militare è difficile da rimettere nel cassetto delle cose antiche.

Lo sta lentamente ma inesorabilmente capendo anche l’Europa, che ha avviato un programma di sostegno alla capacità degli Stati membri di produrre e acquistare tecnologie e piattaforme militari. C’entra in questo ovviamente l’aggressi

vità della Russia. Ma c’entra anche il fatto che gli Stati Uniti non hanno più alcuna intenzione di agire come poliziotto del mondo e sicuramente non hanno interesse a garantire la sicurezza di noi europei. Ancora una volta, il fenomeno Trump è piombato come un macigno sullo scenario di sicurezza, aprendo una frattura insanabile e irreversibile.

Tutti contro tutti, allora, in un mondo che va riorganizzandosi in sfere di influenza che difficilmente potranno collaborare ma che, più probabilmente, dovranno a un certo punto alzare i toni, se non le armi, per definire i propri interessi e il proprio rango.

La guerra, dunque, torna a condizionare le agende dei vertici politici e di quelli militari.

Non solo la guerra tradizionale, quella combattuta dai soldati, sulla linea del fronte, usando missili e carri armati. Ma una nuova forma di guerra estrema, ibrida nella sua connotazione, indiscriminata nei suoi effetti e perfino propensa a non escludere l’opzione più estrema di tutte: l’arma atomica.

Anche da questo punto di vista, viviamo un vero e proprio cambio d’epoca. Le barriere all’ingresso delle capacità militari si sono abbassate: Paesi che avremmo definito fino a non molto tempo fa poco più che potenze regionali hanno oggi la capacità di offendere pesantemente, grazie a tecnologie innovative come i droni o allargando il conflitto a una nuova dimensione strategica, quella dello spazio cibernetico.

Piaccia o no, il successo di un Paese si continua a misurare sui numeri. E i numeri parlano di un mondo che è diventato sostanzialmente una palude, piatta ma piena di insidie e di interessi divergenti, in cui vige la legge del più forte e prevale la lotta per la sopravvivenza.

Un mondo in bilico tra caos, riarmo e polarizzazione. Il libro di Ansalone

Di Gianluca Ansalone

Una riflessione sulla fine della lunga stagione di relativa stabilità del secondo dopoguerra e sull’ingresso in una nuova fase segnata dal ritorno della guerra, dal riarmo degli Stati e dalla crisi del multilateralismo. Tra conflitti tradizionali, guerre ibride, deterrenza nucleare e nuove tecnologie militari, si delinea un mondo sempre più instabile, polarizzato e dominato dai rapporti di forza. Pubblichiamo un estratto dal volume “Estremi – Il mondo in bilico tra caos e polarizzazione” di Gianluca Ansalone, con prefazione di Francesco Rutelli, in uscita il 3 aprile per Guerini e Associati.

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