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Con la nomina di Blaise Metreweli alla guida del Secret Intelligence Service britannico, il MI6 si prepara a un cambiamento profondo, che va ben oltre il valore simbolico della prima donna al vertice della storica agenzia. La nuova direttrice sembra intenzionata a riportare l’intelligence estera del Regno Unito verso una postura più attiva, offensiva e apertamente orientata al confronto strategico con la Russia, in un’Europa che non può più considerarsi in pace.

Scrivendo su Foreign Policy, l’esperto di sicurezza Edward Lucas traccia le linee di come potrebbe apparire in questa nuova fase l’agenzia di intelligence londinese. Negli ultimi anni, il MI6 ha investito molto nella costruzione di un’immagine pubblica moderna, inclusiva e trasparente, distante tanto dall’immaginario glamour di 007 quanto dal grigiore burocratico dei romanzi di John le Carré. L’agenzia si è presentata come uno specchio della società britannica contemporanea, promuovendo carriere accessibili e una gestione manageriale “family-friendly”. Questa linea è stata fortemente sostenuta dal predecessore di Metreweli, Sir Richard Moore, che non ha esitato a intervenire nel dibattito pubblico, anche attraverso i social media.

L’ascesa di Metreweli si inserisce in questo contesto, ma ridurla a una semplice operazione di immagine sarebbe fuorviante, suggerisce Lucas. Il suo profilo è quello di un’ufficiale con una lunga e solida carriera operativa alle spalle, culminata nella direzione della divisione “Q”, responsabile delle capacità scientifiche e tecnologiche del servizio. Un settore cruciale in un’epoca in cui miniaturizzazione, cyber e tecnologie dual-use sono diventate centrali nell’attività di intelligence. Prima di assumere la guida del MI6, Metreweli ha maturato esperienza anche all’interno dell’MI5, rafforzando la sua conoscenza dell’ecosistema di sicurezza britannico.

Il vero segnale di discontinuità è arrivato con il suo primo discorso pubblico da capo del MI6. Metreweli ha quasi del tutto accantonato i temi che hanno dominato l’agenda dell’intelligence britannica negli ultimi vent’anni, come il terrorismo jihadista, e ha riservato uno spazio sorprendentemente ridotto sia alla Cina sia agli Stati Uniti. Al centro della sua analisi è finita invece la Russia e quella che ha definito una strategia sistematica di esportazione del caos: sabotaggi, incendi dolosi, attacchi cyber alle infrastrutture critiche, attività aggressive sui fondali marini e operazioni di influenza volte a sfruttare le fratture interne delle società occidentali.

È in questo spazio “tra pace e guerra” che, secondo Metreweli, il MI6 deve cambiare passo. Non limitarsi più a comprendere gli avversari, ma contrastarli attivamente. Il riferimento esplicito alle “storiche inclinazioni dell’Soe”, l’organizzazione creata da Winston Churchill durante la Seconda guerra mondiale con il compito di “incendiare l’Europa” attraverso sabotaggi e sostegno alle resistenze, rappresenta un richiamo potente a una tradizione che negli ultimi anni era diventata marginale all’interno del servizio.

Sotto la guida di Moore, il MI6 aveva privilegiato la raccolta di intelligence di alto livello, puntando a fornire ai decisori politici informazioni decisive nei momenti chiave, come i negoziati diplomatici. Un approccio che ha prodotto successi rilevanti, ma che ha anche attirato critiche. Alcuni interlocutori politici hanno giudicato i risultati “sotto le aspettative”, mentre figure di primo piano dell’intelligence britannica hanno denunciato una perdita di profondità analitica, in particolare sulla Cina, e una carenza di competenze linguistiche e culturali.

A questo si è aggiunta la percezione che l’eccessiva attenzione all’immagine pubblica abbia reso il servizio più prudente e meno incline al rischio. In un contesto in cui la sorveglianza di massa e il controllo biometrico rendono sempre più complesso il reclutamento tradizionale di fonti umane, cresce l’idea che il MI6 debba tornare a strumenti meno “pregiati” ma più immediatamente efficaci: operazioni di influenza, fughe di notizie mirate, azioni capaci di colpire il morale e la stabilità interna degli avversari.

L’esperienza ucraina viene spesso citata come esempio di successo in questo campo. Kyiv ha dimostrato come sia possibile condurre operazioni audaci e asimmetriche anche contro un avversario superiore, e la collaborazione tra i servizi ucraini e britannici è ormai un segreto di Pulcinella. Metreweli sembra voler capitalizzare questa esperienza, estendendo il perimetro dell’azione del MI6.

Resta tuttavia un nodo centrale: la responsabilità politica. Le operazioni coperte comportano rischi elevati, soprattutto se hanno successo e provocano ritorsioni. Da questo punto di vista, la nuova direttrice beneficia di un sistema di supervisione debole e di un sostegno politico finora solido. Il servizio è formalmente responsabile davanti al ministro degli Esteri, ma nella pratica gode di ampi margini di autonomia, mentre il controllo parlamentare appare limitato.

In un Regno Unito segnato da forze armate ridimensionate, da una soft power in declino e da una politica interna instabile, il MI6 rimane una delle poche istituzioni con una reputazione globale intatta. Con Metreweli, conclude Lucas, l’agenzia non ambisce soltanto a difendere questa reputazione, ma a ridefinire il proprio ruolo strategico. Se il richiamo allo spirito dell’Soe non resterà solo retorica, il MI6 potrebbe diventare uno degli strumenti principali con cui Londra tenta di riaffermare il proprio peso in un’Europa tornata a confrontarsi apertamente con la guerra.

Cosa aspettarsi dal MI6 di Metreweli? Gli scenari di Lucas

Tra continuità istituzionale e rottura strategica, l’era Metreweli apre interrogativi sul futuro del MI6. In un Regno Unito politicamente fragile ma ancora dotato di un’intelligence di primo livello, il servizio potrebbe tornare a essere uno degli strumenti chiave della proiezione di potere britannica in Europa

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