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Per decenni, l’India ha armato le proprie Forze armate con equipaggiamenti sovietici prima e russi poi. Una scelta che aveva una sua logica – prezzi accessibili, nessuna condizionalità politica, forniture abbondanti -, fino a quando la guerra in Ucraina ha mostrato quanto quella dipendenza fosse fragile. I ritardi nelle consegne, la carenza di ricambi, l’impossibilità di accedere agli aggiornamenti software su sistemi di cui non si possiedono i codici sorgente: tutto questo ha spinto Nuova Delhi a decidere di reinventare il proprio modello di approvvigionamento della difesa.

La risposta si chiama Atmanirbhar Bharat (India auto-sufficiente). Si tratta di un cambio di un’iniziativa che punta a trasformare il subcontinente da più grande importatore mondiale di armamenti a Paese capace di produrre, e possibilmente esportare, sistemi di difesa propri. L’obiettivo è ambizioso. Forse troppo, almeno nei tempi che il governo Modi si è dato. Ma è proprio in questa ambizione che si apre uno spazio per i partner stranieri, e in particolare per quelli italiani.

Il Dap 2026 e la differenza tra assemblare e capire

Il nodo tecnico-normativo attorno a cui ruota tutto è il Defence acquisition procedure (Dap) 2026, la nuova disciplina degli acquisti militari del ministero della Difesa indiano. L’intenzione è semplificare i processi di procurement, storicamente lenti, ma la novità più rilevante riguarda i contenuti dell’indigenizzazione richiesta ai partner stranieri. Il punto è che, per Nuova Delhi, non basta più che un sistema venga assemblato in India. Occorre che l’India ne possieda la tecnologia – i progetti, i brevetti, le specifiche di produzione – per rendersi quanto più autosufficiente possibile nel settore difesa.

Questa distinzione – tra assemblare e produrre – è la chiave per leggere l’opportunità italiana. Il modello che l’India sta cercando non è quello del fornitore di sistemi finiti, ma del partner industriale disposto a trasferire competenze, co-sviluppare tecnologie e radicarsi nel tessuto produttivo locale. È esattamente il tipo di cooperazione in cui le imprese italiane del settore – a cui l’India guarda con grande interesse – sanno muoversi. Propulsione, avionica, sistemi navali, elicotteristica, spazio. Aree in cui l’India ha esigenze urgenti e in cui l’Italia ha più che qualcosa da offrire. Un rischio, però, c’è. Se il Dap 2026 finirà per privilegiare la retorica dell’autonomia rispetto alla sostanza dell’attrazione degli investimenti — imponendo requisiti di trasferimento tecnologico così stringenti da scoraggiare i partner più qualificati — potrebbe trasformarsi da opportunità in barriera all’ingresso per i potenziali partner. 

Perché l’Italia ha carte da giocare

Per l’Italia, l’India non è solo un potenziale un mercato di sbocco, bensì un attore centrale per presidiare il Mediterraneo allargato. L’Indo-Pacifico, per l’Italia, rappresenta un’estensione funzionale della sua proiezione verso Est, nonché un partner rilevante per garantire la sicurezza delle rotte marittime verso Suez e l’Europa.

Nel marzo 2023, Italia e India hanno firmato un partenariato strategico in materia di difesa e Roma ha aderito all’Indo-Pacific Oceans Initiative. Un passaggio che ha segnato l’inizio di una cooperazione strutturata. Le esercitazioni navali congiunte dello scorso anno (tenutesi in occasione del viaggio del carrier strike group di Nave Cavour nell’Indo-Pacifico) ne sono state il primo esempio concreto.

Dal lato indiano, la convergenza ha una logica altrettanto chiara. Nuova Delhi sta diversificando i propri fornitori della difesa, cercando partner tecnologicamente avanzati. Un’indagine conoscitiva della Commissione Esteri della Camera individua l’urgenza di inserirsi nelle filiere critiche e promuovere la penetrazione industriale italiana in mercati come l’India, riconoscendo che la capacità del Paese di difendere i propri interessi nel Mediterraneo dipenderà sempre più dalla sua presenza e credibilità a oriente. Per Roma, dunque, l’India non è un’opportunità tra le altre: è una priorità strategica. E per Nuova Delhi, l’Italia è un interlocutore che porta tecnologia, affidabilità e la credenziale di un Paese che nell’Indo-Pacifico vuole esserci — con una propria agenda, non come semplice appendice di quella altrui.

L’Industry Forum Italia-India, promosso dalla Direzione nazionale degli armamenti (Dna) e da Aiad (la Federazione delle imprese della difesa e dell’aerospazio italiane) insieme a Sidm, la sua omologa indiana, ha portato allo stesso tavolo imprese e istituzioni dei due Paesi in un formato strutturato. La presenza dell’ammiraglio Giacinto Ottaviani, Direttore nazionale degli armamenti, affiancato dal suo omologo indiano, ha certificato l’interesse delle rispettive istituzioni a consolidare i rapporti strategici tra i due Paesi. “Iniziative come questa”, ha detto Giuseppe Cossiga, presidente di Aiad, “sono fondamentali per promuovere un dialogo strutturato e concreto tra industria e istituzioni, favorendo cooperazione, innovazione e partenariati industriali di lungo periodo”.

Italia-India, un allineamento industriale oltre che politico

L’India sta riscrivendo le regole del proprio approvvigionamento della difesa. Dopo decenni di dipendenza russa, Nuova Delhi cerca partner capaci di trasferire tecnologia e costruire filiere produttive locali, non semplici fornitori di sistemi finiti. Le imprese italiane del settore, specializzate, agili e presenti nelle nicchie tecnologiche più rilevanti, sono in una posizione oggettivamente favorevole

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