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Il problema del mercato del lavoro italiano è uno dei più difficili da risolvere perché dipende da un complesso di concause. Risolverne solo una non cambia probabilmente la situazione. Il dato di partenza fa impressione. Negli ultimi 30 anni i salari sono aumentati di più del 200% nei paesi baltici, del 100% in Polonia ma anche del 40% nel Regno Unito e di circa il 25% in Francia e Germania. Noi siamo il fanalino di coda in Europa con un misero 0,48%. Tra i motivi la bassa produttività totale dei fattori (del nostro sistema produttivo) causata dall’inefficienza dei servizi, il costo elevato dell’energia, i costi della burocrazia.

C’è poi il problema della struttura dimensionale e del posizionamento delle nostre imprese nelle filiere e nella catena del valore. Avendo una maggioranza di piccole e medie imprese contoterziste o comunque non leader di filiera la competizione per servire le imprese leader è molto serrata ed è difficile avere margini per alzare il costo del lavoro. Su tutto domina la tendenza di globalizzazione e progresso tecnologico che creano ed amplificano differenziali salariali per qualifica spingendo i lavoratori poco specializzati dei paesi ad alto reddito come il nostro (lo siamo comunque se confrontati a tutti i paesi poveri o emergenti) verso il basso per via della concorrenza del lavoro poco specializzato in paesi a basso reddito che ha esigenze e salari di riserva più bassi.

Intervenire in una situazione del genere è molto difficile e chi vi dice di avere la bacchetta magica vi inganna. I bonus come quelli proposti dal governo in occasione del provvedimento del primo maggio (agevolazioni fiscali per chi assume giovani o donne disoccupate da lungo termine) sono piccole misure che non possono risolvere il problema. Anche ricette bandiera di cui si parla molto come il salario minimo devono dimostrare di essere a prova di globalizzazione. Tutto ciò che alza il costo del lavoro in un solo paese in un’impresa esposta alla concorrenza globale e con l’opzione di delocalizzazione rischia di avere il risultato paradossale di far perdere produzione e lavoro ad un territorio a favore di un paese dove i costi del lavoro sono più bassi.

Ci sono però settori come logistica, vigilanza, e consegne a domicilio dove le attività sono per definizione non delocalizzabili e si potrebbe iniziare a sperimentare il salario minimo. Prendendo esempio da altri paesi come la Spagna e il Regno Unito o addirittura da singole città come New York.
Sarebbe poi straordinario se imparassimo ad usare il nostro voto col portafoglio. Il “potere forte” dei mercati globali sono i consumatori e se tutti da domani premiassimo le aziende migliori non solo in termini di qualità del prodotto ma anche di dignità e tutela del lavoro il mondo cambierebbe e le aziende dovrebbero seguire i nostri desiderata.

Cominciando dal voto col portafoglio degli acquisti pubblici con appalti in cui vengano rafforzati i criteri minimi ambientali e sociali. Il primo maggio, lo dico da tempo, dovrebbe diventare un luogo di sperimentazione nel coordinarci in questa direzione. Ed è infatti un’occasione unica nella quale i sensibili al tema si aggregano. Quanto sarebbe bello, invece di sentire soltanto i soliti discorsi e buona musica, anche un gesto concreto che indica una direzione di acquisto responsabile e crea una nuova tendenza sui mercati. E convince i cittadini che se ci coordiniamo e ci organizziamo siamo una forza straordinaria che può cambiare dal basso le cose. Sì perché non solo la storia, come ci ricorda De Gregori in una bellissima canzone, ma anche il mercato siamo noi.

Cosa serve davvero al mercato del lavoro. Scrive Becchetti

Quanto sarebbe bello, invece di sentire soltanto i soliti discorsi e buona musica, anche un gesto concreto che indica una direzione di acquisto responsabile e crea una nuova tendenza sui mercati. E convince i cittadini che se ci coordiniamo e ci organizziamo siamo una forza straordinaria che può cambiare dal basso le cose. Sì perché non solo la storia, come ci ricorda De Gregori in una bellissima canzone, ma anche il mercato siamo noi. La riflessione di Leonardo Becchetti

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