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Il professor Challenger (Wallace Beery: inizialmente sopra le righe), durante una conferenza a Londra sostiene che i dinosauri esistono ancora, non sono estinti, ma viene sonoramente fischiato e deriso. Sfida allora il pubblico, accettando dei volontari, pronti a seguirlo in Amazzonia, dove potrà dimostrare la veridicità delle sue teorie. Si fanno avanti un entomologo, il professor Summerlee (Arthur Hoyt, fratello del regista, insicuro al momento giusto), un rispettabile Lord, esperto e noto cacciatore, Sir Roxton (Lewis Stone: impeccabile il suo tipico British aplomb, alla Ernst Lubitsch), e il giovane pimpante giornalista Edward Malone (il belloccio Lloyd Hughes, con il ricciolino sulla fronte come andava di moda allora – ma anche oggi), il quale convince il suo giornale, il «London Record Journal», a finanziare la spedizione, in cambio di articoli che egli scriverà in esclusiva, su quel viaggio. Si aggiunge al gruppo di Challenger, Paula (Bessie Love: delicata ma talvolta distratta nella recitazione), la figlia del collega professor White, rimasto intrappolato in Amazzonia.

Questo il prologo di Il mondo perduto (The Lost World, 1925) diretto da Harry O. Hoyt (1885-1961), tratto dal romanzo di Conan Doyle (colui che inventò Sherlock Holmes), The Lost World, pubblicato nel 1912, quando vi era un forte ritorno verso lo studio della paleontologia interessata alla riscoperta del mondo scomparso dei dinosauri. Il film è ambientato al tempo della sua realizzazione, ossia negli anni Venti.

Dopo la scena della conferenza, la preparazione della spedizione a casa del professor Challenger, e un breve schematico disegno animato che mostra la silhouette di una nave su una carta geografica mentre attraversa l’Oceano Atlantico e approda sulla costa occidentale del Sud America, eccoci con il gruppo ai piedi di un lago (sta per il Rio delle Amazzoni).

Ora il gruppo di esploratori, diretti all’interno della foresta fluviale, osserva stupito il paesaggio, la flora e la fauna, in attesa di incontrare gli eventuali dinosauri, cui il giornalista Malon, nel suo primo pezzo battuto, non pare crederci troppo.

Nel frattempo germogliano timidi sguardi e attenzioni, ricambiati, tra Paula e Edward Malone, che generano gelosia nell’attempato, educato, ma fortemente e vanamente invaghito di Paula, Lord Roxton (il personaggio di Paula non è presente nel romanzo di Doyle: inserito per esigenze di cast e commerciali).

Il mondo perduto alterna, dunque, più tracce narrative: la vita dei brontosauri  (“sono solo erbivori”, rassicura Challenger, appena ne incontrano uno gigante, intento a sradicare alberelli e divorarseli placidamente), osservati con stupore e paura dal gruppo; la loro ricerca dello scomparso professor White; agli articoli che Malone scrive con la sua portatile ultimo modello; l’inizio di una relazione sentimentale tra Malone e Paula; i pericoli che la fitta vegetazione amazzonica cela (tigri ruggenti tra il fogliame, lunghi serpenti penzolanti su rami), incluso uno scimpanzé ostile al gruppo, sin dai primi momenti (gli rotola un masso sulle tende dell’accampamento: è in realtà l’attore Bull Montana: si sottoponeva a cinque ore di trucco al giorno).

Durante i sopralluoghi, il gruppo è testimone di più di una lotta tra i dinosauri: per esempio quello di un allosauro carnivoro mentre abbatte a morsi, senza complimenti, un brontosauro.

All’interno dell’altopiano sir Roxton rinviene in una grotta, accanto a delle ossa umane, un orologio da taschino, all’interno del quale c’è la foto di Paula: era l’orologio di suo padre. Sir Roxton si avvicina a Paula, dall’espressione vagamente intristita (purtroppo, qui Bessie Love recita come una saponetta), facendole capire d’esser pronto a consolarla, magari ad amarla. Ma ella, dopo un precedente bacio appassionato con Edward, si raffredda anche con questi: non intende infrangere il fidanzamento del giovane con la sua Gladys che lo attende in Inghilterra.

Nel frattempo il gruppo rimane isolato su un altopiano: un brontosauro ha fatto cadere nel vuoto il tronco-ponte sistemato dagli stessi esploratori. Fortunatamente, i due portatori rimasti alla base, costruiscono una scala di corda, che la piccola scimmia Jocko, ammaestrata da Paula, con lo spago legato al suo collo, collegato alla medesima scala, trasporterà in alto, fino ad una “finestra” sulla parete rocciosa dell’altopiano, dove sono scesi gli esploratori.

Il gruppo rientra a Londra. Porta con sé un brontosauro, precipitato durante una lotta contro un allosauro in uno stagno, e poi catturato e posto in una gigantesca gabbia, grazie all’aiuto di alcuni Ranger  brasiliani di pattuglia sul Rio Grande, come chiesto da Challenger.

Challenger, convocata una gigantesca conferenza, ora sfida il pubblico cui annunzia che mostrerà “le prove” di dinosauri ancora viventi. Tutti i presenti, naturalmente, fischiano e sghignazzano, e siccome “le prove” tardano, iniziano a lanciare oggetti verso il relatore.

Egli sta attendendo una telefonata dal porto che confermi lo scarico del gigante “lucertolone”. La telefonata da parte di Edward arriva, ma è una brutta notizia: la gabbia, deposta con troppa forza sulla banchina, si è aperta e il brontosauro è fuggito per la città.  Ora deambula molto innervosito dai pedoni, dal traffico, per il centro di Londra (questa geniale coda narrativa, immediatamente cult, non è presente nell’ipotesto di Doyle).

Eccoci a scene terrificanti con i passanti terrorizzati dal lucertolone che, muovendosi per le ampie strade butta giù monumenti, demolisce porzioni di palazzi, sino a far crollare, sotto il suo peso, lo storico Tower Bridge, finire nel Tamigi e, nuotando, guadagnare l’oceano.

The Lost World passò alla storia per l’uso dei modellini raffiguranti i dinosauri, ripresi con la tecnica dell’animazione a passo uno. Per poter fondere i personaggi veri (gli attori) con lo scenario preistorico popolato dai giganti animali in movimento, Hoyt ricorse alla “tecnica del trasparente”: ossia gli attori recitavano davanti ad uno schermo sul quale venivano proiettate le sequenze precedentemente riprese dei dinosauri in movimento o in lotta tra di loro (il primo a introdurre il trucco del trasparente, fu Edwin S. Porter in The Great Train Robbery, 1903).

Oggi The  Lost World è considerato dagli storici del cinema il “nonno” di Jurassic Park (id., 1993) di Steven Spielberg e, al contempo, l’anticipatore di King Kong (1933), di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack), tramite la figura dello scimpanzé umanizzato.

Il film ancora oggi mantiene un ritmo sostenuto grazie a un montaggio “stretto”, tra primi piani dei dinosauri, dallo sguardo torvo, che digrignano le loro mostruose mandibole ornate da orripilanti denti a sega, i primissimi piani da innocente adolescente di Bessie Love, “gentilmente” spaventata, e i campi lunghissimi (finanche per scene di azione: si veda l’attraversamento dei cinque esploratori di un precipizio, barcollanti, su un albero abbattuto e posto a mo’ di passerella: autentica suspense).

Naturalmente, il pubblico di allora, non ancora smaliziato nello smascherare i trucchi cinematografici, rimaneva incollato davanti ai (modellini dei) dinosauri. Infatti, The Lost World, uscito in USA nella primavera del 1925, poi distribuito in Europa durante l’anno (da Londra a Parigi, da Berlino a Vienna a Milano), in alcune sale rimase in proiezione sino a Natale.

E vennero, a Natale, anche i dinosauri. Il mondo perduto raccontato da Ciccotti

Compie cento anni «The Lost World» («Il Mondo perduto», 1925, Harry O. Hoyt), primo film sui dinosauri, tratto dal noto romanzo di Conan Doyle. Uscito in Usa nel marzo del 1925, fu proiettato in Europa sino al Natale del 1925. Per la prima volta il pubblico vedeva dei dinosauri muoversi sullo schermo, e un brontosauro, fuggito dalla sua gabbia, scorrazzare per Londra, distruggendo palazzi e terrificando i passanti

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