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Il rinvio di circa un mese della visita ufficiale di Donald Trump in Cina, formalmente giustificato dalla necessità di gestire l’escalation della crisi iraniana, non ha prodotto reazioni di particolare preoccupazione a Pechino. Al contrario, le autorità cinesi sembrano aver interpretato la decisione come un elemento gestibile, mantenendo aperti i canali di comunicazione con Washington e proseguendo i contatti preparatori su dossier economici chiave, tra cui commercio, agricoltura, terre rare e investimenti.

Più che un segnale di crisi diplomatica, il rinvio appare quindi come una finestra di opportunità che consente a entrambe le parti di guadagnare tempo per strutturare un incontro che, fino a questo momento, era privo di una chiara architettura negoziale e di risultati concreti predefiniti. Dal punto di vista cinese, l’obiettivo principale resta quello di prolungare il clima relativamente cooperativo emerso dall’accordo di Busan dell’ottobre 2025, che ha sancito la sospensione delle principali tariffe americane fino a novembre 2026. Tuttavia, il contesto pre-summit è segnato da un ritorno significativo della competizione. La recente decisione della Corte suprema degli Stati Uniti, che ha ristretto l’uso di strumenti tariffari emergenziali, ha infatti spinto Washington a riattivare strumenti alternativi, in particolare la leva investigativa e sanzionatoria.

Nel marzo 2026 l’Ufficio del rappresentante al Commercio degli Stati Uniti (Ustr) ha avviato nuove indagini (Section 301) su due fronti sensibili: da un lato la sovracapacità strutturale in diversi settori manifatturieri, dall’altro i presunti fallimenti cinesi nel contrasto al lavoro forzato. Le audizioni, previste tra fine aprile e inizio maggio, segnalano chiaramente una volontà di escalation controllata. Pechino ha risposto in modo speculare, avviando indagini “reciproche” su pratiche statunitensi ritenute distorsive per le catene globali e per lo sviluppo dei cosiddetti “green products”.

Questo ritorno alla Section 301 segna un passaggio qualitativo nella strategia americana. A differenza dei dazi emergenziali, immediati e politicamente visibili, la 301 opera attraverso indagini formali che costruiscono un dossier giuridico sulle pratiche ritenute scorrette. Tuttavia, rispetto agli strumenti sviluppati di recente dalla Ue – come il Foreign subsidies regulation o le misure anti-sussidi – la 301 mantiene una natura molto più flessibile e politicamente orientata. Se gli strumenti della Commissione europea sono generalmente vincolati a procedure tecniche e al rispetto delle regole Wto, la Section 301 è concepita come uno strumento di competizione strategica, capace di operare anche oltre gli stretti del diritto commerciale. Gli ambiti di applicazione sono ampi e rivelano la portata sistemica di questa leva. Nel settore tecnologico Washington può colpire la sovracapacità cinese nei semiconduttori maturi, rallentando la diffusione globale di chip a basso costo. Nel campo della green economy, può contestare i sussidi statali a pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, limitando l’accesso delle imprese cinesi ai mercati occidentali. Nella logistica e nella cantieristica, può intervenire contro pratiche di dumping, mentre sul piano dei diritti del lavoro le indagini sul lavoro forzato – in particolare nello Xinjiang – possono giustificare restrizioni su intere filiere produttive. In questo senso, la Section 301 non è semplicemente uno strumento commerciale: diventa il perno di una strategia geoeconomica più ampia. Questa impostazione trova una chiara formulazione nella National security strategy dell’amministrazione Trump, che lega esplicitamente sicurezza nazionale e politica economica.

Il confronto con la Cina viene interpretato non solo come una disputa commerciale, ma come parte di una più ampia correzione degli squilibri globali. Secondo questa lettura, gli Stati Uniti – grazie all’apertura dei loro mercati finanziari – hanno assorbito eccessi di risparmio internazionali che hanno rafforzato il dollaro, indebolito la base industriale e distorto l’allocazione del credito. Al contrario, economie in surplus come la Cina avrebbero sfruttato queste dinamiche per consolidare la propria potenza manifatturiera attraverso politiche industriali mirate.

Per Washington l’obiettivo è intervenire sugli squilibri commerciali e, al tempo stesso, rafforzare la propria base industriale nelle filiere strategiche, come minerali critici e semiconduttori, anche in risposta a pressioni politiche interne legate a occupazione e manifattura. Pechino mira invece a preservare l’accesso al mercato statunitense e a mantenere elevata la propria attrattività per gli investimenti esteri. Da queste priorità divergenti discendono approcci negoziali differenti: gli Stati Uniti spingono per un riequilibrio concreto, fondato su acquisti mirati, maggiore apertura del mercato e strumenti coercitivi sempre disponibili, mentre la Cina punta a rimuovere le misure unilaterali e difendere il proprio modello industriale, privilegiando una soluzione basata sul dialogo.

Per Pechino, nel breve periodo queste misure aumentano i costi di accesso ai mercati occidentali e comprimono i margini delle imprese esportatrici; nel medio e lungo periodo puntano invece a ridisegnare le catene globali del valore. Colpendo settori-chiave, gli Stati Uniti incentivano il reshoring industriale o il friend-shoring verso Paesi alleati come Vietnam, India e Messico, riducendo la centralità della Cina. Parallelamente, la pressione su tecnologie e standard spinge verso una frammentazione dell’economia globale in blocchi parzialmente separati. La Section 301 si presenta dunque di fatto come uno strumento strategico mirato a rallentare l’ascesa industriale cinese senza tuttavia ricorrere a un confronto militare diretto e dai costi incalcolabili. A Pechino la leadership del partito riconosce sempre più chiaramente che gli ampi surplus commerciali sono all’origine di molte tensioni globali, e nel 2026 il linguaggio ufficiale è diventato più esplicito nel promuovere un riequilibrio degli scambi e un aumento delle importazioni. Economisti influenti come Wang Xiaolu sottolineano come il modello di crescita cinese – troppo incentrato su export e investimenti pubblici – abbia generato distorsioni strutturali, tra cui sovracapacità, debito e debolezza della domanda interna.

Da qui la proposta di un cambio di paradigma, orientato a rilanciare i consumi e rafforzare il welfare. Tuttavia, come osserva Wang Zichen, vice segretario del Center for China and globalization (Ccg), questo aggiustamento non può essere rapido. Le dinamiche commerciali sono guidate da imprese che rispondono a incentivi di mercato, non a comandi diretti dello Stato. Di conseguenza, né un’improvvisa espansione delle importazioni né una rapida compressione delle esportazioni sono realistiche. Pechino ha compreso il problema, ma le frizioni commerciali sono destinate a persistere, e potrebbero persino intensificarsi nel breve periodo. In questo quadro, l’Europa si trova in una posizione particolarmente delicata. La strategia americana basata sulla Section 301 e la risposta cinese stanno infatti riorganizzando le catene globali del valore in cui le economie europee sono profondamente integrate. Tre effetti principali emergono con chiarezza. Il primo è il rischio di trade diversion: i dazi Usa spingono le esportazioni cinesi verso il mercato europeo, aumentando la pressione competitiva in settori già caratterizzati da sovracapacità, come l’automotive elettrico o il fotovoltaico. Il secondo è la crescente pressione politica e normativa da parte americana per allinearsi alle restrizioni su tecnologia, investimenti e supply chain, riducendo lo spazio di autonomia strategica europea. Il terzo è la frammentazione del commercio globale, che rischia di collocare l’Europa tra due blocchi, con accesso limitato sia al mercato americano sia a quello cinese.

Come abbiamo sottolineato in una lunga analisi scritta per Engelsberg Ideas insieme a Michael Pettis, l’Europa si configura oggi come l’attore più esposto agli squilibri globali generati dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, con il rischio concreto di trasformarsi in un “assorbitore passivo” dei surplus esterni, con conseguenze che possono tradursi in de-industrializzazione, aumento del debito e tensioni sociali. Questa diagnosi trova ulteriore conferma in un recente rapporto elaborato da consulenti economici del governo francese, The Chinese steamroller: Quantifying the systemic threat to Europe’s industrial base, che mette in luce l’inadeguatezza degli strumenti tradizionali europei di fronte alla natura ormai sistemica della sfida cinese e richiama con forza la necessità di un cambio di paradigma: da un lato, un deciso rafforzamento della protezione commerciale – fino all’ipotesi di una tariffa generalizzata intorno al 30% verso la Cina o, in alternativa, una significativa svalutazione dell’euro – dall’altro, una strategia più ampia fondata su “preferenza europea”, investimenti e riforme volte ad accrescere la produttività, accompagnata dalla costruzione di un potere negoziale credibile basato sulla capacità dell’Unione di condizionare l’accesso al proprio mercato.

Da tempo si moltiplicano le voci che invocano un deciso cambio di passo, capace di dotare l’Europa della governance necessaria per avviare un processo di rigenerazione. Finora, né la sfida militare posta dalla Russia in Ucraina né quella industriale rappresentata dalla Cina sono riuscite a produrre una trasformazione in questa direzione. In molti guardano ora alle politiche dell’amministrazione Trump, nella speranza che possano almeno su questo fronte esercitare una spinta realmente efficace.

Formiche 223

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