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La relazione annuale sulle missioni internazionali conferma la centralità del Mediterraneo allargato nella politica estera e di difesa italiana, insieme alla crescita delle operazioni bilaterali. Restano però aperte questioni politiche, operative e procedurali, dalla situazione in Libia e nel Sahel al futuro della presenza italiana in Medio Oriente. Airpress ne ha parlato con Fabrizio Coticchia, professore di Scienza politica all’Università degli Studi di Genova.

Qual è il quadro complessivo delle missioni internazionali italiane previsto dal nuovo piano?

Il governo ha presentato a maggio due documenti, uno dedicato alle nuove missioni e uno relativo al rinnovo di quelle già in corso. Le novità sono tre. Si tratta di due missioni militari bilaterali, una in Iraq e una in Somalia, e di una missione della Guardia di Finanza in Tunisia. Nel complesso si arriva a circa quaranta missioni, ventisei delle quali multilaterali. Tredici si svolgono nell’ambito dell’Unione europea, nove della Nato e quattro delle Nazioni Unite. A queste si aggiungono circa quattordici missioni bilaterali.

Il dato più significativo è proprio la crescita delle operazioni bilaterali rispetto alla tradizione delle missioni militari italiane. Si tratta di un numero elevato, che segnala un’evoluzione dello strumento impiegato dall’Italia all’estero. In media sono dislocate circa 7.500 unità, con una consistenza massima autorizzata superiore alle 11mila.

Resta inoltre il problema dei tempi parlamentari. La discussione e l’approvazione avvengono ancora una volta a luglio, quando le missioni sono operative dall’inizio dell’anno. È una criticità riconosciuta da tutte le forze politiche e dallo stesso ministro della Difesa. Il governo sostiene di essere pronto già a dicembre, ma l’iter tecnico e amministrativo determina uno slittamento. È un problema che si trascina da anni e che non è stato risolto neppure dopo la legge quadro del 2016 e le successive modifiche.

Come funziona il nuovo sistema di approvazione delle missioni e quali conseguenze produce sul voto parlamentare?

La riforma più recente ha previsto l’accorpamento di più missioni presenti nella stessa area geografica all’interno di una singola scheda. Questa soluzione garantisce una maggiore flessibilità, perché permette di spostare uomini e mezzi tra operazioni collocate nello stesso teatro. In presenza di una nuova esigenza operativa, per esempio nell’area dello Stretto di Hormuz, il governo potrebbe tornare in Parlamento e ottenere in tempi rapidi l’autorizzazione a utilizzare assetti già inseriti in quella cornice geografica.

L’accorpamento, però, può creare anche confusione politica. Nella stessa scheda possono essere comprese missioni con caratteristiche e finalità differenti, sulle quali i partiti avrebbero orientamenti diversi. Il caso della Libia è indicativo. Le forze politiche possono sostenere una missione e contestarne un’altra, pur essendo entrambe comprese nello stesso documento.

In generale, le ricerche sul comportamento parlamentare mostrano che il voto sulle missioni segue soprattutto la collocazione politica. I partiti di governo tendono a sostenerle, mentre quelli di opposizione sono generalmente più critici. Esiste anche una componente ideologica. Le forze più a sinistra esprimono una maggiore opposizione, il sostegno cresce avvicinandosi al centro e può diminuire nuovamente in alcune componenti della destra. Nonostante queste differenze, la maggior parte delle missioni continua a ricevere un consenso parlamentare ampio.

Quali sono le operazioni sulle quali si concentrano le principali differenze tra i partiti?

Le missioni più controverse restano quelle legate alla Libia, alla Tunisia e al Sahel. L’assistenza alla Guardia costiera libica continua a essere criticata a causa delle violazioni dei diritti umani e delle vicende emerse negli ultimi anni. Anche la nuova missione della Guardia di Finanza in Tunisia ha incontrato l’opposizione di una parte del centrosinistra. La contestazione riguarda la crisi democratica attraversata dal Paese e il rischio di replicare un modello simile a quello libico, sostenendo le forze locali senza affrontare adeguatamente le condizioni politiche e istituzionali.

Il Partito Democratico non autorizza la missione relativa alla Guardia costiera libica e quella in Tunisia. Il Movimento 5 Stelle assume una posizione più critica e aggiunge ulteriori riserve, per esempio sull’addestramento in Ucraina.

Nel Sahel, il caso più rilevante è quello del Niger. L’Italia è rimasta l’unico attore occidentale presente nel Paese, nonostante il colpo di Stato e il mancato riconoscimento del governo. Una situazione problematica riguarda anche il Burkina Faso, dove una missione viene autorizzata da diversi anni senza essere stata effettivamente avviata, perché non esistono le condizioni operative necessarie.

L’opposizione richiama i problemi di democrazia, legittimità politica e tutela dei diritti umani. Il governo riconosce queste criticità, ma sostiene che abbandonare completamente tali aree ridurrebbe la capacità italiana di esercitare un’influenza e lascerebbe maggiore spazio ad attori come Russia e Cina. Il confronto riguarda quindi il rapporto tra valori, interessi strategici e possibilità concreta di mantenere una presenza.

Quali aree geografiche sono considerate prioritarie e quali questioni restano aperte in Medio Oriente?

Il Mediterraneo allargato si conferma come la principale area strategica per l’Italia. È una definizione che comprende non soltanto il Mediterraneo in senso stretto, ma anche il Medio Oriente, il Corno d’Africa e parte del Sahel. Seguono i Balcani, dove l’Italia mantiene missioni numericamente e politicamente importanti.

In Medio Oriente restano aperti diversi dossier. Il primo riguarda il Libano. La missione Unifil dovrebbe terminare alla fine dell’anno e si è già iniziato a discutere della disponibilità dell’Italia e della Francia a guidare una possibile nuova missione. Unifil è stata negli ultimi anni una delle operazioni maggiormente sostenute dal Parlamento italiano, con un consenso che ha coinvolto anche le forze tradizionalmente più critiche verso l’impiego militare all’estero.

Un secondo tema riguarda l’Iraq. La nuova missione bilaterale prevede circa duecento unità e avrebbe compiti legati soprattutto all’addestramento delle forze locali. Una parte del centrosinistra ha però sollevato dubbi sulla sua opportunità, considerando che le missioni già presenti nel Paese, quella contro l’Isis e quella della Nato, sono al momento condizionate dalla situazione di conflitto regionale. La domanda posta nel dibattito è quale funzione aggiuntiva possa svolgere una terza missione in un contesto nel quale le operazioni esistenti incontrano già forti difficoltà.

Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, esiste una disponibilità politica generale a valutare una presenza italiana. Il centrosinistra chiede però che l’operazione sia inserita in una cornice multilaterale. Potrebbe invece trattarsi di una missione promossa da una coalizione di Paesi e non direttamente dall’Unione europea. In quel caso potrebbe essere collegata alla scheda geografica che già comprende operazioni navali come Aspides e Atalanta. Rimarrebbe comunque da chiarire quali assetti impiegare e da quali missioni verrebbero eventualmente trasferiti.

Qual è il rapporto tra gli impegni internazionali e l’impiego dei militari sul territorio nazionale?

Un elemento da non trascurare è che l’operazione Strade Sicure continua a impiegare più militari delle singole missioni internazionali. Si tratta di uno sforzo molto rilevante in termini di personale e, nel lungo periodo, difficilmente sostenibile. L’impiego dei militari in compiti che potrebbero essere svolti dalle forze di polizia sottrae unità alle attività proprie delle Forze armate e produce conseguenze sull’addestramento e sul morale.

Una parte consistente degli esperti ritiene che l’operazione dovrebbe essere superata o profondamente modificata. Anche esponenti del centrodestra e del centrosinistra hanno espresso posizioni favorevoli a una revisione. Era stata valutata, per esempio, l’ipotesi di sostituire progressivamente i militari con personale dell’Arma dei Carabinieri, ma la proposta ha incontrato resistenze politiche.

Il problema è che Strade Sicure gode di un consenso molto elevato tra i cittadini e anche tra gli amministratori locali, sia di destra sia di sinistra. La presenza visibile dei militari viene percepita positivamente ed è considerata economicamente conveniente rispetto a un maggiore impiego delle forze di polizia. Questo rende politicamente difficile intervenire, anche quando le analisi mostrano i limiti operativi della missione.

Più in generale, il dibattito pubblico sulle missioni e sull’impiego delle Forze armate rimane molto limitato rispetto alla rilevanza delle decisioni assunte. Si parla poco di scelte che riguardano la politica estera, la sicurezza, l’allocazione delle risorse e il ruolo internazionale dell’Italia.

Le missioni italiane crescono, ma restano aperti i nodi politici e operativi. Parla Coticchia

Il nuovo piano sulle missioni internazionali conferma il Mediterraneo allargato come principale area strategica per l’Italia e segnala la crescita delle operazioni bilaterali, accanto a quelle Nato, Ue e Onu. Fabrizio Coticchia evidenzia diversi nodi ancora aperti, dai ritardi dell’iter parlamentare alle missioni controverse in Libia, Tunisia e Sahel, fino al futuro della presenza italiana in Libano, Iraq e nello Stretto di Hormuz

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