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In ogni capitale esiste un calendario parallelo a quello ufficiale. È fatto di feste nazionali, ricevimenti per la visita di un viceministro, presentazioni di libri nei saloni di rappresentanza, concerti e vernissage. Roma ne è forse la capitale mondiale, perché ospita tre corpi diplomatici: quello accreditato presso la Repubblica, quello presso la Santa Sede e quello presso le agenzie delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Attorno ai vassoi di finger food si muove una fauna riconoscibile.

Ci sono diplomatici, funzionari, parlamentari in carica ed ex, consulenti, imprenditori con interessi all’estero, giornalisti, docenti, presidenti di associazioni di amicizia e qualche faccendiere. Quasi tutti sono lì per ragioni legittime, e quasi tutti per le stesse: vedere ed essere visti, raccogliere voci, coltivare rapporti.

L’inchiesta pubblicata dal Riformista sul personale dell’ambasciata russa di via Gaeta ha il merito di ricordare che dietro questa normalità può esserci altro. L’espulsione a luglio dell’addetto navale e del suo vice, entrambi riconducibili al Gru, dopo l’indagine della Procura di Roma che ha portato all’arresto di due ex appartenenti ai nostri Servizi, è il punto documentato da cui partire. Ma i nomi non bastano. Per capire bisogna guardare al meccanismo.

Il primo equivoco da sgombrare è che al ricevimento si rubino segreti. Non accade quasi mai. Il ricevimento è un vivaio, il luogo della selezione. L’ufficiale d’intelligence sotto copertura diplomatica osserva e ascolta. Capisce chi ha accesso a informazioni utili e chi, tra questi, presenta un punto di leva: la vanità, una frustrazione professionale, un bisogno economico, un risentimento verso la propria amministrazione.

Poi viene il resto, con pazienza: il pranzo a due, l’invito a un evento culturale, il piccolo favore, la richiesta innocua di un documento pubblico ma difficile da reperire, o di un parere. Da lì nasce l’abitudine. Il caso Biot, nel 2021, mostrò la fine della catena, con la consegna di documenti classificati in un parcheggio. L’inizio è sempre sociale. Il rapporto che all’ospite appare personale, per chi lo coltiva è funzionale fin dal primo giorno. A volte resta una fonte aperta qualificata, utile per leggere il clima di un ministero o di un’azienda. Altre volte è un investimento che matura in anni.

C’è poi un’abilità che chiunque frequenti questi circuiti per mestiere deve possedere, da una parte e dall’altra: separare la chiacchiera dalla notizia. Il pettegolezzo sul sottosegretario o l’indiscrezione sulla nomina sono il rumore di fondo. Il dato vero, quando c’è, arriva di rado, spesso di sbieco, e va riconosciuto e incrociato. È un lavoro legittimo.

La Convenzione di Vienna attribuisce espressamente alla missione diplomatica il compito di informarsi con ogni mezzo lecito sulle condizioni e sugli sviluppi dello Stato ospitante e di riferirne al proprio governo. Lo fanno i russi a Roma e lo fanno i nostri addetti a Mosca. La linea si supera quando si cercano informazioni classificate, quando si recluta, quando si preparano azioni ostili. È lì che la diplomazia diventa copertura.

Il secondo punto è meno noto al grande pubblico. Tra i professionisti ci si conosce. In ogni capitale i servizi di sicurezza sanno, con ragionevole approssimazione, quali addetti culturali, secondi segretari o addetti commerciali siano in realtà impegnati in altro. È un elenco che non si pubblica, costruito in anni di osservazione. Per questo le espulsioni non sono mai casuali. Quando un governo dichiara persona non grata un diplomatico, di solito sa esattamente chi si nasconde dietro quell’incarico e a quale servizio risponde.

La decisione arriva quando un’indagine rende l’attività non più tollerabile o quando serve un segnale politico. Ed è reciproca, per definizione: all’espulsione segue di norma la risposta speculare, e i nostri a Mosca sono osservati con la stessa attenzione. È un gioco a carte in buona parte scoperte, con regole non scritte che entrambe le parti conoscono.

Proprio perché ci si conosce, il circuito funziona anche al contrario. Il ricevimento non è solo il luogo dove si raccoglie, ma quello dove si semina. Ci si può servire di un’indiscrezione lasciata cadere con apparente leggerezza davanti alla persona giusta, o di una confidenza sussurrata a un consulente o a un giornalista che la riporterà come frutto della propria sensibilità. Oppure di un documento fatto trovare al momento opportuno.

La scuola sovietica le chiamava misure attive, e il principio è semplice: la notizia più credibile è quella che il destinatario crede di aver scoperto da sé. Il percorso è noto. La voce nasce a un buffet, diventa un retroscena, poi un articolo, viene amplificata in rete e approda in una dichiarazione politica. A quel punto nessuno ricorda più da dove sia partita, e la sua origine è stata di fatto ripulita.

Lo stesso meccanismo alimenta le false flag. Attribuire un’azione ostile a un altro attore, suggerire che un sabotaggio sia opera di un gruppo interno o di un Paese terzo, orientare i sospetti lontano da chi li merita: sono operazioni che richiedono canali ritenuti affidabili, e i rapporti coltivati negli anni lo sono. Non tutte le notizie false sono inventate di sana pianta.

Le più efficaci mescolano elementi veri e verificabili con un solo tassello falso, quello che conta. Anche qui la partita è reciproca. I servizi usano gli stessi canali per far arrivare all’avversario messaggi voluti, per testare una fonte sospetta o per alimentare una pista sbagliata. Talvolta sono i governi stessi a servirsene, per mandare segnali che non possono affidare a una nota ufficiale. Chi ne esce peggio, ancora una volta, è l’ospite inconsapevole, che si ritrova a fare da megafono a una manovra di cui non conosce né l’autore né lo scopo.

Qui sta il paradosso che rende il tema serio. L’asimmetria non è tra i servizi, ma tra i servizi e gli ospiti. L’ufficiale noto al controspionaggio non è noto al manager di un’azienda fornitrice, al consigliere regionale, al ricercatore universitario o al giornalista che scambia con lui due parole sul prossimo contratto. Chi rischia di più è chi non sa di essere osservato come bersaglio, o scelto come canale. E nel nostro Paese la leva più efficace raramente è l’ideologia o il denaro. È l’ego: sentirsi importanti, ricevere attenzione, essere trattati da interlocutori di rango. L’arresto di due ex appartenenti all’intelligence ricorda che nemmeno chi conosce le regole ne è immune.

L’inchiesta allarga il perimetro in una direzione che va presa sul serio: il reclutamento di cittadini dell’Est europeo per possibili sabotaggi, la mappatura delle vulnerabilità delle infrastrutture digitali, l’attenzione ai flussi di visti verso lo spazio Schengen. Anche questo si nutre di relazioni. Sapere chi lavora dove, quale azienda fornisce quale sistema, quale funzionario firma quale autorizzazione è il presupposto di ogni azione ibrida. Molto di questo sapere si raccoglie senza violare alcun segreto, semplicemente ascoltando.

La risposta non può essere smettere di frequentare quei luoghi. La diplomazia vive anche di ricevimenti, e i nostri interessi nazionali passano anche da lì. Serve consapevolezza. Chi ha accesso sensibile, cioè parlamentari, funzionari, dirigenti dell’industria della difesa e delle infrastrutture critiche, ricercatori nei settori tecnologici, dovrebbe ricevere una formazione concreta a riconoscere l’approccio, come avviene da tempo nei Paesi alleati più esposti.

Le procedure di segnalazione dei contatti ripetuti devono essere effettive e non burocratiche. Chi fa informazione dovrebbe porsi, davanti a ogni confidenza raccolta tra un calice e una tartina, la domanda più semplice: perché proprio a me, e perché proprio adesso. E il controspionaggio deve disporre delle risorse per fare ciò che sa fare, cioè osservare con continuità.

Il finger food non è pericoloso. Lo è l’ingenuità di chi lo consuma senza chiedersi perché proprio lui sia stato invitato. Il bicchiere si può accettare, a patto di ricordare che, dall’altra parte, qualcuno sta prendendo appunti. O, peggio, sta dettando.

Le spie del finger food, dietro i buffet dove si coltivano fonti e influenza. Scrive Volpi

Ricevimenti, feste nazionali e circoli culturali sono il luogo dove si seleziona chi verrà coltivato e dove si fanno circolare le notizie che si vogliono far credere. Tra i professionisti ci si conosce: il rischio vero è l’ospite che non sa di essere osservato, o usato. La riflessione di Raffaele Volpi

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