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La giustizia, in una democrazia liberale, non è mai solo una questione tecnica: è un problema di equilibrio tra poteri, di garanzie e di fiducia istituzionale. È dentro questo perimetro che va letto il referendum sulla giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, troppo spesso raccontato come uno scontro pro o contro la magistratura o, più subdolamente, contro il governo di Giorgia Meloni. Una narrazione che, secondo Felice Giuffrè – professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Catania, membro del Csm e presidente della Quinta Commissione – rischia di oscurare il nodo reale: il completamento di un percorso di riforma necessario per riallineare l’assetto del potere giudiziario italiano ai principi delle democrazie costituzionali liberal-democratiche.

Professore, il referendum viene presentato come un giudizio sulla magistratura. È davvero questa la posta in gioco?

Assolutamente no. Non è un referendum pro o contro la magistratura. È uno strumento attraverso il quale possiamo finalmente completare il processo di adeguamento del nostro ordinamento costituzionale, anche sul piano dell’assetto del Potere giudiziario, ai principi liberal-democratici. Il tema non è difendere o colpire qualcuno, ma rendere coerente il sistema e assicurare la migliore garanzia delle libertà e dei diritti fondamentali dei cittadini.

In cosa consiste questa coerenza mancante?

In tutti gli ordinamenti liberal-democratici il processo penale si fonda su un assetto triangolare: un giudice terzo e imparziale, un’accusa e una difesa che si fronteggiano su un piano di parità. Il nostro ordinamento è, invece, minoritario rispetto alle grandi democrazie liberali e ciò perché sono sopravvissuti alcuni elementi di matrice autoritaria. Fino al 1989, infatti, il modello processuale adottato era quello inquisitorio.

Il passaggio al modello accusatorio non ha risolto il problema?

Il codice Vassalli del 1988-89 ha certamente segnato una svolta, introducendo il processo accusatorio. Ma si è determinata una distonia tra l’assetto processuale e quello ordinamentale. Questa frattura ha pesato molto: basti pensare alle sentenze della Corte costituzionale che, all’indomani dell’entrata in vigore del nuovo codice, hanno spesso rallentato o addirittura contraddetto l’applicazione dei principi del nuovo rito accusatorio.

Quando si tenta di ricomporre questa distonia?

Con la revisione costituzionale del 1999, che ha modificato l’articolo 111 della Costituzione, costituzionalizzando il principio del giusto processo. Quell’intervento ha rappresentato un passo decisivo, perché ha riallineato le regole del processo accusatorio al quadro costituzionale. Ma non è stato sufficiente a completare il percorso.

Ed è qui che entra in gioco il tema della separazione delle carriere?

Esattamente. Se si vuole essere coerenti fino in fondo con il modello liberal-democratico, la separazione delle carriere è una conseguenza logica. Pubblica accusa e giudice svolgono funzioni diverse e non possono essere governati dallo stesso organo di governo autonomo, senza creare ambiguità o rischi di condizionamento dei primi sui secondi. Quando sono in gioco le libertà dei cittadini non si può confidare soltanto sulla correttezza individuale del magistrato. Occorre, piuttosto, un assetto ordinamentale del potere giudiziario che valga a rendere quanto più possibile difficili e remoti eventuali abusi. Il caso Tortora appare ancora oggi paradigmatico delle tragedie umane che può determinare un uso distorto o errato dei compiti rimessi alla magistratura.

Due Csm, dunque?

Le soluzioni tecniche potevano essere diverse: un Csm unico con due sezioni oppure due Csm distinti. Il legislatore ha scelto lo sdoppiamento ed è la soluzione più rigorosa e lineare. Ma l’aspetto davvero decisivo mi sembra quello relativo al metodo di selezione dei componenti degli organi di governo autonomo.

Il sorteggio è uno dei punti più contestati. È davvero necessario?

In astratto, il sorteggio non è il migliore dei sistemi possibili. In concreto, però, è l’unico strumento capace di spezzare il meccanismo delle correnti. È una medicina amara, ma necessaria. Continuare a ignorare il problema significherebbe accettare che il sistema resti autoreferenziale. Una parte della magistratura associata percepisce il proprio ruolo come “politico” e vede nel CSM la proiezione istituzionale e rappresentativa di tale vocazione “contro-maggioritaria”. Il Consiglio Superiore non è una terza Camera e occorre tornare a rispettare il principio di separazione dei poteri, cardine dello Stato di diritto.

Nel dibattito circolano molte accuse di voler sottomettere la magistratura al potere politico benché non ci sia traccia di tutto questo all’interno della riforma. Come se lo spiega?

Sono vere e proprie fake news. E, mi permetta di dirlo, non fanno onore a chi le sostiene, soprattutto se provengono da magistrati. La riforma non subordina né la magistratura giudicante né quella requirente al potere politico. Anzi, semmai, qualcuno paventa il rischio opposto.

Quale rischio?

Quello di un’eccessiva autoreferenzialità del pubblico ministero. Oggi la magistratura giudicante è garantita dall’articolo 104 della Costituzione. Il pubblico ministero, invece, trova le sue garanzie nell’articolo 107, quarto comma, che le rimette alla legge ordinaria.

La riforma cosa cambia?

Modificando l’articolo 104, la riforma porta a livello costituzionale l’indipendenza del pubblico ministero, che oggi non è garantita direttamente dalla Costituzione, ma dalle norme dell’ordinamento giudiziario. Si tratta, dunque, di un rafforzamento e non di un indebolimento dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura requirente.

In definitiva, cosa dovrebbero decidere gli elettori il 22 e 23 marzo?

Se vogliamo continuare a convivere con un sistema incompiuto, segnato da contraddizioni storiche, oppure se intendiamo percorrere sino in fondo una scelta liberal-democratica, rendendo coerente l’assetto del potere giudiziario con i principi del giusto processo e di un ordinamento liberale. È una scelta di sistema, non un voto contro qualcuno.

La riforma sulla giustizia rafforza la magistratura e la democrazia. Giuffrè (Csm) spiega come

Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo non è un voto contro la magistratura né un test politico, ma l’occasione per completare una riforma necessaria. In gioco c’è l’allineamento del sistema giudiziario ai principi liberal-democratici: giudice terzo, separazione delle carriere, superamento del correntismo e rafforzamento delle garanzie. Una scelta di sistema, non uno scontro ideologico. Colloquio a tutto campo con Felice Giuffé, costituzionalista e componente del Csm 

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