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Il dado è tratto, la Russia perde ufficialmente un pezzo della sua industria petrolifera. Lukoil, un tempo fiore all’occhiello della potenza energetica russa e seconda azienda nazionale dopo Gazprom, finita nelle sabbie mobili delle sanzioni scattate all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, sta per passare di mano. Quando settimane fa gli Stati Uniti decisero di costringere la compagnia petrolifera a mettere in vendita i suoi asset esteri, a cominciare dalla rete di distribuzione carburanti, era abbastanza chiaro quale fosse il destino. Presto o tardi, qualcuno si sarebbe preso l’infrastruttura di Lukoil, quella fuori dalla Russia almeno: oltre 2 mila stazioni di servizio e notevoli attività di raffinazione, il tutto valutato circa 22 miliardi.

Ma non sarà la big oil americana Chevron a mettere le mani su questo tesoretto. La bandiera è sempre a stelle e strisce, ma il soggetto è diverso. Il gruppo ha infatti formalizzato un accordo preliminare con il fondo di private equity statunitense Carlyle Group per la cessione della maggioranza degli asset esteri. L’intesa, non esclusiva e subordinata al rispetto di specifiche condizioni sospensive, segna come detto poc’anzi il passo più avanzato nel percorso di disimpegno avviato dopo le sanzioni imposte da Washington lo scorso ottobre. Il perimetro dell’operazione include un portafoglio globale di giacimenti di petrolio e gas, reti di distribuzione e due raffinerie nell’Europa orientale, mentre il valore della transazione non è stato reso pubblico.

Nel pacchetto destinato a Carlyle (da Mosca intanto è arrivato un secco no comment) rientrano asset che vanno dall’Iraq al Messico, oltre a infrastrutture downstream in Romania e Bulgaria e alla catena di stazioni di servizio Teboil. Restano invece esclusi gli asset in Kazakistan, compresi i giacimenti di Karachaganak e Tengiz e la partecipazione nel Caspian Pipeline Consortium, snodo chiave per l’export del greggio kazako verso il porto russo di Novorossiysk. La mossa di Lukoil è la diretta conseguenza delle misure restrittive adottate da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea, che hanno colpito la big oil e le sue controllate.

Un primo tentativo di vendita, avviato nei mesi scorsi con il trader di materie prime Gunvor, era naufragato proprio per il mancato via libera delle autorità americane. L’accordo con Carlyle non chiude la porta ad altri potenziali acquirenti. Lukoil ha confermato che le discussioni proseguono anche con Chevron e Quantum Capital. Sullo sfondo resta la strategia della Casa Bianca, guidata da Donald Trump, che punta a comprimere le entrate energetiche di Mosca senza bloccare del tutto i flussi di greggio, per evitare scosse eccessive ai prezzi globali.

Tutto questo mentre, nonostante l’Europa abbia accordato all’Ucraina un prestito di 90 miliardi pur senza ricorrere alla liquidazione coatta degli asset russi congelati, la Federazione sta agendo attraverso il tribunale arbitrale per recuperare i danni causati dal congelamento dei beni russi nell’Unione europea, ha dichiarato, in un’intervista all’agenzia Tass, il direttore del dipartimento per le questioni europee del ministero degli Affari Esteri, Vladislav Maslennikov. “Posso dire che nel dicembre 2025 la Banca di Russia ha presentato una richiesta al tribunale arbitrale della città di Mosca per il risarcimento dei danni causati dall’impossibilità di disporre dei fondi appartenenti allo Stato russo. Il nostro Paese, anche attraverso il ministero degli Affari Esteri, continuerà a perseguire il ritorno dei beni illegalmente detenuti nell’Ue. Bloccando le riserve sovrane russe e gli asset degli investitori privati della Federazione Russa, l’Ue ha violato le norme del diritto internazionale e si è presentata alla comunità mondiale come un partner estremamente inaffidabile. Consideriamo qualsiasi azione illegale nei confronti dei beni russi come un furto, al quale il nostro Paese reagirà in modo adeguato”.

Lukoil addio. Gli Stati Uniti fanno loro la big oil russa

Dopo le avances di Chevron, la compagnia petrolifera e seconda azienda russa per dimensioni e importanza dopo Gazprom raggiunge un accordo con il fondo americano Carlyle, per rilevare 22 miliardi di asset esteri, tra distribuzione e raffinazione. Mosca perde il suo fiore all’occhiello ma porta in tribunale l’Ue sugli asset congelati

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Di Mario Di Giulio

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