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Forza Italia è di nuovo davanti allo specchio. Le parole di Pier Silvio Berlusconi, che ha invitato il partito a cambiare volto e a rinnovarsi, hanno riaperto un dibattito che covava da mesi: come traghettare la creatura politica fondata da suo padre nella stagione del dopo-Berlusconi, tra equilibri di governo, pressioni familiari e una leadership — quella di Antonio Tajani — che oggi coincide più con la diplomazia estera che con la battaglia politica quotidiana. In un centrodestra che evolve in fretta, tra un Ecr in ascesa e una presidente del Consiglio sempre più riconosciuta sul piano internazionale, Formiche.net ha interpellato Lorenzo Castellani, docente alla Luiss e politologo, per capire cosa sta davvero succedendo dentro il partito azzurro, quale ruolo potrà avere la famiglia Berlusconi e come si stanno muovendo le altre forze della coalizione.

Professor Castellani, Pier Silvio Berlusconi ha parlato di “rinnovare” Forza Italia. È un messaggio nuovo?

In realtà no. Il tema del rinnovamento di Forza Italia è una storia lunga: lo sollecitava già Silvio Berlusconi negli ultimi anni. La famiglia è ancora interessata al partito e ne rimane un elemento identitario. L’esortazione di Pier Silvio va letta dentro questa continuità: non è un’idea estemporanea, ma un tema che la famiglia porta avanti da tempo.

Qual è oggi, allora, il ruolo della famiglia Berlusconi nella galassia forzista?

Non c’è un’intenzione di “mettere un Berlusconi in campo”. La leadership la stanno cercando fuori dalla famiglia. Ma, allo stesso tempo, i figli di Berlusconi vogliono indirizzare la linea politica del partito, soprattutto rispetto alla futura leadership. È una posizione di regia, non di protagonismo diretto. Pier Silvio non ha intenzione di scendere in campo, e questa è l’idea prevalente.

E Antonio Tajani? Può ancora essere il perno del partito?

Tajani è impegnato a fare il ministro degli Esteri. È un ruolo che richiede cautela: non può essere un leader particolarmente battagliero. È anche per questo che Forza Italia mantiene toni moderati verso Giorgia Meloni, e questo atteggiamento paga elettoralmente. Ma Tajani ha poche possibilità di gestire il partito in prima persona non perché non ne sia in grado, ma perché la linea prevalente è quella di un disaccoppiamento delle funzioni: quella governativa da un lato e il partito dall’altra. Sarebbe opportuno disaccoppiare i due ruoli: ministro degli Esteri da una parte, guida politica dall’altra.

Quindi serve un nuovo frontman?

Sì, serve una nuova figura che possa guidare il partito e affiancare Tajani, preservandone il ruolo istituzionale. Una voce politica diversa da quella diplomatica, capace di parlare agli elettori. In fondo, la Lega ha già figure come Fedriga o Fontana che possono muoversi con maggiore libertà, al di là del governo. Forza Italia deve attrezzarsi allo stesso modo.

Significa anche un ricambio nei quadri interni?

Esatto. È probabile che si vada verso l’eliminazione di alcuni personaggi troppo legati alla stagione del padre, per allinearsi alla nuova fase voluta dalla famiglia. È un passaggio naturale in ogni transizione politica.

Tajani ha parlato di un possibile avvicinamento tra Ppe ed Ecr in Europa. È davvero uno scenario credibile?

È già in atto. Su molti dossier il Ppe vota più spesso con i conservatori che con i socialisti. In alcuni casi ci sono stati veri e propri cambi di maggioranza. Il tabù verso Ecr è caduto e la prospettiva è quella di una convergenza che assomiglia molto alla formula italiana: unione tra moderati e destra-destra. È un tema discusso apertamente in Francia, in Olanda e non solo. Tajani si sta muovendo dentro questa dinamica.

Nel frattempo Giorgia Meloni riceve il premio Thatcher. Quanto pesa questo riconoscimento?

Molto. Meloni è la leader di Ecr, un gruppo che sta crescendo costantemente. Nessuna destra, però, è davvero la destra della Lady di Ferro: Thatcher è un unicum storico. Ma il premio consolida la leadership di Meloni oltre i confini nazionali. Dopo un governo così duraturo, è fisiologico che sia diventata una figura sovranazionale. Paradossalmente, la sua forza maggiore si vede soprattutto all’estero, più che nel dibattito politico interno.

E la sinistra? Elly Schlein è davvero una leader?

La vera domanda è proprio questa. Una parte del suo stesso partito non la riconosce come leader, e lo stesso vale per alcuni dei suoi potenziali alleati. Il centrosinistra oggi è percepito come una coalizione meno affidabile sulle questioni strategiche — Ucraina ed Europa in primis — da parte dei principali partner internazionali dell’Italia.

È una percezione nuova?

Sì. Storicamente il centrosinistra italiano era considerato solido e affidabile. Oggi, invece, la presenza di Conte, di Avs e le incertezze sulla linea di Schlein minano la credibilità complessiva. È il dramma dei moderati: gli osservatori internazionali hanno capito che i riformisti, in questo quadro, non riescono a incidere davvero.

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