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Da un lato le proteste in Iran raccontano di un Paese e di un regime che potrebbero collassare all’unisono, dall’altro la frustrazione politica si è abbattuta su cittadini e manifestanti sollevando lo segno della comunità internazionale. Al contempo vanno valutati una serie di aspetti interconnessi alle violenze di piazza, come gli equilibri politici nella macro regione, un possibile ampio sfollamento verso la regione curda dell’Iraq, il Tagikistan e l’Afghanistan (tutti bacini potenzialmente interessati a causa dei legami etnici), l’indebolimento totale o parziale del regime di Teheran fino alla possibilità di una nuova stagione politica, ma con la variabile data dalla postura di super players storicamente vicini all’Iran come Cina e Russia (si fa il nome del segretario del supremo Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Larijani).

In un post su X il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha scritto ieri che le perdite civili durante le proteste in Iran “impongono una risposta chiara”. Per questa ragione proporrà a Bruxelles l’inclusione dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche, accanto a sanzioni individuali contro i responsabili. Subito ha incassato il sostegno del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, che ha colto l’occasione per chiedere “nuovamente all’Ue di prendere la decisione morale necessaria di designare le Guardie Rivoluzionarie dell’Iran come organizzazione terroristica”. Le proteste scoppiate in Iran lo scorso 28 dicembre sono costate la vita a quasi 3500 persone ma il bilancio finale, secondo alcune ong, rischia di raggiungere le 25mila vittime. La reazione di Teheran si ritrova nella decisione di convocare l’ambasciatore italiano per dichiarazioni su Pasdaran a cui il direttore generale per l’Europa occidentale del ministero degli Esteri iraniano, Alireza Yousefi, ha manifestato la sua protesta per “le posizioni irresponsabili del ministro degli Esteri italiano, citando lo status giuridico dei Guardiani della rivoluzione come parte delle forze armate ufficiali della Repubblica Islamica dell’ Iran”.

Formiche.net ne ha parlato con l’europarlamentare di Forza Italia Massimiliano Salini, che da anni segue i dossier più sensibili, come difesa, sicurezza e politica estera. Inoltre è membro della delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo e della delegazione per le relazioni con i Paesi del Maghreb e l’Unione del Maghreb arabo, comprese le commissioni parlamentari miste Ue-Marocco, Ue-Tunisia e Ue-Algeria.

Quali obiettivi ha l’iniziativa di Tajani?

Innanzitutto è una novità per quanto riguarda la politica estera italiana e la relazione con l’Iran in particolare perché, al netto della tragedia che che si sta consumando e che da tempo si consuma per le strade dell’Iran, se c’è un Paese che ha sempre tentato di mantenere aperta la via del possibile dialogo, ad esempio anche attraverso relazioni commerciali, con l’Iran è proprio l’Italia. Anche Germania e Olanda in verità, pur rimanendo fedeli all’approccio atlantico e occidentale. Il tentativo di non interrompere quello che la diplomazia deve sempre presidiare, cioè un possibile dialogo anche dove sembra improbabile, l’Italia l’ha sempre fatto. Per cui la decisione, peraltro annunciata anche al gruppo del Partito Popolare Europeo la settimana scorsa in plenaria, è un punto di novità che fa il paio con la sempre più stringente e pressante presenza occidentale, in particolare americana nell’area, preludio a possibili novità delle prossime ore.

Cosa altro può fare l’Ue dinanzi alle perdite subite dalla popolazione civile durante le proteste di piazza? Prepararsi se non a un cambio di regime ma comunque a un suo indebolimento strutturale?

Il primo tema riguarda l’utilizzo della forza che ormai è argomento centrale in tutti i dibattiti di natura geopolitica e più che mai lo è su una partita come questa. Significa che non si può pensare di accompagnare un tale processo con i metodi classici della diplomazia in tempo di pace, perché in quell’area in Iran si sta consumando l’ennesima e la più tragica delle repressioni interne contro i manifestanti. Questo è un paradosso, ma pare che si stia proprio realizzando una oggettiva debolezza ai vertici della Repubblica islamica: tensioni e divisioni che rendono ancor più improbabile una pacificazione interna guidata dall’alto in un Paese dove la tragedia economica e umana è a oltre il livello di guardia da molto tempo. Per cui potrà accadere quel livello di pacificazione solo se ci sarà un intervento esterno attento. Questo il nostro auspicio.

Si fa largo un intervento diretto in loco?

Reputo sia molto buona la notizia di una presa di posizione dell’Unione Europea oltre alla presenza militare americana. Questa pacificazione può verificarsi se accade quello che purtroppo sempre meno succede, cioè che l’intervento in termini di forza sia assicurato da un insieme di soggetti che, secondo le regole del diritto internazionale – adempiendo anche agli obblighi che le Nazioni Unite assegnano ai Paesi – si organizzino affinché non prevalgano i dittatori, cosa che troppo spesso le Nazioni Unite stesse non hanno fatto. Ricordo che quel che accade oggi in Iran continua dal 1979, ovvero il mancato rispetto delle regole del diritto internazionale.

Il tema è da un lato auspicare che l’utilizzo della forza non sia ad appannaggio di un singolo Paese contro un altro Paese, perché in quel modo verrebbero divorati i presupposti su cui si fonda il concetto di pace; e dall’altro lato che l’invocazione di una mossa comunitaria sia reale e vera nell’ambito delle cattedrali del diritto internazionale. L’inspiegabile prudenza che abbiamo visto troppo spesso potrebbe finire per diventare un’enorme arma nelle mani di chi odia l’Occidente, con poteri di veto esercitati in maniera molto scientifica da Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza. Quindi impossibile non usare la forza, ma va usata insieme.

Vicino un cambio di regime?

Bisognerà vedere se il metodo sarà quello del regime change oppure dell’accompagnamento, al netto delle divisioni interne e anche delle ambizioni. C’è un nome che sta circolando nell’attuale catena di governo della Repubblica islamica, quello del segretario del supremo Consiglio di sicurezza nazionale, Ali Larijani, che già in passato tentò di candidarsi Presidente ma fu bloccato perché non ritenuto all’altezza. Oggi è diventato purtroppo tragicamente il primo attore nell’azione di repressione violenta che si sta consumando ma al contempo pare essere anche, alla luce della relazione ambigua con Ali Khamenei, un nome di quelli che oggi la moderna diplomazia utilizza per accompagnare il cambiamento fino ad una graduale prospettiva democratica. Sembra un sogno parlare di prospettiva democratica in questi Paesi.

Quale il possibile ruolo dell’Italia?

L’Italia è un Paese centrale su queste partite, in quell’ambito e in quell’area. Riporto la dichiarazione dei vertici di Hezbollah redivivi secondo cui un eventuale intervento contro la Repubblica islamica li costringerebbe a reintervenire come alleati della Repubblica islamica. E noi sappiamo quanto l’Italia anche in questo caso sia fondamentale, perché è centrale e drammaticamente coinvolta con le forze di interposizione delle Nazioni Unite a cavallo tra Libano e Israele fino a garantire che non scoppino gli scontri tra Israele e Hezbollah. L’Italia storicamente ha una responsabilità drammatica, quella di essere stata considerata meno inaffidabile di altri nonostante noi fossimo a Nassiriya e Bassora. Tale responsabilità ci impone di essere decisi, per cui l’azione del ministro Tajani dimostra decisione ma al contempo la volontà di essere attori nel percorso di accompagnamento che dobbiamo cercare di favorire, affinché non continui quello che sta accadendo ora. Ovvero che il popolo iraniano venga deluso.

Si rischia anche un effetto collaterale, penso per esempio all’aumento dei flussi migratori verso regioni limitrofe?

Credo sia l’inevitabile e il classico effetto in questi casi e, in aggiunta, bisogna considerare il fenomeno dei curdi, che costituiscono un elemento storicamente tra i più complessi a cavallo tra Iran, Siria e Turchia. I curdi nell’ultima fase storica sono diventati una sorta di spina nel fianco per i regimi e in questa logica adesso ha anche assicurato la detenzione di 25.000 prigionieri dell’Isis. Se ci dovesse essere un intervento, ecco che si aggiungerebbe anche questo fenomeno molto complesso da gestire, perché molti di quei terroristi dell’Isis tenuti in detenzione dai curdi hanno anche passaporto europeo e nel frattempo in carcere hanno fatto dei figli nel corso degli anni. Per cui potrebbero utilizzare come strumento negoziale quel loro status verso l’Occidente. Si tratta di uno scenario estremamente complicato nel quale il modello di gestione dal punto di vista diplomatico dovrà essere tra i più alti che si possano immaginare.

Passa dall'Italia la nuova stagione iraniana? Gli auspici di Salini

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