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Ci sono crisi diplomatiche che finiscono per consumarsi nei corridoi delle cancellerie e altre che, invece, si trasferiscono direttamente nell’opinione pubblica.

Lo scontro a distanza fra Donald Trump e Giorgia Meloni appartiene alla seconda categoria.

Perché mentre Washington e Roma misurano il peso delle parole, gli italiani sembrano aver già emesso il loro verdetto: la premier, nel braccio di ferro con il presidente americano, esce rafforzata.

Non tanto per il rapporto costruito negli anni con il tycoon, quanto per avergli risposto senza arretrare di un passo.

Il radar settimanale di SWG fotografa un Paese che distingue nettamente la gestione dell’ultima polemica dalla strategia perseguita fino a oggi.

Il 71% degli intervistati ritiene che Meloni abbia fatto bene a replicare con fermezza alle affermazioni di Trump, mentre il 70% considera corretto che gli altri leader politici abbiano espresso solidarietà alla presidente del Consiglio.

Di contro, appena il 20% ritiene credibile la ricostruzione del presidente americano secondo cui sarebbe stata Meloni a chiedergli insistentemente una fotografia insieme.

L’effetto politico è tutt’altro che marginale. Il 37% degli italiani dichiara che, dopo questo confronto, la propria opinione sulla presidente del Consiglio è migliorata.

Un dato che assume un significato ancora più rilevante osservando il campo avversario: quasi un elettore delle opposizioni su cinque riconosce di aver rivalutato la leader di Fratelli d’Italia proprio in seguito alla risposta indirizzata alla Casa Bianca.

Se Meloni convince nella gestione dell’episodio, è invece il rapporto con Trump a lasciare aperte più di una perplessità.

Soltanto il 12% degli italiani ritiene che la scelta di costruire negli anni un rapporto speciale con il presidente statunitense abbia portato reali vantaggi all’Italia.

Il 36% pensa che sia stata una decisione condivisibile, ma poco produttiva, mentre il 39% giudica quella strategia un errore.

La fotografia cambia sensibilmente dentro la maggioranza, dove prevale ancora l’idea che fosse giusto tentare quella strada, ma il consenso si affievolisce rispetto al passato.

Parallelamente continua la discesa della fiducia personale nei confronti di Trump.

Se all’inizio del 2025 gli italiani che dichiaravano di avere molta o abbastanza fiducia nel presidente americano erano il 31%, oggi la percentuale precipita al 9%.

Anche nell’elettorato di centrodestra il ridimensionamento è evidente: dal 63% registrato a gennaio 2025 si passa al 30% dell’ultima rilevazione, segnale di un progressivo raffreddamento anche nell’area politicamente più vicina.

Sul piano strategico emerge però un altro elemento destinato a pesare nel dibattito politico. Gli italiani non chiedono una rottura con Washington, ma nemmeno una subordinazione.

Il 45% ritiene che l’Italia debba mantenere l’attuale livello di collaborazione con gli Stati Uniti, mentre il 41% auspica addirittura una maggiore autonomia rispetto alle richieste provenienti dall’amministrazione americana.

Soltanto il 3% vorrebbe un atteggiamento più accondiscendente.

Quanto allo stato delle relazioni bilaterali, prevale una lettura prudente: per il 63% il rapporto attraversa una fase di crisi, ma soltanto temporanea, mentre appena il 12% parla di rapporti ormai compromessi.

Il riflesso di questo clima si intravede anche nelle intenzioni di voto.

Fratelli d’Italia resta saldamente primo partito con il 27,3%, pur cedendo quattro decimali nell’ultima settimana.

Il Partito Democratico si conferma al 21,8%, mentre il Movimento 5 Stelle sale al 13,3%. Più indietro Forza Italia al 7,2%, Alleanza Verdi-Sinistra al 6,4%, Futuro Nazionale al 5,6% e Lega al 5,4%.

Numeri che raccontano un equilibrio sostanzialmente stabile. Ma dentro questa stabilità si coglie un messaggio politico preciso: gli italiani sembrano premiare una leadership capace di difendere il profilo nazionale anche nei confronti dell’alleato storico d’oltreoceano.

Perché il legame con gli Stati Uniti continua a essere considerato essenziale. Purché non venga interpretato come un rapporto tra chi detta le condizioni e chi è chiamato semplicemente ad adeguarsi.

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