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Lo scacco a Incirlik, l’articolo 4 della Nato, la complessità del panorama politico nell’intero Golfo. Ma anche le catene di comando, tanto a Washington quanto a Teheran, le conseguenze geopolitiche dell’operazione Ruggito del leone, passando per il numero dei mezzi a disposizione di paesi come l’Italia. In questa conversazione con Formiche.net l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, esperto diplomatico, già vice segretario generale della Nato dal 2001 al 2007, consigliere diplomatico dei ministri della Difesa, come Nino Andreatta, attualmente presidente della Nato Defense College Foundation, analizza tutti gli aspetti della crisi iraniana.

Nuovo attacco a Incirlik, il terzo in pochi giorni. La Nato è chiamata in causa?

In occasione del primo missile i turchi avevano reagito con diplomazia, quasi sostenendo che uno sbaglio nella vita potesse sempre succedere. È chiaro che se succede due o tre volte la situazione cambia, ovvero adesso la Turchia potrebbe effettivamente entrare nel ruolo di Paese Nato e, per esempio, chiedere una consultazione a Bruxelles in nome dell’articolo quattro. Si tratta della fattispecie in cui, in occasione di uno stato di crisi, si verifica una consultazione fra alleati per decidere il da farsi. La stessa cosa accadde quando vi fu, anni fa, il rischio di lancio di missili iracheni di Saddam Hussein sulla Turchia. Ero fisicamente presente alla Nato e ricordo che, al netto delle differenze tra i due casi, la Turchia chiese a Bruxelles una consultazione. Ci riunimmo e decidemmo che se vi fossero stati altri gli attacchi missilistici iracheni la Nato sarebbe intervenuta. Non ve ne furono e così tutto si risolse. Per cui, tornando all’oggi, tutto dipenderà dalla decisioni del governo turco. Deve essere il Paese membro a chiedere l’applicazione dell’articolo 4.

Il legame con ciò che è accaduto alla base italiana di Erbil lo possiamo individuare nelle parole di Crosetto, secondo cui l’attacco sembra essere stato intenzionale?

Lì entriamo in un territorio grigio. Ciò che vorrei mettere in risalto è che gli iraniani stanno sparando dove capita, ovvero dove il comandante locale ritiene utile, ed essendo la struttura di comando centralizzata ciò ci porta a dedurre che non vi sia una strategia di insieme. Tant’è vero che il primo ministro qualche giorno fa si era scusato con i Paesi colpiti, mentre poi chi è sul terreno continua a sparare. Non credo che quello di Erbil sia un deliberato attacco, inoltre la missione Nato è in atto da parecchio tempo e in gergo è una missione di sostegno alle forze locali che vengono addestrate, dando così una cornice di sicurezza.

La catena di comando iraniana appare slegata? E con quali conseguenze?

Io credo di sì: la differenza è che gli attacchi israeliani e americani colpiscono i grandi centri di comando anche se l’Iran sta dimostrando una certa resilienza e tutto ciò ci porta a fare delle riflessioni. Inoltre questa catena slegata può portare delle conseguenze anche peggiori rispetto ad una strategia più chiara e più lineare. Di contro, la forza militare israeliana e americana è talmente superiore che si dovrebbe estinguere naturalmente questo tipo di resistenza.

Come leggere la mossa del G7 relativamente alla scorta per le petroliere nello stretto?

Potrebbe essere questo un modo per alleviare i danni, anche energetici, di questa crisi, perché più sforzi internazionali ci sono e meglio è, dal momento che questa guerra in realtà è molto più complicata di quello che pensavamo tutti all’inizio. Non sarà un attacco di 15 giorni, invece si scorge all’orizzonte una guerra lunga. Inoltre Trump forse immaginava uno scenario di tipo venezuelano, ovvero decapitare il vertice di un regime al fine di sostituirlo con soggetti più dialoganti: ma in Iran non è così perché siamo in presenza di un regime molto complesso e con una struttura di comando molto più radicata di Caracas. Tutti fatti noti da anni.

Intende dire che c’è stata una sottovalutazione anche del quadro generale?

Assolutamente sì e credo sia stata una decisione personale del presidente, non credo che i suoi militari fossero così felici di doversi impegnare in un’operazione di questa ampiezza e complessità. Noi non sappiamo nel lungo periodo quali effetti si determineranno sull’Iran, dipenderà dalle persone e dalla situazione: probabilmente si potrà determinare un movimento interno al regime ma non sappiamo quando.

Di contro, la federalizzazione del potere in Usa quali scenari apre? È un problema quando, in un momento in cui occorre pensare al tavolo diplomatico o al cessate il fuoco, non c’è una catena di comando ma solo uno che decide?

Sì, questo è un tema centrale. Anche l’informazione che viene data è strategica. Si prenda l’uscita dall’Afghanistan di Biden: fu disastrosa perché ognuno era slegato, nel senso che i contractors dell’aviazione afghana, quando hanno visto che le cose andavano male, sono scappati e quindi non c’è stato un solo aereo afghano che si è alzato in volo contro i talebani. Dopodiché la base di Bagram, dove si trovavano tutti gli americani, fu abbandonata di notte. Ciò per dire che non è stato un sistema ben funzionante, al netto del fatto che in America ci sono vari centri di comando: la Casa Bianca che determina le politiche, il Consigliere per la sicurezza nazionale che coordina i piani operativi, la Cia, il Dipartimento di Stato che oggi mi sembra debole. Al momento non vedo una completa sincronizzazione tra questi elementi all’interno del governo americano.

Si aspettava più polso da parte dei Paesi arabi?

Avevano fatto dei riconoscimenti diplomatici con l’Iran, promossi dalla Cina. Probabilmente loro contavano sulla protezione americana e l’idea di essere bombardati dall’Iran non è stata una buona cosa. Intanto non stanno reagendo e si limitano praticamente a cercare di schivare i colpi; in realtà comunque non sono organizzati. Quindi vedo i Paesi arabi molto assenti, tutti parlano dell’Europa genericamente e forse nemmeno la lega araba ha la forza per imprimere una maggiore cooperazione regionale al fine di provare a creare una maggiore unità. In futuro la Turchia potrebbe essere un potenziale collante, non a caso il prossimo vertice della Nato si terrà ad Ankara a luglio.

Si parla molto, anche in riferimento a come difendere il golfo, del sistema italiano Samp-T: l’Italia già dopo l’invasione dell’Ucraina sapeva di dover accelerare sull’aumento dei propri mezzi? Se dovesse inviarne un altro resterebbe sguarnita?

Questa è una domanda che potrebbe sembrare secondaria ma non lo è. Già in passato il ministro della Difesa Guido Crosetto si era lamentato della lentezza con cui l’industria della nostra difesa stava procedendo per rimpinguare i nostri arsenali, quindi effettivamente credo che andrebbe impressa una velocità maggiore. Non ho la conoscenza dei dettagli naturalmente, però l’impressione è che potremmo anche fare qualcosa più in fretta.

Crisi in Iran, così la fragilità delle catene di comando impatta sul conflitto. Parla Minuto Rizzo

Gli attacchi a Incirlik rilanciano il dibattito sul possibile ricorso all’articolo 4 della Nato, mentre in Iraq ed Erbil emergono segnali di una catena di comando iraniana poco coordinata. La crisi nel Golfo si complica, coinvolgendo G7, Paesi arabi e capacità militari europee, Italia inclusa. Intervista al presidente della Nato Defense College Foundation

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