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Il conto alla rovescia è iniziato. Domani mattina, poco dopo le 10.30, gli azionisti di Ferretti decideranno il loro destino, pronunciandosi nell’assemblea chiamata a rinnovare il board. La scelta è semplice: due liste contrapposte, ovvero se rimanere in mani cinesi oppure provare a dare una spallata e spezzare le catene di Pechino. La vicenda, raccontata da questo giornale poche settimane fa, assomiglia molto al caso, forse più eccellente, di Pirelli. Un nocciolo di soci cinesi che ha il controllo dell’azienda e che per questo pone il gruppo della cantieristica fondato a Bologna da Norberto e Alessandro Ferretti sotto l’occhio del governo e del mercato.

Essenzialmente per ragioni di sicurezza nazionale, che abbracciano concetti come spionaggio e tecnologia militare. Se però per la Bicocca la questione si è pressoché risolta con l’entrata in gioco del golden power che ha neutralizzato i cinesi di Sinochem, su Ferretti è ancora tutto da decidere, nonostante i primi sussulti del palazzo, come dimostra l’interrogazione parlamentare del leghista Alberto Gusmeroli, una settimana fa e l’avvio della seconda indagine del Copasir sugli investimenti cinesi in Italia, rivelata proprio da questa testata.

La vigilia dell’assise racconta di un cantiere controllato dal 2012 da Shandong Heavy Industry Group-Weichai Power, società produttrice di scavatrici e trattori, proprietà dello Stato cinese e oggi azionista al 39% di Ferretti e al centro di un potenziale riassetto, dai risvolti non solo industriali, ma anche strategici, geopolitici e persino militari. Tutto è partito dallo scontro per la governance tra il fronte dei soci di maggioranza guidato da Weichai e l’azionista di minoranza Kkcg, holding del magnate ceco Karel Komarek.

La quale ha lanciato un’Opa parziale lo scorso 16 marzo, con l’obiettivo di raddoppiare la propria attuale quota fino al 29,9% di Ferretti, leader nel lusso nautico con marchi come Riva e Pershing e quotato a Milano e Hong Kong. Offerta da 3,5 euro ad azione prontamente respinta al mittente dal board di Ferretti. Una seconda spallata è però arrivata a stretto giro dalla stessa Kkcg, alzando al posta a 3,90 euro per azione e valutando Ferretti circa 1,32 miliardi di euro. La resa dei conti è vicina però: se è vero che la cordata antagonista ai cinesi è arrivata al 23,2% del capitale dopo l’Opa, mancando il traguardo del 29,9% che avrebbe fatto scattare l’Opa totalitaria con conseguente cambio di bandiera, il fronte con Weichai è comunque aperto.

Ora, come raccontano ambienti vicini a Ferretti, sebbene la lista cinese venga formalmente presentata come equilibrata e internazionale, un’analisi più approfondita suggerisce un consiglio fortemente popolato da figure con legami operativi diretti con il sistema Weichai, relazioni commerciali consolidate con la Cina o profili politici e istituzionali potenzialmente utili a legittimare la presenza di Weichai in Italia in un momento di crescente attenzione su trasferimenti tecnologici e sicurezza nazionale. L’impressione complessiva, insomma, non è quella di un board indipendente a tutela degli azionisti di minoranza, ma piuttosto di un’architettura di influenza costruita con attenzione per massimizzare il controllo riducendo al minimo l’allarme politico e regolatorio.

Dei nove candidati proposti, almeno tre risultano direttamente integrati nel sistema societario Weichai, ovvero Tan Ning, Jin Zhao e Zhang Xiaomei. Quest’ultimo, in particolare è prova più evidente del controllo diretto dell’azionista, in quanto ricopre la carica di deputy director legal and compliance nonché deputy general manager e director legal affairs presso l’Overseas Marketing Center di Weichai. Non si tratta quindi di un’ex dirigente, di una consulente o di una figura marginalmente collegata al gruppo. È una dipendente attiva di Weichai. In termini pratici, la sua presenza nel board garantirebbe all’azionista una rappresentanza operativa diretta all’interno della governance di una società quotata italiana già oggetto di attenzione per il tema dell’influenza cinese.

Tutto ciò aumenta la posta in gioco. E che cinesi abbiano paura di perdere il grip lo dimostra anche il fatto che ultime settimane sono aumentate le mani del Dragone su Ferretti per provare ad aumentare la presa sulla governance in vista dell’assemblea che dovrà eleggere il nuovo consiglio del gruppo degli yacht. Gli azionisti dovranno decidere quale sarà la lista vincitrice (che prenderà 8 seggi su 9) tra quella presentata dal socio di maggioranza Weichai (con il 39,51%) e quella della ceca Kkcg Maritime, che come detto detiene il 23,23% tramite il veicolo Azur As e che ha candidato come ceo Alberto Galassi, che guida il gruppo dal 2014.

Una sfida che i cinesi sembrano intenzionati a vincere a tutti i costi (nelle more, Kkcg ha formalmente notificato al governo italiano alcune preoccupazioni sulle recenti acquisizioni di azioni Ferretti da parte di soggetti di nazionalità cinese e di soggetti collegati a Weichai, invocando il golden power). Al punto che, come anticipato da MF-Milano Finanza e successivamente confermato a Formiche.net, una serie di nuovi soggetti cinesi hanno deciso di rastrellare e accumulare azioni Ferretti, probabilmente con l’obiettivo di sostenere la battaglia dell’azionista di maggioranza. Tra queste vi è la Bank of China che ha comprato 6.734.120 azioni ordinarie, raggiungendo così il 1,989%. Ma anche AdTech Advanced Technologies Ag, società svizzera già azionista del gruppo, ma che ha aumentato la propria quota al 2,8%. Tutto per irrobustire il nocciolo di soci pronti a sostenere la lista di Weichai.

L'atto finale di Ferretti per spezzare le catene cinesi

Vigilia di manovre per gli azionisti del cantiere italiano di proprietà di Weichai. Il Dragone imbarca nuovi soci per assicurarsi la vittoria della lista e il mantenimento del controllo del board. E spuntano i primi nomi dei manager cinesi in corsa per il consiglio di amministrazione. Sullo sfondo, però, rimane il possibile utilizzo del golden power da parte del governo in stile Pirelli e l’indagine del Copasir

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