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Molto più di una partita industriale, di una contesa tra azionisti. Ferretti è anche una questione di sicurezza nazionale. E, ancora una volta, c’è di mezzo la Cina. Lo storico cantiere italiano, fondato a Bologna da Norberto e Alessandro Ferretti e controllato dal 2012 da Shandong Heavy Industry Group-Weichai Power, società produttrice di scavatrici e trattori, proprietà dello Stato cinese e oggi azionista al 39% di Ferretti, è al centro di un potenziale riassetto, dai risvolti non solo industriali, ma anche strategici, geopolitici e persino militari. Tutto è partito dallo scontro per la governance tra il fronte dei soci di maggioranza guidato da Weichai e l’azionista di minoranza Kkcg, holding del magnate ceco Karel Komarek.

La quale ha lanciato un’Opa parziale lo scorso 16 marzo, con l’obiettivo di raddoppiare la propria attuale quota fino al 29,9% di Ferretti, leader nel lusso nautico con marchi come Riva e Pershing e quotato a Milano e Hong Kong. Offerta da 3,5 euro ad azione prontamente respinta al mittente dal board di Ferretti. Una seconda spallata è però arrivata a stretto giro dalla stessa Kkcg, alzando al posta a 3,90 euro per azione e valutando Ferretti circa 1,32 miliardi di euro. La resa dei conti arriverà però solo una volta terminata l’Opa il 13 aprile, all’assemblea del 14 maggio per rinnovare il board. Nelle more, il problema è un altro.

C’è infatti un risvolto più strategico dietro le manovre su Ferretti, una delle più prestigiose aziende italiane di ingegneria navale, di fatto controllata da un conglomerato industriale statale cinese, per giunta con origini nella produzione militare. La questione, insomma, va oltre la governance societaria e abbraccia tematiche quali investimenti esteri, tecnologia e sicurezza nazionale e ruolo della Cina sugli asset strategici italiani. Criticità che questo giornale non ha mai mancato si sollevare con puntualità, dando ampio spazio, caso più eclatante, alla presenza della Cina nelle reti energetiche italiane, mediante la partecipazione di State Grid in Cdp Reti, che controlla Snam, Terna e Italgas.

Senza dimenticare un altro caso eccellente e oggi al centro di una partita dal sapore strategico, vale la presenza di un azionista forte cinese in Pirelli. Lecito dunque che anche dal caso Ferretti emergano interrogativi sul possibile utilizzo a uso e piacimento di Pechino, delle avanzate capacità ingegneristiche di Ferretti, incluse le piattaforme navali ad alta velocità, all’interno dell’ecosistema industriale cinese, anche in chiave militare. Giova ricordare come qualcuno in Europa abbia già messo alla porta società poco gradite.

Per esempio il fondo sovrano norvegese, il più grande del mondo, che due anni fa ha escluso Weichai dal proprio universo di investimento proprio per i rischi legati a possibili collegamenti con catene di fornitura militari in Russia e Bielorussia. Per questo la questione Ferretti non riguarda solo il settore degli yacht, ma il controllo di capacità ingegneristiche avanzate e il loro possibile utilizzo all’interno del sistema industriale e militare cinese. Tanto per fare un esempio, l’azienda emiliana dispone di una Security Division che produce imbarcazioni per clienti istituzionali (marine, guardie costiere, forze di polizia), destinate a missioni di pattugliamento, intercettazione e sicurezza marittima. E anche per questo Ferretti è a tutt’oggi sottoposta alla normativa sul golden power, proprio per via di alcune tecnologie nell’ambito della sicurezza e della difesa sviluppate dalla citata divisione, che rende le imbarcazioni difficilmente tracciabili.

Non è tutto. Iniziative industriali nello Shandong, quartier generale di Weichai, mirano a costruire un polo globale per attrezzature marine, includendo anche public service vessels, categoria che comprende piattaforme per sicurezza marittima e law enforcement. Questo suggerisce una potenziale integrazione delle competenze di Ferretti nello sviluppo industriale cinese, inclusi segmenti con applicazioni militari. Eccola, dunque, l’altra faccia della medaglia della contesa per Ferretti.

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Lo scontro in atto tra gli azionisti di minoranza e la proprietà cinese dello storico cantiere navale, fa emergere potenziali pericoli per l’Italia sul versante della tecnologia e dell’ingegneria. E così una partita industriale si trasforma in un crocevia di rilevanza strategica

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