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Il sequestro da parte degli Stati Uniti di una seconda petroliera al largo del Venezuela, presentato da Washington come enforcement delle sanzioni e denunciato da Caracas come “pirateria internazionale”, va letto oltre la dimensione bilaterale. L’operazione si inserisce in una traiettoria più ampia: il ritorno dell’interdizione marittima come strumento politico e strategico, e il suo uso come messaggio che non è rivolto solo ai destinatari immediati.

La decisione dell’amministrazione di Donald Trump di ordinare una “blockade” contro le petroliere legate al greggio venezuelano segna un salto di qualità. C’è la volontà di aumentare la pressione economica su Venezuela e sul governo Maduro, ma anche quella di introdurre un elemento di incertezza strutturale sulle rotte, sulle assicurazioni e sulle catene logistiche che tengono in piedi l’export di Paesi sanzionati. Il mare torna a essere uno spazio di enforcement attivo, non solo di deterrenza o pattugliamento.

Questo schema diventa più leggibile se messo in parallelo con un episodio avvenuto pochi giorni prima nell’Oceano Indiano, dove forze statunitensi hanno intercettato una nave carica di componenti dual-use cinesi dirette all’Iran. Anche in quel caso, l’operazione è stata chirurgica, spettacolirrazzata come in questo caso con la diffusioni di immagini e informazioni, sebbene nella narrazione mirata a interrompere una catena di approvvigionamento più che a costruire un caso pubblico. Ed è proprio questa sobrietà operativa a renderla politicamente densa.

Il filo che lega i due episodi non è solo l’azione fisica in mare, rara e sensibile sul piano politico, ma la presenza della Cina sullo sfondo. Nel dossier iraniano, Pechino compare come origine o snodo di tecnologie e componenti che alimentano programmi sensibili; nel caso venezuelano, come principale destinatario del greggio che consente a Caracas di respirare nonostante le sanzioni. In entrambi i casi, Washington colpisce il punto in cui la resilienza degli attori sanzionati incrocia reti economico-commerciali ampie al punto da lambire il confronto tra potenze.

Qui sta la chiave analitica. Le operazioni non parlano solo a Teheran o Caracas. Parlano anche a Pechino. Il messaggio implicito è che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire non soltanto sulla “domanda” degli attori sanzionati, ma anche sulle linee-vita che li collegano a un ecosistema commerciale globale in cui la Cina è centrale. Non serve dimostrare un controllo diretto o un coinvolgimento politico esplicito: basta segnalare che essere una giurisdizione permissiva, o un hub logistico e tecnologico, ha un costo strategico.

In questo senso, l’interdizione marittima diventa uno strumento di competizione sistemica. Il contenimento dell’Iran o la pressione sul regime Maduro diventa anche (sebbene informalmente) un tool di contestazione pratica di quelle reti economiche che permettono ad attori revisionisti di sfidare la centralità americana – e più in generale occidentale – nella governance dei meccanismi globali. Il diritto e il regime sanzionatorio, quando invocati, funzionano da moltiplicatore politico: l’azione viene presentata come enforcement, non come arbitrio.

Il rischio di escalation e di contestazione legale resta, così come il precedente che queste operazioni creano. Ma è proprio la normalizzazione di interventi limitati, mirati e ripetibili a costituire il vero segnale. Non conta quante navi vengano fermate. Conta quanta incertezza venga introdotta nelle catene logistiche che tengono in piedi attori sanzionati. E in quelle catene, volenti o nolenti, la Cina ha un ruolo importante.

(Foto: X, Sec_Noem)

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