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Qualcosa è cambiato, in Cina. Sembrano lontani anni luce i tempi in cui l’Europa si abbuffava di pannelli solari cinesi, per il semplice fatto che, oltre a costare meno, Pechino era (ed è) il semi-monopolista globale del silicio, elemento essenziale nella produzione di pannelli fotovoltaici. Ma negli ultimi mesi, come raccontato da questo giornale, prima l’Italia e poi l’Europa, hanno cominciato a dire basta.

La Penisola ha tagliato fuori dalle gare per gli incentivi alle rinnovabili le aziende che vendono e installano pannelli prodotti in parte o in tutto in Cina. Scelta a cui si sono poi accodati alcuni produttori europei di pannelli, che hanno creato una sorta di cartello comunitario con l’obiettivo di porsi ad alternativa alle aziende cinesi.

Un messaggio che, con ogni, probabilità deve essere arrivato fino a Pechino. Altrimenti non si spiegherebbe perché il governi abbia deciso di complicare la vita ai suoi stessi produttori di pannelli. Come? Facendogli pagare di più, ovvero eliminando i rimborsi dell’imposta sul valore aggiunto (l’Iva) per i prodotti fotovoltaici esportati all’estero a partire dal primo aprile 2026. Tutto nero su bianco nell’avviso congiunto pubblicato lo scorso 9 gennaio dal ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese e dall’Amministrazione fiscale statale.

Ora, tutto questo significa essenzialmente due cose. Primo, la Cina ha forse finalmente capito che inondare i mercati esteri di pannelli solari rischia di essere contro-producente, in quanto prima o poi o coi dazi o con altre forme di restrizione, le barriere si alzano. La decisione di rendere più onerosa dunque la vendita all’estero di pannelli, va nel senso di ridurre la pressione sui mercati stranieri, frenando le stesse esportazioni. Per l’Europa e, soprattutto, per l’Italia, rappresenta comunque una vittoria.

Non è finita. Proprio l’eccessiva produzione cinese è all’origine dei guai del Dragone: invadere il mercato domestico di prodotti che solo in parte vengono comprati vuol dire, oltre a deprimere i prezzi in casa, che tutto il resto se ne va fuori. Morale, i cinesi non consumano e l’economia continua a tossire. Tornando alla decisione di Pechino, i rimborsi Iva all’esportazione di pannelli fotovoltaici saranno completamente eliminati a partire, come detto, da aprile mentre per le batterie, l’aliquota di rimborso all’esportazione sarà ridotta dal 9% al 6% tra  aprile e il 31 dicembre 2026, prima di essere eliminata completamente a partire dal gennaio 2027. Ora l’Europa avrà meno pannelli made in China.

Più tasse sui pannelli solari. L'altolà (cinese) ai suoi produttori

Dal mese di aprile, per decisione di Pechino, esportare prodotti fotovoltaici costerà di più alle aziende del Dragone. Una mossa che racchiude allo stesso tempo una vittoria per l’Europa e la presa di coscienza cinese che la sovracapacità produttiva prima o poi si ritorce contro

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