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Non è un game over, non ancora almeno. In poco più di un’ora Weichai si è aggiudicato il primo set della partita per Ferretti. L’assemblea degli azionisti del gruppo degli yacht di lusso al centro di un braccio di ferro tra due compagini di soci, convocata per metà mattinata, si è infatti conclusa con la vittoria dell’azionista di maggioranza cinese, che ha incassato il 52,3% dei voti del capitale presente, contro il 47,44% ottenuto dal secondo socio Kkcg, la holding ceca del magnate Karel Komarek che aveva candidato Alberto Galassi come ceo. E che l’assise sia stata molto sentita lo dimostra anche la presenza del 95% del capitale. Praticamente quasi la totalità. E dunque, nominato il nuovo cda che vede alla presidenza Tan Ning, mentre Stassi Anastassov è indicato alla carica di amministratore delegato e sarà nominato a stretto giro con la prima riunione del board.

La vicenda è nota. Due liste contrapposte, due visioni diverse e al centro un’eccellenza italiana a forte rischio Cina. Una trama, raccontata da questo giornale poche settimane fa, che assomiglia molto al caso, forse più eccellente, di Pirelli: un nocciolo di soci cinesi che ha il controllo dell’azienda e che per questo ha posto il gruppo della cantieristica fondato a Bologna da Norberto e Alessandro Ferretti sotto l’occhio del governo e del mercato.

Essenzialmente per ragioni di sicurezza nazionale, che abbracciano concetti come spionaggio e tecnologia militare. C’è infatti chi ritiene un rischio, in un contesto di crescente tensione geopolitica, continuare a tenere la tecnologia di Ferretti in mani cinesi. Per questo la partita non è chiusa, affatto. C’è ancora la carta golden power che ha già neutralizzato i cinesi di Sinochem in Pirelli. Uno strumento invocato alla vigilia dalla stessa Kkcg, la quale ha scritto alla premier Giorgia Meloni e ai ministri Adolfo Urso e Guido Crosetto, chiedendo di verificare se le acquisizioni cinesi, non solo di Weichai, ma di società controllate o presunte tali (nelle ore precedenti l’assise alcuni soggetti vicini a Weichai hanno rastrellato azioni per aumentare il peso specifico cinese in assemblea), non portino già ora la maggioranza oltre il 50%, soglia che consentirebbe il golden power e farebbe scattare controlli da parte della Borsa.

In attesa di capire se e come il governo interverrà, la tensione è comunque salita sia prima, sia durante l’assemblea. Tanto per cominciare i consiglieri di Ferretti, Piero Ferrari e Stefano Domenicali hanno rassegnato le proprie dimissioni. Ferrari, figlio di Enzo, ha spiegato che la scelta è stata dettata dalla “frustrazione e delusione per quanto ho potuto constatare nelle ultime settimane” e da “una certa arroganza durante l’intero processo di offerta pubblica di acquisto (sa parte di Kkcg ma arrivata al 23,2%, senza raggiungere la soglia dell’Opa, ndr) che ha impedito una valutazione neutrale della stessa). Soggetti vicino a una fazione (quella cinese, ndr) sembrano aver adottato una strategia volta a ostacolare una discussione sostanziale e la votazione”.

Nelle dimissioni inviate da Domenicali si legge invece che la gestione di Ferretti “dovrebbe riflettere i più alti standard di integrità e trasparenza”, mentre “quello che ho constatato nelle scorse settimane confligge con tali principi ed è in evidente contrasto con la mia idea di ciò che dovrebbe essere Ferretti”. E anche la stessa Kkcg, che ha deciso di contestare il verdetto, nel corso dell’assemblea ha fatto sentire la sua voce. “Come documentalmente accertato dalla presidenza del consiglio dei ministri, Ferretti rientra tra le imprese che detengono beni e rapporti di rilevanza strategica ai sensi della normativa golden power. Dal momento in cui Ferretti ha assunto tale qualificazione strategica, è sorto in capo al gruppo Weichai, in qualità di socio che esercita il controllo di nazionalità extra-europea, il preciso obbligo di notificare alla presidenza ai sensi della normativa golden power in relazione alla detenzione della propria partecipazione in una società titolare di asset strategici per la difesa e la sicurezza nazionale”.

Ora, “dalle informazioni ricavabili da fonti pubbliche e dagli articoli di stampa disponibili emerge che il predetto obbligo di notifica non sarebbe mai stato adempiuto dal gruppo Weichai, il quale sembrerebbe aver consapevolmente operato in violazione degli obblighi previsti dalla normativa golden power. Inoltre , come evidenziato da recenti articoli di stampa, risulterebbe che parecchi soggetti di nazionalità cinese o comunque collegati al gruppo Weichai abbiano di recente acquistato significative partecipazioni in Ferretti in vista dell’assemblea. Tale circostanza potrebbe costituire una azione di concerto o celare l’esistenza di patti occulti tra i suddetti soggetti. In tal caso, oltre ai profili di palese violazione della normativa golden power, vi sarebbero ulteriori gravi conseguenze sia ai sensi della normativa italiana sia ai sensi di quella di Hong Kong”. A questo punto, palla al governo.

Su Ferretti non è ancora finita. La vittoria di Weichai e l'ombra del golden power

Dopo una vigilia di tensione e veleni, culminata nelle dimissioni di due consiglieri, l’assemblea del gruppo degli yacht si spacca, pur sancendo la vittoria dei soci cinesi. Gli azionisti di minoranza però non ci stanno e contestano il verdetto. E Palazzo Chigi può ancora intervenire in scia al caso Pirelli, ribaltando le sorti

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