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Il lavoro non ha più confini. E con esso, inevitabilmente, neppure i diritti che lo accompagnano. Dalla mobilità crescente dei giovani – e non solo – alle traiettorie professionali sempre più frammentate e internazionali, il perimetro nazionale fatica a contenere biografie lavorative che si sviluppano ormai su scala globale. È in questa cornice che anche il sistema previdenziale si trasforma: da architettura domestica a infrastruttura interconnessa tra Stati. Un cambiamento silenzioso ma profondo, che investe milioni di persone e chiama le istituzioni a un salto di qualità. Ne parliamo con Giuseppe Conte, direttore centrale delle relazioni internazionali dell’Inps.

Direttore, quanto pesa oggi l’internazionalizzazione del lavoro nel ridisegnare il sistema previdenziale?

È una delle direttrici principali del cambiamento. Se nella prima metà del Novecento l’emigrazione italiana era spesso definitiva, oggi assistiamo a una mobilità molto più dinamica: le persone lavorano in più Paesi nel corso della loro vita, alternando esperienze e sistemi. Questo riguarda i giovani, ma non solo. Ed è un fenomeno che si riflette inevitabilmente anche sul momento della pensione.

In che modo gli Stati stanno rispondendo a questa trasformazione?

Nel tempo si sono sviluppati strumenti per evitare che questa mobilità penalizzi i lavoratori. Penso alle convenzioni bilaterali e ai regolamenti europei, che consentono di totalizzare i periodi contributivi maturati in diversi Paesi. Oggi, però, il fenomeno ha raggiunto una dimensione tale da richiedere un’evoluzione significativa in termini di coordinamento e capacità amministrativa.

Quanto è cresciuto questo fenomeno?

Molto. Parliamo di milioni di persone. Solo nell’Unione europea ci sono circa 6,3 milioni di pensioni pagate a cittadini che risiedono in uno Stato diverso da quello che eroga la prestazione. L’Inps, da sola, paga oltre 300 mila pensioni all’estero ogni anno, per un valore di quasi 2 miliardi, in 160 Paesi.

Questo implica anche un cambiamento nel lavoro quotidiano dell’Inps?

Assolutamente sì. Da un lato c’è un’intensa attività di scambio dati con le amministrazioni degli altri Paesi, che richiede procedure sempre più rapide e sicure. Dall’altro, c’è una crescente domanda di informazioni da parte dei cittadini, che si rivolgono all’Istituto per capire quali adempimenti siano necessari in presenza di carriere internazionali. A questo si aggiunge il supporto tecnico al Ministero del Lavoro per le tematiche europee e la definizione di nuove convenzioni.

C’è anche il tema dei lavoratori stranieri in Italia. Qual è lo stato dell’arte?

Nelle banche dati dell’Inps abbiamo circa 5 milioni di lavoratori stranieri che hanno avuto almeno un’esperienza lavorativa nel nostro Paese. Molti di loro torneranno nei Paesi di origine, portando con sé diritti previdenziali maturati qui. È un ulteriore elemento che conferma come il lavoro, e quindi la previdenza, siano ormai fenomeni globali.

La “pensione internazionale” diventerà la norma?

Direi che è una prospettiva molto concreta. Tra qualche anno sarà sempre più frequente avere carriere distribuite su più Stati. Per questo dobbiamo attrezzarci: servono piattaforme adeguate, interoperabilità tra sistemi, capacità di dialogo costante con le istituzioni estere.

Quanto è importante il livello europeo in questo percorso?

È centrale. Partecipiamo attivamente, come supporto tecnico, ai lavori della Commissione amministrativa europea sui regolamenti di sicurezza sociale. E partecipiamo attivamente al dibattito europeo e internazionale, sia direttamente che attraverso associazioni di cui siamo membri. Essere presenti nei luoghi in cui si prendono decisioni è fondamentale, perché quelle scelte incidono direttamente sulla vita dei cittadini e sull’operatività delle istituzioni. I tavoli europei, in questo senso, sono paradigmatici.

Il Ministero come guarda a questa evoluzione?

Con grande attenzione. C’è una collaborazione quotidiana col Ministero del Lavoro su questi temi e una piena consapevolezza della loro rilevanza. Il processo è in corso e richiede uno sforzo continuo di adattamento. Ma la direzione è chiara: il sistema previdenziale, come il lavoro, è ormai parte di un ecosistema globale.

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