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La Commissione europea nel presentare ad inizio del 2025 i profili del suo mandato ha affermato che “le tensioni geopolitiche, la competizione per la supremazia tecnologica, la sfida per il controllo mondiale delle risorse sono tutti i giorni in aumento. La libertà, la sicurezza e l’autonomia della Ue dipendono sempre più dalla sua capacità di innovare, competere crescere”. La Bussola per l’Europa, il volume che raccoglie i contributi di un anno di incontri del Gruppo dei 20 al Cnel, parte proprio dalla constatazione che occorre contrastare il “malessere” della democrazia e il “disordine mondiale” che nasce dall’ormai sistematica rinuncia a impiegare le tante istituzioni internazionali che di quell’ordine sono state a lungo custodi.

Allo stesso tempo occorre puntare su un’agenda fondata su recupero di competitività, riduzione delle dipendenze in materia di energia e risorse strategiche, impegno sulla transizione digitale ed energetica, progressi sulla difesa comune. Progressi che sono diventati un tema centrale dopo il nuovo posizionamento dell’Amministrazione Trump nei confronti dell’Europa e della Nato. È un’agenda assai impegnativa che, si potrà realizzare solo se, l’ago della Bussola della politica estera europea, ,nel prendere atto che il mondo è cambiato, si orienterà all’utilizzo di ciò che la sua storia e le sue tradizioni le consentono di affermare come propri.

In un mondo multipolare in cui dominano frammentazione degli scambi, blocchi commerciali e accordi regionali, in cui cresce il ruolo dei Paesi emergenti e la richiesta di revisione delle regole fissate nel dopoguerra a Bretton Woods, l’Europa ha l’occasione di esercitare la sua tradizionale capacità di interlocuzione e dialogo ,cogliendo le opportunità offerte dal nuovo quadro internazionale. Ne possono nascere accordi commerciali, come quelli sottoscritti di recente con Mercosur e Inda, e, cosa più importante, di collaborazione tecnologica capaci di contribuire alla crescita e, allo stesso tempo, alla ripresa del multilateralismo messo in discussione dall’abbandono dei suoi capisaldi da parte degli Stati Uniti.

In un mondo in cui la competizione è sempre più legata all’investimento in capitale intangibile (software, competenze, R&D, organizzazione) occorre concentrare gli investimenti, nel settore dei sistemi satellitari di comunicazione, sistemi di calcolo, Intelligenza Artificiale e robot umanoidi per sfruttare al meglio lo straordinario capitale umano europeo. L’impegno su digitale e innovazione è però, oggi, del tutto insufficiente, come suggeriscono i dati sull’investimento in R&D ed, in particolare, quelli sulle giovani imprese innovative e sull’Intelligenza Artificiale.

Basta pensare che a fronte dei sette miliardi di dollari investiti dalla Ue sull’IA nel 2023, stanno i settanta miliardi degli Usa. L’inseguimento competitivo che va fatto esige, peraltro, tempi lunghi e l’apporto indispensabile dei privati per creare il necessario dinamismo dell’economia. Ecco perché sarebbe opportuna una politica che preveda l’assunzione di una quota di costo per gli investimenti più rischiosi da parte delle istituzioni finanziarie europee. Un tema importante, è quello del settore dei servizi, che rappresenta, non bisogna dimenticarlo, più del 70% del Pil delle economie avanzate, e che richiede un massiccio impiego delle nuove tecnologie, Ict in particolare.

Solo così si potrà rimediare al deficit della bilancia commerciale europea del settore (in particolare verso gli Usa), che si accompagna all’avanzo di quella dei beni. Va poi tenuto presente che il modello europeo export-led ha dei limiti che nascono da un’esportazione di beni e servizi prevalentemente a basso contenuto High-tech. La scelta europea a favore delle energie rinnovabili, nasce, oltre che da una scelta a favore dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, dall’esigenza di ridurre la dipendenza dall’estero in materia di energia, realizzando, allo stesso tempo, un investimento nell’innovazione tecnologica. Basta guardare alla Cina che, in pochi anni, dall’essere con il carbone il principale inquinatore mondiale, è diventata il principale investitore sulle tecnologie per le rinnovabili di cui è il maggiore esportatore al mondo.

È chiaro che in Europa vanno riviste le politiche a favore della decarbonizzazione per ridurne e redistribuirne in modo più equo i costi. Vanno ridotte le spese in sussidi e aumentate quelle per l’innovazione. Ma è anche vero che oggi l’Europa dispone, in materia di tecnologie per l’energia rinnovabile, con gli investimenti fin qui fatti, di un patrimonio di competenze e tecnologie che gli dà grandi opportunità in un mondo in cui è crescente la domanda di energia non fossile ed elettrica. Fronteggiare la crisi geopolitica che domina la scena, tenendo conto delle transizioni in atto, da quella demografica a quella tecnologica, mentre si interviene per difendere l’ambiente e contrastare il cambiamento climatico, è una scelta necessaria. Ma ciò che è altrettanto rilevante è che non si può fare sviluppo, in un contesto in cui non si affermino principi di inclusione ed equità sociale.

L’ago della Bussola deve dunque puntare su una società più inclusiva ed equa che, allo stesso tempo, assicuri spazio alla creatività e all’innovazione, necessari ad una good life e allo sviluppo. L’innovazione, intesa come capacità di sperimentare e trovare nuove opportunità, è un motore che muove non solo l’economia, ma l’intera macchina sociale e, diversamente da quel che spesso si afferma, è la condizione per evitare le disuguaglianze, piuttosto che produrne di nuove. Rimane aperto il problema dei problemi, quello di chi sarà in grado di esprimere un progetto all’altezza dei tempi. C’è da sperare che riappaiano all’orizzonte le attitudini che hanno consentito all’Europa di riformare sé stessa, insieme alle leadership che hanno consentito riforme epocali, come l’adozione dell’euro, prima, e del Ngeu, poi.

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