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La liberazione degli italiani detenuti in Venezuela — fra cui il cooperante Alberto Trentini e l’imprenditore Mario Burlò — è una buona notizia che porta sollievo alle loro famiglie e segna un passo diplomatico significativo dopo mesi di detenzione in condizioni prive di trasparenza. È doveroso riconoscere lo sforzo della Farnesina e delle diplomazie coinvolte, ma resta imprescindibile leggere questi avvenimenti nel quadro più ampio della crisi venezuelana e dei nuovi equilibri di potere nel Paese.

La prima considerazione strategica è che il Venezuela sta cercando di riposizionarsi nei confronti della comunità internazionale. L’esecutivo ora guidato dall’interim president Delcy Rodríguez, già vice presidente e figura di spicco dell’ormai defunto regime di Nicolás Maduro, ha annunciato scarcerazioni come gesto di “buona volontà” verso l’Europa e l’Italia, in un momento in cui Caracas si trova sotto forte pressione diplomatica dopo l’azione militare statunitense che ha portato alla cattura di Maduro all’inizio di gennaio.

Rodríguez, pur formalmente alla guida dello Stato, incarna in realtà il tentativo della vecchia élite chavista di preservare spazi di potere in una situazione di estrema contingenza. Il suo governo di transizione — designato dal Supremo Tribunale e sostenuto da pezzi chiave delle istituzioni e delle forze armate — mira a combattere l’isolamento internazionale e ad evitare un vuoto politico che potrebbe condurre a anarchia o interventi esterni più incisivi.

In questo nuovo scenario, l’equilibrio politico resta fragile. All’interno della struttura che ha sorretto Maduro per anni, esistono figure influenti come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino, uomini chiave per il controllo delle forze di sicurezza e delle milizie paramilitari. La loro influenza è tale da costituire un asse di potere parallelo, che potrebbe condizionare pesantemente la direzione futura del Paese.

Inoltre, l’opposizione venezuelana — rappresentata da leader come María Corina Machado, figura riconosciuta a livello internazionale e detentrice del premio Nobel per la Pace — continua a denunciare l’assenza di una transizione democratica genuina, rifiutando l’autorità di Rodríguez e chiedendo elezioni libere e credibili per restituire sovranità al popolo.

Ed è qui che si innesta la seconda, fondamentale considerazione: non dobbiamo farci prendere in giro da gesti di facciata. La liberazione di alcuni prigionieri, per quanto umanamente apprezzabile, rischia di diventare uno strumento di propaganda se non si accompagna a riforme profonde e verificabili. Il nodo vero resta la democratizzazione delle istituzioni venezuelane, la garanzia di processi equi, il rispetto delle libertà civili e la fine dell’uso arbitrario del sistema giudiziario come leva di repressione. Senza questo, scarcerazioni episodiche rischiano di essere brandite come prove di “normalizzazione”, mentre la sostanza del nodo autoritario rimane intatta.

L’Italia e l’Unione Europea devono dunque bilanciare riconoscimento per la liberazione dei nostri connazionali con fermezza di obiettivi: esigere cambiamenti reali, non accontentarsi di aperture tattiche. Le dinamiche interne di Caracas mostrano che un élite storica tenta di preservare privilegi, mentre la società venezuelana — stremata dopo anni di crisi economica e politica — è assetata di veri percorsi di emancipazione. Se l’Occidente accoglie con entusiasmo gesti simbolici senza chiedere contropartite sostanziali, rischia di legittimare una “transizione” che non esiste.

In gioco non c’è soltanto il destino di alcune decine di prigionieri politici, ma la credibilità dell’Occidente nel sostenere i diritti umani e la democrazia, e la possibilità che il Venezuela diventi davvero un Paese in cui libertà e istituzioni contano più dei calcoli di potere. La liberazione degli italiani va salutata, ma guardando oltre il semplice atto simbolico.

Bene la liberazione degli italiani in Venezuela, ma non basta. La versione di Arditti

La liberazione di alcuni prigionieri, per quanto umanamente apprezzabile, rischia di diventare uno strumento di propaganda se non si accompagna a riforme profonde e verificabili. Il nodo vero resta la democratizzazione delle istituzioni venezuelane, la garanzia di processi equi, il rispetto delle libertà civili e la fine dell’uso arbitrario del sistema giudiziario come leva di repressione

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