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Canberra ritiene che potenze straniere stiano utilizzando il giornalismo come una copertura efficace per avvicinare fonti, entrare in luoghi difficilmente accessibili e raccogliere informazioni che, prese singolarmente, sembrano innocue ma messe insieme compongono un quadro di notevole valore strategico. E questo non è di certo una novità, essendo la copertura giornalistica una delle più utilizzate dalla Guerra Fredda ad oggi.

Questo è quanto emerge da una valutazione riservata dell’Australian Security Intelligence Organisation, l’Asio, resa nota dal quotidiano australiano The Nightly. Il documento invita le strutture federali a regolare con particolare attenzione ogni interlocuzione con la stampa, avvertendo come le attività tipiche del mestiere giornalistico – coltivare fonti, ricostruire retroscena, cercare conferme – possano essere replicate e sfruttate da operatori di intelligence stranieri.

Secondo la ricostruzione diffusa in Australia, l’Asio individua due modalità principali: l’inserimento di ufficiali d’intelligence in organizzazioni mediatiche, con il ruolo di corrispondenti o collaboratori, e il reclutamento di giornalisti effettivamente operativi, il cui patrimonio di contatti e di informazioni può essere piegato a esigenze diverse da quelle editoriali.

La preoccupazione riguarda (anche) l’interferenza informativa. Un apparato che riesca a orientare il lavoro di un giornalista, o che utilizzi una testata controllata da uno Stato, può ottenere informazioni o influenzare il modo in cui queste vengano raccontate, quali temi entrano nel dibattito pubblico e quale lessico viene adottato attorno a dossier sensibili, come quelli legati alla Difesa: fattore di particolare importanza per uno Stato membro dei Five Eyes e di Aukus.

L’Asio aveva già segnalato il problema nel 2023, quando il direttore generale Mike Burgess aveva riferito dei ripetuti tentativi di colpire con attacchi cibernetici numerose testate australiane e di un’operazione, poi interrotta, nella quale alcuni giornalisti di primo piano sarebbero stati attirati in viaggi di studio all’estero per essere avvicinati da falsi interlocutori istituzionali.

La nuova valutazione si aggiunge all’avviso di inizio giugno dei Five Eyes. Le agenzie di sicurezza di Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Nuova Zelanda hanno denunciato campagne di reclutamento riconducibili ai servizi militari cinesi attraverso piattaforme professionali, siti di ricerca del lavoro e offerte di consulenza. Tra i profili considerati vulnerabili figurano, oltre a quelli di funzionari e militari, anche accademici, freelance, ricercatori, analisti e giornalisti in contatto con i settori della difesa e della sicurezza.

Per le democrazie liberali, l’ecosistema dell’informazione è oggi uno spazio di competizione, reclutamento e influenza al pari delle università, dei think tank e delle imprese ad alta tecnologia. E come tali, sottolinea l’Asio, va considerato e, di conseguenza, tutelato.

 

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