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Caro Matteo,

in un paper di Tactital Report (think thank specializzato da molti anni su Golfo e Medio Oriente) ho letto che all’interno della amministrazione americana si sarebbe acceso un vivace dibattito a proposito della “politica dei due forni” attuata dalle monarchie del Golfo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Data la tua esperienza dal vivo nel board del FII e in vista della imminente conferenza a Roma ti segnalo alcuni interrogativi di portata strategica che non riguardano ovviamente solo Italia Viva, ma tutta la futura politica estera del centrosinistra nel medio e lungo periodo, ben oltre i noti problemi suscitati dalla presenza di Donald Trump alla Casa Bianca.

Mentre una puntuale critica alla politiche di Trump è un elemento di convergenza che accomuna tutte le forze di centrosinistra (e recentemente anche il centro destra) sulla Cina non è così. Di fronte alle numerose violazioni dei diritti umani e persino alla manipolazione delle comunicazioni dell’Interpol si assiste a un silenzio imbarazzante. L’ultimo rapporto di Freedom House sulla Cina è davvero impressionante.

Esso dimostra che il regime di Pechino costituisce l’esatto opposto delle democrazie europee (Stato di diritto; libertà civili, politiche, sindacali e religiose; diritti della persona; libertà di stampa; diritti delle minoranze). Un aspetto su cui spesso si sorvola è la sorveglianza digitale di massa che irrobustita dalle recenti scoperte in materia di Intelligenza Artificiale ci consente di definire il regime di Pechino come vero e proprio emblema del totalitarismo politico-digitale.

Non si tratta solo di libertà negate. Come affrontare il gigante tecnologico cinese è anche un grande tema di sicurezza nazionale. Se un buon grado di cooperazione economico-commerciale è auspicabile perché utile al nostro sistema imprenditoriale e genera occupazione sino a che punto possiamo spingerci? Non c’è spazio qui per trattare il protezionismo economico cinese, ma qual è la linea rossa nel campo della politica estera? Questo contributo si concentra su un tema specifico di grande rilevo per l’Italia: quali conseguenze potrebbe avere per i nostri interessi nazionali (e per l’Europa) una espansione politico-miltare della Cina nell’area del Golfo? Si tratta peraltro di domande connesse alla imminente strategia triennale per la sicurezza nazionale che dovrebbero interessare tutte le forze politiche italiane (e le loro proiezioni in Europa). La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha infatti dato seguito anche se solo in via amministrativa alla proposta depositata dal presidente del Copasir, Lorenzo Guerini.

Mentre le differenze del centro sinistra sulla Ucraina sono ben note (e difficili da ricomporre per le miopi e propagandistiche posizioni dei 5 Stelle) manca ancora un’analisi strategica delle relazioni tra Cina e monarchie del Golfo, tema decisivo sul piano energetico, finanziario, militare e sopratutto politico. Nel rapporto che ho citato all’ inizio la principale preoccupazione degli analisti americani dopo l’incontro tra Trump e Xi Jin Ping è che la Cina intenda cambiare la sua postura nel Golfo ovvero passare dalla condizione di importante partner commerciale-finanziario a protagonista nel dominio della sicurezza, della difesa e delle tecnologie dual use.

I temi sensibili su cui le agenzie di intelligence e i think thank degli Stati Uniti si stanno interrogando sul nuovo ruolo della Cina sono i seguenti: integrazione satellitare, uso mirato dell’Intelligenza Artificiale, partnership nella progettazione e produzione di droni, sistemi portuali e, infine, accordi logistico-miltari di lungo termine. Nonostante gli inediti e gravi attacchi missilistici dell’Iran contro i paesi del Golfo il Qatar, gli Emirati, ‘Arabia Saudita e l’ Oman hanno, infatti, ripreso la collaborazione a 360 gradi con Pechino. Per quanto riguarda gli Emirati pare che – pur mantenendo la cooperazione con gli Stati Uniti nella difesa aerea (presumo perché più efficace) – Abu Dhabi intenda affidarsi a tecnologie e reti digitali del Dragone per mettere in sicurezza i porti, il sistema doganale, le zone industriali e l’intero comparto aerospaziale. Per quanto riguarda l’ Oman il più grosso timore è che il Porto di Duqm possa diventare un supporto operativo per la Marina Militare del Dragone. Per quanto riguarda il Qatar il Comando Usa di Centocom starebbero cercando di contrastare alcune operazioni riservate di Doha con la con la Cina.

Ma il dossier più importante riguarda l’Arabia Saudita. Nonostante le abituali esternazioni “ottimistiche” di Donald Trump il Regno avrebbe fatto sapere con chiarezza agli americani che aziende cinesi potranno partecipare liberamente alle gare per i sistemi di difesa aerea e la produzione di droni. Forse per questo l’emittente Al Arabya ha dato spazio al punto di vista cinese. In queste settimane Marco Rubio nel suo duplice ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato sta seguendo una complessa istruttoria politico-diplomatica per conto del presidente.

Per quanto riguarda la difesa aerea in seguito alle numerose falle emerse il mese scorso il Pentagono vorrebbe creare un unico comando centralizzato per tutti i sistemi difensivi dei diversi paesi del Golfo. A questo proposito nel rapporto di Tacital Report da cui ho preso spunto si chiarisce che l’Arabia Saudita sarebbe stata avvertita che – di fronte ad una crescita di tecnologie duali, device o rete proveniente dalla Cina ci sarebbero significative restrizioni a tutti i programmi di cooperazione militare in materia di interoperabiltà dei sistemi e di supporto per reagire in tempo reale agli attacchi di missili e droni. A Washington si discute inoltre di sanzionare i semiconduttori avanzati e le piattaforme di Intelligenza Artificiale che sono espressione di joint ventures tra Cina e i fondi sovrani dei paesi del Golfo, compresi i programmi di telecomunicazione 5G.

Caro Matteo, come vedi sono voluto entrare nel merito di dilemmi politici complessi e mi scuso per la lunghezza. Ci tengo davvero molto a un tuo parere perché penso che in un mondo lacerato dalle guerre e sempre più interdipendente sia davvero importante che il centrosinistra in Italia e in tutta Europa continui a difendere i valori di libertà e democrazia che sono alla base della nostra convivenza e che dopo secoli di guerre hanno consentito all’Europa ottanta anni di pace. L’Italia può dare un grande contributo alla politica estera europea e in questa prospettiva il centro sinistra ha il dovere di presentare un programma chiaro, e coerente in termini dei valori e degli interessi che intendiamo rappresentare.

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