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Da anni periodicamente Teheran minacciava la chiusura di Hormuz in spregio al diritto internazionale che garantisce, anche in caso di conflitto, il transito dei neutrali negli Stretti adibiti alla navigazione internazionale. Purtroppo, gli scenari di guerra coesistono in mare e si sovrappongono a quelli di pace. Ma la libertà della navigazione pacifica è un principio ineludibile che non può essere violato se non si vogliono mettere in pericolo tutte le economie mondiali. Basti vedere l’attivismo della Cina per garantirsi il passaggio da Hormuz dei suoi vitali rifornimenti energetici.

La condotta di ostilità con metodi asimmetrici nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz è già avvenuta durante il conflitto Iran-Iraq (1980-1987). Allora fu colpito dai Pasdaran il mercantile italiano “Jolly Rubino” della Società Ignazio Messina, venne abbordata dalla US Navy un’imbarcazione iraniana posamine, e la Fregata USS “S. Roberts” incappò in una mina alla deriva.

Proprio per garantire la libertà di navigazione una coalizione di Marine occidentali coordinate dalla US Navy inviò proprie Unità per scortare in convoglio il naviglio di bandiera. L’Italia dislocò prontamente in area nel settembre 1987 un proprio Gruppo navale che comprendeva unità cacciamine classe “Lerici”.

Ora l’Iran, fiaccato dai raid israelo-statunitensi, vuol mettere nuovamente in atto come mossa disperata il minamento delle rotte di Hormuz.

In realtà, la posa di mine in uno stretto internazionale da parte di uno Stato costiero in conflitto non sarebbe di per sé illegittima, ma andrebbero rispettate varie condizioni che nel caso di Hormuz non ci sono. Anzitutto deve esistere una rotta di convenienza similare che consenta ai mercantili di Paesi non in conflitto di evitare lo stretto. Poi, lo Stato belligerante può posare mine mirate a colpire soltanto obiettivi militari nemici (e tali non sono i mercantili – né nemici né ovviamente neutrali – salvo casi particolari). Inoltre, è obbligatorio notificare per i canali internazionali la posizione delle mine. Infine non è consentito minare il versante opposto delle acque territoriali dello stretto (per Hormuz è quello Oman che è uno Stato neutrale).

Di fronte all’illegittimità di una misura iraniana contraria al diritto internazionale pattizio e consuetudinario, la Comunità internazionale ha il diritto di reagire in modo adeguato e proporzionale: garantire la libertà di navigazione in uno stretto (che è anche choke points) come Hormuz è un diritto/dovere che consente l’adozione di iniziative mirate allo scopo.

In altri tempi avremmo auspicato che il Consiglio di sicurezza delle NU emanasse una risoluzione autorizzativa. Non è escluso che ciò avvenga se la Cina esercitasse pressioni, posto però che gli interessi di Pechino coincidano con quelli occidentali. Altrimenti non resta che immaginare la rapida costituzione di forze multinazionali di intervento con capacità di sminamento. Magari con un’estensione del mandato della vicina Operazione Eunavfor  “Aspides” del Mar Rosso.

D’altronde anche l’Oman potrebbe organizzare una attività di deterrenza e bonifica  antimine nel versante di Hormuz ricadente nelle proprie acque territoriali. Non dimentichiamo che Muscat pratica una politica estera di activ neutrality, a prescindere dal posizionamento nella crisi in atto. Perché non pensare allora a quanto fece l’Egitto nel 1984 chiedendo ad una serie di Paesi (Italia compresa) di partecipare allo sminamento del Canale e del Golfo di Suez minacciato dagli ordigni posati dalla Libia di Gheddafi?

 

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