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“Al fine di garantire un passaggio pacifico dei poteri” il presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, ha annunciato che mercoledì rassegnerà le proprie dimissioni. La decisone, arrivata dopo una discussione con i rappresentanti dei partiti, segue le richieste dei manifestanti che nelle ultime ore hanno organizzato grandi proteste in tutto il Paese e assaltato il palazzo presidenziale nella capitale, Colombo.

Rajapaksa è in carica dal 2019 e viene considerato il responsabile della crisi economica che affligge il Paese da un paio d’anni. Le proteste erano iniziate ad aprile, con i manifestanti che avevano ottenuto le dimissioni (a maggio, con il Paese andato in default) di Mahinda Rajapaksa, primo ministro e fratello del presidente. Dovevano placare la folla, ma è evidente che non siano bastate.

Questo scontento che dura da settimane è esploso sabato, con la polizia che non è riuscita a contenere la folla via via più numerosa mentre si stava dirigendo verso il palazzo presidenziale. Rajapaksa è fuggito: ci sono immagini di lui che corre con un paio di valigie mentre si imbarca su una nave militare. Non è chiaro dove si trovi adesso.

In quelle stesse ore, dopo una riunione d’emergenza del gabinetto di governo, il neo primo ministro Ranil Wickremesinghe ha annunciato anch’egli le dimissioni, richieste dai manifestanti insieme a quelle del presidente.  L’accusa contro governo e presidenza è di aver portato il Paese nel baratro di una crisi che è considerata la peggiore dal 1948, l’anno in cui lo Sri Lanka ottenne l’indipendenza dal Regno Unito.

I due fratelli Rajapaksa, eredi di una dinastia di politici che negli ultimi 70 anni ha avuto costantemente ruoli nello stato, fino a poco tempo fa avevano un seguito nel Paese, alternandosi al potere (e in un frangente anche all’opposizione). A loro si deve la fine (nel 2009) della sanguinosa guerra civile.

In un paese segnato da differenze (e distanze) tra le varie comunità etnico-religiose (su tutte quella tra la maggioranza buddhista e la minoranza induista del Nord), una peculiarità di queste proteste è che sono portate avanti con coesioni tra gruppi eterogenei. Amalgama popolare contro l’élite.

Gotabaya Rajapaksa è stato ministro della Difesa e ha guidato, durante l’ultima parte della guerra civile, la repressione contro le Tigri Tamil; gruppo secessionista attivo dal 1983 al 2009, che aveva come fine la creazione di uno Stato sovrano socialista tamil nel nord e nell’est dello Sri Lanka (Tamil Eelam), sfruttando come attecchimento l’estremizzazione delle istanze della minoranza che rappresentava.

Ai tempi in cui furono sconfitte le Tigri, il presidente singalese era Mahinda Rajapaksa. La campagna militare per reprimerle fu contestata nei termini di diritti (civili e di guerra) ma di fatto aprì per lo Sri Lanka una nuova stagione — di pace e potenziale crescita. In questa fase di sviluppo — in cui le accuse di corruzione e nepotismo contro i Rajapaksa venivano messe a tacere dal miglioramento delle condizioni generali di vita e dalla presa sul potere — Colombo ha cercato la sponda di Pechino.

La Cina ha investito nel Paese tramite prestiti per la realizzazione di progetti infrastrutturali (porti, aeroporti, strade, ferrovie, connessioni anche digitali). Nell’ottica dei Rajapaksa dovevano essere un fattore attraverso cui si sarebbe aumentato il livello di sviluppo del Paese, rendendolo più attraente per altri investimenti esteri e per il turismo; nonché più importante sul piano internazionale.

La pandemia ha affossato il turismo, che era la terza fonte di entrate nel Paese. Contemporaneamente anche la prima entrata, l’agricoltura, è andata in difficoltà a causa della scelta governativa di avviare una conversione all’organico — che ha portato al crollo del rendimento dei campi di riso. Contesto peggiorato dalla crisi alimentare e dall’ondata anomala di caldo che ha colpito mezzo mondo. A cui si è aggiunta una crisi energetica.

Per la Cina, l’investimento singalese era di valore strategico. Pechino, impegnata nella progettazione della Belt and Road Initiative, aveva bisogno di uno scalo nell’Oceano Indiano. Il porto di Hambantota, nel sud dell’isola, è un tipico esempio di come la Cina si muove, attraverso il finanziamento di progetti infrastrutturali in cui nutre interessi diretti, sovvenzionati anche tramite quella che viene definita “trappola del debito”.

Si tratta del sistema con cui il governo cinese, davanti ai clienti che non hanno possibilità di ripagare il prestito, chiede di avere in cambio il controllo per diversi anni di quelle infrastrutture (strategiche) che aveva finanziato. Nel 2017 il governo singalese (guidato anche ai tempi da Wickremesinghe) prima si dichiarò incapace di ripagare il pacchetto di prestiti cinesi da 1,4 miliardi di dollari con cui era stata finanziata la costruzione del porto di Hambantota, poi si trovò costretto a cedere azioni dello scalo e il contratto di gestione — per 99 anni — alla China Merchants Port Holding Company (CMPort) di proprietà statale.

Chi manifesta accusa la politica singalese di essersi anche esposta eccessivamente alla Cina, di aver trasformato il Paese, che dopo la pacificazione poteva avere grosse potenzialità, in una colonia utile a uno dei progetti espansionistici, la Bri, con cui il Partito Comunista cinese intende modificare l’andamento della geopolitica globale.

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