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Si chiamerà IPEF, acronimo di Indo-Pacific Economic Framework, e sarà la risposta statunitense a chi critica la strategia nell’Indo Pacifico di Washington perché troppo incentrata sulla sicurezza (e la deterrenza militare davanti alla Cina). Il documento economico quadro verrà presentato da Joe Biden a Tokyo, dove sarà lunedì – nella sua prima visita in Asia dall’inizio dell’amministrazione.

Il tour asiatico inizia oggi, venerdì 20 maggio, con l’arrivo in Corea del Sud, sede della componente militare estera più grande degli Stati Uniti. Il primo dei cinque giorni di visita è stato salutato questa mattina con l’incursione di 14 velivoli militari cinesi nella air defense identification zone (ADIZ) di Taiwan: dimostrazione di come la partita sull’Isola sia uno degli elementi caldissimi delle dinamiche regionali.

Una prima bozza del documento ottenuta dal Financial Times dice che i Paesi avrebbero “avviato negoziati”. Ma l’amministrazione Biden ha poi accettato di diluire il linguaggio per far capire che i Paesi stavano avviando consultazioni finalizzate a negoziati successivi. Stando alle informazioni di FT, Tokyo avrebbe chiesto le modifiche per massimizzare la possibilità di trovare partecipazione ampia e inclusiva, dimostrando ad altri attori che l’intesa è in costruzione.

Il Giappone è un alleato cruciale degli Stati Uniti in Asia, ma sta anche riacquisendo una propria linea strategica, e nell’ottica di questa cerca i propri spazi – sia a livello di cooperazione con Washington, sia come attività dirette con i Paesi dell’area, che subiscono l’eccessiva polarizzazione Usa-Cina all’interno della regione.

Non è un caso se Tokyo annuncia adesso l’intenzione di aumentare le spese militari: il messaggio diretto agli americani è quello di aver inteso le necessità di sicurezza nell’Indo Pacifico e di creare un blocco di deterrenza davanti a Pechino. Contemporaneamente, rafforzandosi militarmente dimostra di percepire le necessità correnti per creare una propria standing, e apre a possibilità di contro-richieste.

I Paesi dell’Indo Pacifico chiedono agli Stati Uniti di sviluppare una strategia economica che possa concretamente contrastare la Cina – davanti a cui gli attori regionali cercano offerte alternative per poter giustificare una eventuale scelta di polo. Pechino sta rapidamente aumentando il suo potere e la sua presenza commerciale nella regione, diventando in sostanza un attore irrinunciabile per molte economie – come quelle del blocco ASEAN.

Il rischio è anche che nella regione “gli Stati Uniti si presentino al tavolo con armi e munizioni e la Cina si occupi di questioni bread&butter come quelle commerciali ed economiche”, come ha detto Paul Haenle, direttore di Carnegie China.

L’IPEF conterrà quattro pilastri che affronteranno questioni sensibili per la regione: le infrastrutture, la resilienza della catena di approvvigionamento, l’energia pulita, la creazione di un accordo sul commercio digitale. A quest’ultimo aspetto, Tokyo avrebbe chiesto agli Stati Uniti di dare priorità; d’altronde non si può chiedere di contrastare i prodotti cinesi senza dare un’alternativa, vista l’importanza del tema.

Il valore dell’IPEF sarà collegato soprattutto alla partecipazione di Paesi come il Vietnam, la Malesia e la Corea del Sud. Un’ulteriore questione problematica per il suo lancio è rappresentata dall’Australia, dove sabato si voterà: l’avvio dei negoziati sarà collegato ai tempi – e alle volontà – del nuovo governo.

Un altro aspetto che riguarda l’IPEF è quello della tipologia di accordo in sé: viene descritto come più moderno di quelli che eliminano/abbattono le tariffe, ma in realtà questa strutturazione potrebbe essere una necessità politica statunitense. Negli Usa – sulla scia dell’America First – quel genere di accordi è diventato particolarmente complicato da sostenere fino a un’accettazione definitiva a Capitol Hill. Visione che ha portato l’amministrazione Trump a uscire dal Trans-Pacific Partnership, su cui Biden non ha mai invertito la policy. Mentre adesso lavora per l’IPEF.

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