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Ai grillini piace digitale. Dai tempi dei meet-up e del Vaffa-day il Movimento Cinque Stelle ha cambiato pelle più volte. C’è un pallino però che rimane fisso, inamovibile: la democrazia online. Dopotutto Beppe Grillo è stato un precursore, diciamo pure un guru del settore. Ecco perché, con o senza la Casaleggio Associati, la battaglia va avanti.

L’ultima incursione in Commissione Affari Costituzionali, martedì. In trincea Giuseppe Brescia, il “costituzionalista” del Movimento autore del Brescellum, proposta di legge elettorale ad oggi rimasta nel cassetto. L’occasione è l’audizione del direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) Roberto Baldoni per discutere di voto elettronico.

L’idea è visionaria e conta anche qualche sperimentazione di successo. Come in Estonia, l’Eldorado digitale europeo, che da 15 anni alle urne fisiche affianca quelle informatiche. I rischi però non sono da meno, perché schermare l’e-voting dalla manipolazione di hacker e da ingerenze esterne è più facile a dirsi che a farsi. Tanto che negli Stati Uniti due anni fa la principale associazione di esperti di cybersecurity, la Aaas (American association for the advance of science) ha recapitato al governo una lettera supplicandolo di non procedere con la sperimentazione online perché “il voto online non è sicuro”.

Deve essersene convinto anche il governo Draghi, che inizialmente sembrava aver aperto a un test già per il 12 giugno, giorno dell’election-day delle amministrative e dei cinque referendum sulla Giustizia, ma poi ha rimandato tutto (per ora) al 2023, stanziando solo un milione di euro nel fondo dedicato al ministero dell’Interno.

In Commissione Baldoni ha provato a dimostrare perché, ad oggi, l’Italia non è pronta al salto digitale alle urne. “Con la tecnologia attuale e le protezioni della tecnologia stessa tutti i sistemi su internet sono inerentemente insicuri”, ha esordito, spiegando “il rischio di intercettazioni e manipolazioni di comunicazioni e il rischio di vulnerabilità non note, i cosiddetti 0-day, che potrebbero esserci all’interno delle librerie software”. Insomma, è stato il senso del discorso, continuare a investire nella ricerca e a scommettere sull’e-voting è sacrosanto, ma senza bruciare le tappe. Tanto più di fronte a una campagna di cyber-attacchi russi che dall’inizio della guerra in Ucraina sta prendendo di mira le istituzioni italiane, per ultimo con l’aggressione del collettivo Killnet.

Apriti cielo. Non si è fatta attendere una risposta piccata di Brescia, che al progetto lavora da più di due anni: l’intervento di Baldoni, ha tuonato a fine audizione, “mi lascia perplesso” per il suo “approccio antiscientifico”. Poi l’affondo: parlare di rischio hacker non è altro se non “un escamotage per lavarsene le mani”.

L’indignazione non ha avuto seguito tra i colleghi della Commissione: da Iv a Forza Italia, uno alla volta hanno concordato sull’opportunità di non accelerare sul voto elettronico senza avere le dovute garanzie di sicurezza. Ma il j’accuse contro Baldoni – professore di Sistemi distribuiti al Dipartimento di Ingegneria informatica della Sapienza, quattro anni vicedirettore del Dis (i Servizi segreti) e scelto da Mario Draghi a capo dell’Acn – ha fatto rumore nel mondo accademico. Che ha deciso di rispondere per le rime ai grillini.

A schierarsi le tre principali associazioni della comunità informatica italiana, Cini, Grin e Gii, con un comunicato congiunto che “sottolinea i rischi che accompagnano l’uso del voto elettronico per le elezioni politiche e concorda al riguardo con la posizione assunta dal direttore Baldoni”. Le soluzioni finora proposte per il voto online, prosegue la nota, “non offrono garanzie sul rispetto della volontà dell’elettore, con voto personale ed eguale, libero e segreto, come previsto dalla Costituzione”. Di qui la conclusione: “Riteniamo quindi che introdurre l’uso di sistemi di voto elettronico nelle elezioni politiche rischi di mettere a repentaglio le basi fondanti della nostra democrazia”. La democrazia online può attendere, per ora…

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