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Ci provano in tutti i modi. Ville, auto, stipendi doppi, tripli. La Cina ha un bisogno disperato degli ingegneri di Taiwan. L’isola autonomista, di cui Pechino reclama la sovranità promettendo di passare ai fatti, prima o poi, è il cuore pulsante del più importante mercato tecnologico mondiale.

Nelle fabbriche di Taipei e sulla costa si assemblano i semiconduttori o microchip, i nanometrici cervelli digitali al centro di una feroce competizione globale. Il 92% di quelli più sofisticati è prodotto lì. Per i tanti settori industriali che dai chip dipendono, dall’automotive all’elettronica, Taiwan è vista come un Eldorado.

Le autorità taiwanesi sono pronte a difendere con i denti i segreti di un comparto che, da solo, vale quasi il 15% del Pil. Per questo sono passate alle contromisure. Una task-force di “cacciatori di spie” si è messa sulle tracce di cento aziende cinesi sospettate di voler sottrarre con metodi illegali ingegneri e segreti dell’industria taiwanese.

A darne notizia è Reuters citando ufficiali del governo. La legge taiwanese proibisce esplicitamente investimenti cinesi in alcune parti della supply-chain, in particolare per il “design” dei microprocessori, e prevede stringenti controlli su altre fasi della catena come il “packaging”. In poche parole, per un’azienda cinese operare a Taiwan è una vera impresa.

Di qui il tentativo di Pechino, denunciato dagli 007 dell’isola, di portare a casa i migliori ricercatori dell’avversario. L’operazione in corso, se confermata, sarebbe di gran lunga la più grande da quando l’amministrazione di Tsai Ing-wen ha ordinato la stretta. Dal dicembre del 2020 infatti è attivo il team di controspionaggio del ministero della Giustizia. L’ultimo colpo a segno due mesi fa: la polizia ha fatto un raid in otto aziende cinesi per contrastare “le attività illegali del Partito comunista cinese nella caccia ai talenti e nel furto dei segreti”.

Nella strategia cinese i microchip sono una priorità. Il piano “Made in China 2025” punta a produrre il 70% dei chip usati da aziende cinesi. Un programma ambizioso. Troppo, a giudicare dall’andamento del mercato nazionale, per gran parte ancora dipendente dalla tecnologia e dai brevetti esteri. Soprattutto per i microchip più sofisticati, quelli sotto i 10 nanometri, di cui invece Taiwan vanta un quasi-monopolio, grazie all’azienda di settore più grande al mondo, la Tsmc (Taiwan semiconductor manifacturing company).

La supremazia nei semiconduttori è un tassello non secondario della politica americana verso Taiwan, divisa tra sostegno militare in chiave anti-cinese e partnership economica. Anche di questo si sarebbe dovuta occupare la speaker del Congresso americano Nancy Pelosi in una visita in programma a Taipei che ha fatto infuriare la diplomazia cinese, annullata all’ultimo perché la democratica ha contratto il Covid.

I casi di spionaggio emersi sull’isola a seguito delle inchieste, secondo Reuters, non sono che “la punta dell’iceberg”. Tra le pratiche più diffuse usate da aziende cinesi poi finite sotto processo, il tentativo di trasferire unità in paradisi fiscali come le Cayman per rendere i flussi di denaro dalla Cina più difficili da tracciare.

Arrestare la fuga o il furto di cervelli non è una passeggiata. La competizione tra vicini e rivali a tratti si fa pittoresca. Agli stipendi faraonici offerti dalle aziende cinesi le compagnie taiwanesi rispondono con “altri vantaggi come centri benessere, massaggi e palestre sul posto”, spiega una fonte interna all’agenzia americana.

A intralciare i piani di Pechino ci sono però altri fattori. Mentre prende forma lo scenario di un’operazione militare cinese a Taiwan, portare in dote alle aziende del rivale dati e conoscenze nel più importante settore tecnologico può essere visto come tradimento. Nei mesi scorsi il trasferimento di alcuni ingegneri tra le fila della Smic, la più grande azienda cinese nel campo dei microchip, è stato accolto da una campagna accusatoria sulla stampa locale. Seguire i soldi si può. Ma è un biglietto di sola andata.

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