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Nella serata di martedì 29 marzo un motociclista solitario ha seminato il panico nella cittadina di Bnei Brak, culla degli ebrei ultra-ortodossi, uccidendo almeno cinque civili sparando all’impazzata. Due giorni prima, domenica 27 marzo, due attentatori arabo-israeliani hanno ucciso a Hadera due agenti del Magav, la polizia di frontiera, sempre con armi da fuoco. Martedì 22, invece, un attentatore all’arma bianca ha ucciso quattro civili a Be’er Sheva, utilizzando il coltello e il suo stesso veicolo per investire gli ignari passanti della cittadina del Negev. Attacchi che hanno indotto gli analisti a ritenere che si trattasse, per il modus operandi, dei terroristi solitari dello Stato islamico, i quali anche dopo la perdita del Califfato hanno comunque continuato a colpire in Medio Oriente e in Africa, ma spesso anche in Occidente.

Gli attentatori sembrano aver seguito il proclama del primo portavoce dell’organizzazione terroristica, Muhammad al Adnani, il quale, in un iconico discorso del 2014, incoraggiò i suoi seguaci a utilizzare anche coltelli e autoveicoli per attaccare gli infedeli. Purtroppo, a seguito del messaggio, gli attacchi combinati con veicolo e arma bianca si sono moltiplicati. Ancora vivi nella memoria dei cittadini europei sono gli attentati di Nizza e quello di Berlino (dove l’utilizzo di un camion al posto di una semplice vettura causarono un elevato numero di morti); ma anche quelli successivi di Westminster e London Bridge, entrambi a Londra del 2017, così come quelli di Barcellona, New York e Stoccolma. Lo Stato islamico, ha infine rivendicato gli attentati avvenuti su suolo israeliano nella giornata del 27 e del 22, riuscendo per la prima volta a colpire uno dei nemici storici della galassia jihadista sul proprio territorio, uccidendo quindi dove al-Qaeda aveva fallito: e ciò, nonostante la costante retorica aggressiva nei confronti di Israele da parte di Osama bin Laden e del suo successore Ayman al-Zawahiri.

La questione palestinese rimane un punto cruciale della propaganda jihadista, anche se fino a ora era sempre ai margini dell’operatività dei gruppi terroristici transnazionali. I recenti attacchi possono quindi anche essere considerati espressione dello scontro fra Daesh e al-Qaeda per la supremazia del jihadismo globale. Gli attentati che hanno colpito Israele potrebbero anche rappresentare la reazione dello Stato islamico all’uccisione del loro califfo Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi (eliminato da un un raid statunitense a inizio febbraio), avendo il significato di un nuovo input operativo fornito dal suo successore, desideroso di dare una propria impronta alla leadership di Daesh.

A febbraio 2022, una cellula statunitense affiliata al gruppo aveva l’intenzione di colpire una moschea sciita di Chicago con esplosivi fai-da-te. Considerando gli attacchi avvenuti in Israele, la sventata azione terroristica negli Stati Uniti rientra comunque all’interno degli attentati contro i bersagli storici del gruppo (Stati Uniti e Israele). Ma anche altrove lo Stato islamico ha colpito di recente duramente. Sempre nel 2022, all’inizio del mese di marzo, un attentato suicida ha ucciso più di sessanta sciiti riuniti in preghiera in una moschea di Peshawar, in Pakistan.

Oltre allo Stato islamico, anche Hamas e la Jihad Islamica Palestinese, lontani dal gruppo fondato dal califfo Abu Bakr al-Baghdadi, hanno lodato, attraverso la loro propaganda, le azioni dei terroristi di Daesh che hanno colpito il loro nemico comune. Entrambe le organizzazioni hanno recentemente tenuto un basso profilo, lodando, ma mai rivendicando, gli attentati che hanno colpito Israele negli scorsi mesi. Ciò, probabilmente al fine di evitare una dura risposta dalle forze di sicurezza israeliane. Ma anche Hezbollah ha lodato l’attacco, avvenuto in concomitanza del meeting del Negev, che ha visto anche la presenza di leader arabi, tutti in contrasto con l’Iran (lo sponsor principale proprio di Hezbollah). Il proclama di elogio dell’organizzazione libanese guidata dal chierico Hassan Nasrallah ha stupito, in quanto Stato islamico e Hezbollah sono avversari in Siria, a poca distanza da Israele. I miliziani libanesi di fede sciita e le forze del Califfato si sono combattute già dal 2013, quando lo stesso Nasrallah annunciò la discesa in campo militare a fianco di Bashar al-Assad per combattere l’estremismo dello Stato islamico.

L’arrivo sulla scena di Hezbollah (unitamente ai Pasdaran iraniani e alle milizie sciite assoldate da questi ultimi) congiuntamente allo Stato islamico in Siria ha portato il conflitto siriano a un’escalation non solo militare, ma anche ideologica e settaria. In Siria, Hezbollah ha anche combattuto a fianco dei militari del Cremlino. Ora, il leader russo Vladimir Putin, probabilmente consapevole della professionalità e della determinazione dei miliziani libanesi dopo il loro impiego in Siria, sembra deciso a volerli portare a combattere in Ucraina. Per una singolare circostanza, due dei morti dell’attentato di Bnei Brak erano proprio cittadini ucraini.

Come risposta ai recenti attentati, l’intelligence interna israeliana (lo Shin Bet) ha manifestato la volontà di demolire le abitazioni dei terroristi, reazione punitiva già utilizzata in passato contro militanti palestinesi, con lo scopo di evitare che le famiglie dei “martiri” possano ricevere supporto finanziario dalle organizzazioni terroristiche. Infatti, molto spesso, le famiglie degli attentatori suicidi che hanno colpito Israele sono state ricompensate con importanti somme in denaro, oltre ad altri onori (come dedicare eventi alla memoria del defunto terrorista). La Comunità internazionale ha più volte espresso critiche alle demolizioni in quanto misura punitiva che non colpisce solo il diretto responsabile del crimine, in violazione quindi del principio della responsabilità penale personale; ma di recente è una pratica controversa anche in seno allo stesso Stato israeliano. Al momento, il primo ministro Naftali Bennet sembra aver stoppato le demolizioni anche per motivi politici, dato che per la prima volta, il partito Lista araba unita è parte del governo israeliano.

Il perno della lotta al terrorismo israeliano rimane comunque la sua grande dote di deterrenza unitamente alla capacità di reagire prontamente a ogni attacco. Il governo ha subito rafforzato la propria presenza militare nelle aree più calde del Paese, richiamando anche i riservisti, per cercare di prevenire una nuova escalation della violenza. Tuttavia, non sono mancate le critiche all’apparato antiterrorismo israeliano. È stato infatti rivelato che uno dei due attentatori di Hadera, Ibrahim Agbarieh, era già nel radar dello Shin Bet, essendo stato arrestato in Turchia e in seguito condannato in patria per il suo tentativo di raggiungere la Siria nel 2016, con lo specifico intento di unirsi alle milizie del Califfato. Nonostante la sua pericolosità, Agbarieh venne rilasciato già a fine 2017. Anche Mohammed Abu al-Kiyan, l’attentatore di Be’er Sheva, aveva precedenti criminali legati allo Stato islamico, essendo stato condannato per aver promosso la propaganda del Califfato.

Condanne brevi o rilasci anticipati rendono praticamente impossibile porre in essere programmi di deradicalizzazione in carcere, oltre a rendere più difficile il monitoraggio da parte delle forze di polizia o di intelligence, che, nemmeno nei Paesi più avanzati, hanno le risorse (umane e materiali) per seguire ogni minuto coloro che possono covare sentimenti favorevoli al jihadismo. Gli attentati in Israele di queste ultime settimane restano quindi conseguenza delle dinamiche tradizionali di contrasto allo Stato d’Israele, non avendo invece alcun collegamento, allo stato, con quanto sta accadendo nella guerra russo-ucraina.

Isis contro al-Qaeda, e i morti in Israele. L'analisi di Dambruoso e Conti

Di Stefano Dambruoso e Francesco Conti

I recenti attacchi possono essere considerati espressione della lotta per la supremazia del jihadismo globale. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato ed esperto di terrorismo internazionale, e Francesco Conti, ricercatore, Master’s Degree in Terrorism, Security and Society al King’s College London

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