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Non c’è dubbio che, nell’attuale scenario, le nostre imprese si trovino al centro di una battaglia che le impegna su più fronti. Il fronte principale è certamente quello relativo al costo dell’energia in avvitamento non solo a causa della guerra in Ucraina, ma anche della dissennata strategia energetica che ci ha messo in balia di Paesi instabili, inaffidabili e pericolosi.

Il secondo fronte è quello connesso ai costi delle materie prime lievitati sia per le strozzature della fase post lock down, sia a seguito degli embarghi bellici. Il terzo fronte, infine, è quello relativo ai consumi, ormai in caduta libera grazie alla massiccia dose di incertezza che la crisi Cov-energetica e la guerra in Ucraina hanno iniettato nei mercati. Ma, in questo scenario, il punto fondamentale è evitare che le nostre pmi si trovino a combattere anche su un quarto fronte, ossia quello delle banche e dell’accesso al credito.

E questo fronte potrebbe aprirsi perché, mentre da una parte a dicembre si è chiuso il periodo delle moratorie concesse alle aziende sui prestiti contratti con gli istituti, dall’altra non è affatto terminata l’emergenza per le piccole imprese. Il tutto amplificato dalla famosa regola del 90/60/90 che ci ricorda che il 90% delle nostre imprese sono pmi, che il 60% di queste ha un rating non eccelso e che, soprattutto, il 90% di queste aziende ha la banca come principale o unica fonte di sostegno finanziario.

A questo punto, per evitare l’apertura di questo quarto fronte, è necessario che tre soggetti: governo, Eba (European Banking Authority) e banche intervengano simultaneamente sostenendo le aziende nella delicata transizione tra l’attuale fase di emergenza acuta e la fase di progressiva normalità. In sintesi, la loro mission dovrebbe essere quella di garantire alle imprese più solide la continuità nell’accesso al credito e, alle aziende ancora sotto pressione, una ordinata rimodulazione degli affidamenti.

In quest’ottica, il governo Draghi, sotto la pressione dell’Abi e delle associazioni di categoria degli imprenditori, è già intervenuto a sostegno delle pmi con esigenze di liquidità derivanti dallo shock energetico. Infatti, l’art 8 del decreto Energia ha prorogato al 30 Giugno 2022 le misure straordinarie relative all’accesso delle imprese al Fondo di Garanzia delle pmi. Di conseguenza, ad esempio, le aziende in crisi di liquidità a causa della crisi energetica, non dovranno pagare una commissione per l’accesso al Fondo come era invece previsto nella di Legge di Bilancio 2020.

Si tratta di un importante passo a sostegno delle imprese, ma, verosimilmente, data l’evoluzione della situazione nell’est Europa, ulteriori proroghe e ulteriori misure straordinarie si renderanno indispensabile. Ma, anche l’Eba (che stabilisce le normative di vigilanza) dovrà fare la sua parte per favorire una ordinata rimodulazione del debito delle aziende nel periodo post-moratorie. Qui appare fondamentale che l’Authority intervenga sulla normativa di vigilanza che impone alle banche – in presenza di una ristrutturazione del credito che comporti per la banca una perdita superore all’1% rispetto all’obbligazione originale – di riclassificare la posizione in default (inadempienze probabili). Ed è del tutto evidente come questa norma, che ha un forte impatto sull’accesso al credito delle aziende, possa essere accettabile in tempi di vacche grasse, ma appaia troppo stringente nell’attuale situazione.

Di conseguenza, apparirebbe opportuno che l’Eba “congelasse” l’automatismo contenuto nella norma in esame almeno sino al termine della crisi. In questo modo, si restituirebbe alla banca la possibilità di valutare, caso per caso, l’inserimento della posizione ristrutturata nell’ambito del credito deteriorato. In subordine, la norma in esame andrebbe quantomeno mitigata elevando la citata percentuale al 5%. Infine, il ruolo della banca. In questo scenario di emergenza, l’intervento dell’istituto a supporto delle imprese deve essere ispirato ad un approccio attivo. Più in particolare la banca, utilizzando tutta l’elasticità consentita dalle normative di vigilanza, deve intervenire in maniera mirata, caso per caso, dosando in maniera equilibrata le indicazioni fornite dagli algoritmi e dai modelli di rating con le valutazioni dell’uomo.

Molto corretto, in quest’ottica, il fatto che già da qualche tempo alcune tra le principali banche italiane abbiano aggiunto alle casistiche in cui il gestore della relazione può migliorare il rating espresso dal modello (processo di override), una nuova casistica connessa all’eccezionalità della situazione economica generale. In sostanza, in presenza di aziende che evidenzino business plan confortanti o dati di bilancio provvisori in chiaro miglioramento rispetto a dati ufficiali precedenti , il gestore della relazione può proporre un miglioramento del rating senza attendere la chiusura del nuovo bilancio. Con possibili benefici per l’azienda, sia in termini di accesso al credito che di pricing applicato.

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Le pmi tra stop alle moratorie bancarie e crisi energetica

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