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L’Europa è nuovamente in guerra. A distanza di quasi ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, siamo di fronte a uno scontro armato che sta avendo ed avrà gravi ripercussioni sull’intero continente.

Le pesanti sanzioni varate dalla comunità internazionale contro Mosca stanno infatti provocando danni anche ai Paesi sanzionatori, a partire dall’Italia. Già la crisi economica dovuta alla pandemia da Covid-19 aveva messo a nudo la fragilità del sistema energetico del nostro Paese, un sistema figlio di scelte ideologiche vecchie o errate, eccessiva burocrazia e ostaggio del fenomeno Nimby (“not in my back yard”), che oggi si trova a pagare gli effetti della guerra in Ucraina.

Un’economia forte, indipendente e prospera non può definirsi libera se fonda il suo sviluppo su un sistema energetico fortemente dipendente da fornitori esteri e poi politicamente instabili. Mai come in questo periodo, dall’inizio del conflitto ad oggi, sono stati così chiari all’opinione pubblica i numeri della crisi energetica italiana: il 38% del gas che importiamo viene dalla Russia il resto da altri paesi come l’Algeria e solo il 5% è estratto dal nostro sottosuolo.

La situazione, oggi, è ancora più complessa in quanto, poche settimane prima dell’inizio della guerra, la Russia ha firmato un nuovo accordo di fornitura di gas con la Cina. Cina che per fortuna già produce più di 1000 TWh di energia rinnovabile (oltre tre volte l’intero consumo di energia che consumata in Italia!), allentando parzialmente i suoi enormi fabbisogni energetici. Peraltro se è chiaro che la Cina ha bisogno di materie prime, che la Russia e l’Ucraina sono grandi produttori, oggi che ruolo possiamo giocare per allentare queste tensioni e costruire un’economia competitiva e sostenibile?

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato pochi giorni fa in parlamento che il governo è al lavoro per fronteggiare il “caro energia” (come già fece già nel 2012, evidentemente senza successo) e i rischi di instabilità del sistema energetico che derivano dal conflitto, e si è detto pronto a riaccendere le centrali a carbone. Questa scelta, seppur dettata dalla situazione emergenziale che stiamo vivendo, si scontra con gli obiettivi di decarbonizzazione, di economia sostenibile, pattuiti in sede europea e internazionale.

In realtà, il governo italiano ha tutti gli strumenti sia per fronteggiare la crisi energetica sia per mettere in sicurezza il Paese. Come? Incentivando le fonti energetiche rinnovabili. Sono stati emanati molti decreti che semplificano i processi autorizzativi ma c’è ancora tanto da fare per generare un win-win energetico per l’Italia. Se si snellisse la burocrazia  ̶  come noi player strategici del mercato chiediamo da anni  ̶  saremmo sicuramente in grado di installare 60 GW di rinnovabili di qui al 2025, garantendo una produzione circa sette volte superiore agli aumenti di gas metano previsti dal governo.

Al nostro Paese non mancano di certo competenze tecniche, flessibilità e creatività straordinarie nel settore delle rinnovabili, fattori imprescindibili che rappresentano un cardine sul quale costruire un settore capace di generare ed attrarre investimenti anche dall’estero, a beneficio dell’intera economia nazionale.

L’approvvigionamento delle fonti fossili è sempre stato un elemento di tensioni geopolitiche ed è per questo che la transizione ecologica è un’occasione concreta per migliorare il nostro sistema energetico, proteggere un asset nazionale e migliorare, contestualmente, l’ambiente che ci circonda.

Finalmente oggi si potrà credere alla lungimiranza del principio dettato per la prima volta nell’articolo 1 comma 4 della legge 9 gennaio 1991, dove si stabilisce che l’utilizzo delle fonti di energia (che in quella norma sono individuate come: sole, vento, energia idraulica, risorse geotermiche, maree, moto ondoso e trasformazione di rifiuti organici o di prodotti vegetali) è considerato di pubblico interesse e di pubblica utilità e le opere relative sono equiparate alle opere dichiarate indifferibili e urgenti ai fini dell’applicazione delle leggi sulle opere pubbliche. Principio cardine che poi ha dettato l’ingresso della nostra società nelle rinnovabili.

Sorpresa: ci sono buone notizie sulla crisi climatica

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