È la fine dell’inverno del 2010. Stranamente un sole pallido rende gaia la città che in tarda mattinata è effervescente. Sono pieno di ammirazione per l’eleganza geometrica del centro, guastata soltanto un po’ dai cartelloni elettorali di Julija Volodymyrivna Tymošenko che il 3 marzo chiede di essere eletta presidente, ma il tentativo sarebbe andato a vuoto.
Sant’Andrea
Sono davanti all’edificio numero 13 della discesa Andriyvska, nel cuore di Kiev. La casa che ha attirato la mia attenzione è degli inizi del Novecento. Ha una struttura vagamente liberty. Raffinata e sobria allo stesso tempo, ma grande abbastanza rispetto agli standard medi del suggestivo quartiere. Dislocata su due piani, l’ingresso è costituito da una piccola rientranza sulla quale si affaccia un balcone in ferro battuto. La domanda che mi faccio è: quanti pensieri, progetti, emozioni, passioni hanno affollato le stanze di quest’abitazione così poco pretenziosa, eppure affascinante all’ombra della chiesa di Sant’Andrea, dalle cupole azzurre (una rarità da queste parti), edificata tra il 1749 e il 1755 dall’ingegnere moscovita Miciurin su progetto del grande e geniale architetto veneziano Francesco Bartolomeo Rastrelli, l’ideatore di San Pietroburgo nello stesso periodo e a Kiev della residenza degli zar.
Già, cosa è passato in questa casa che custodisce ombre care che hanno accompagnato, tra le altre, la mia formazione spirituale e letteraria nell’intensa adolescenza? Vi si è aggirata l’anima tormentata di Mikhail Bulgakov, parte della cui breve vita (1891-1940), proprio qui, sulle rive del Dnipr, dal 1906 al 1919, ha “fermentato” riversando anni dopo gli umori della disciplina maturata a Kiev nel Maestro e Margherita e nella Guardia Bianca.
Scendendo l’Andriyvska ho l’impressione di trovarmi nel cuore dell’Europa anche se so benissimo che sono ai margini dell’Europa estremo-orientale. Eppure quel che mi assale non sono soltanto suggestioni, ma riflessioni sulla immensa dimenticata eredità europea che soltanto ormai in luoghi lontani e riposti si rinviene come consegnataci dalla memoria storica o da libri letti tanto tempo fa, prima che l’omologazione culturale e comportamentale distruggesse giacimenti spirituali che disperiamo ormai di raccattare.
Kiev è uno di questi giacimenti. E non soltanto perché la “russità” è nata qui e quasi nessuno a Ovest lo ricorda; perché tra queste pianure attraversate da grandi fiumi è fiorita la cristianizzazione di una considerevole parte di mondo estesa fino alle radici lontane dell’Europa, laddove l’Asia si tocca e un nuovo universo prende forma, agli estremi limiti della Siberia, quasi lambendo le Isole Kurili.
Non sapevano Cirillo e Metodio, santi esploratori dell’anima e avanguardie dell’evangelizzazione, che in questi luoghi la memoria della loro opera sarebbe stata segnata da centinaia di chiese dalle cupole dorate, da un numero imprecisato di silenziosi monasteri nei cui cortili giungono le nenie ortodosse di salmi che arrivano a situarsi nel petto dell’ascoltatore occasionale proiettato davanti alle iconostasi e alle immagini dorate e sublimi della cristianità trionfante, della Bellezza pura come il cielo ucraino quando il vento lo sgombra dalle nuvole per specchiarsi sui campanili dei templi che nessun barbaro, neppure quello sovietico, ha mai pensato di abbattere fermandosi di fronte al mistero della sacralità di luoghi dove le ideologie si infrangono e le ambiziosi abiette delle volontà di potenza diventano ceneri che la fredda tramontana si porta via annegandole nelle acque del Dniepr.
Lo avrebbe fatto un crudele epigono della schiatta degli Stalin, dei Kruscev, dei Breznev, degli Andropov. E avrebbe rinnovato i fasti del miserabile generale Zhukov che infilzava con le baionette i ventri delle donne tedesche nella sua avanzata verso Berlino. Ma Vladimir Vladimirovic Putin non è che un sanguinario funzionario del Kgb, privo della grandezza dei criminali che lo hanno preceduto anche se fa di tutto per imitarli.
Torno a dodici anni fa. La chiesa Andreevskaya è forse il simbolo, seppur meno sontuoso, certamente più eloquente di questa Europa profonda che nelle nostre latitudini è sbiadita come alberi nella nebbia. Il luogo dove venne edificata non fu scelto a caso. Le cronache ortodosse raccontano che su questa collina l’apostolo Andrea pronunciò le profetiche parole: «Li vedete questi monti? Su questi monti risplenderà la Grazia di Dio. Ci sarà una città grande, e Dio ci erigerà tante chiese». La leggenda aggiunge che Andrea su quell’altura pose una croce di legno. E mille anni dopo lì venne edificata una modesta cappella di legno chiamata, Andreevskaya custodita da un annesso modesto convento di suore. Poi venne il tempo del tempio barocco che esalta la missione di Andrea messaggero di Dio nella terra allora di nessuno. E Kiev divenne il centro della spiritualità e della cultura che ancora fino ad oggi ha incantato il viaggiatore occidentale per quanto è ordinata, luminosa, elegante, dignitosa in ogni suo quartiere, perfino in quelli più periferici, tralasciando i palazzoni osceni in puro stile sovietico prossimi all’aeroporto.
Lasciando l’arteria principale, la Cresciatyc, dominata da edifici imponenti pubblici e privati, dopo che ci si è inerpicati lungo via Volodymyrska, si apre, sontuoso, lo spettacolo di Santa Sofia, (in foto), uno dei massimi monumenti sacri del mondo: suscita commozione al primo sguardo.
Costruito durante il regno del principe Yaroslav il Saggio tra il 1017 e il 1037, il complesso riassume lo spirito slavo contaminato dal cristianesimo e da questi soggiogato. Resta il mistero della bellezza che dei barbari evidentemente ispirati riuscirono nel corso dei secoli, grazie a continui rifacimenti, a trasferire in strutture di tale religiosità da avvertire una sorta di estraneazione che porta fuori dal tempo, che immiserisce pensieri e parole di fronte alla musica del silenzio, un’armonia sublime che si ascolta soltanto con il cuore. E il mormorio dei religiosi accompagna l’estasi di fronte al «Muro Indistruttibile» nel cui centro domina la Santa Madre di Dio, raffigurata in un mosaico dell’XI secolo, che protegge Kiev.
Ecco, una città antica, complessa, orientale e occidentale allo stesso tempo, da oltre mille anni è sotto il manto della Vergine. E non lo nasconde. Lo esibisce nel suo monumento più celebre. La spiritualità d’Oriente ne esce integra come le cupole mai lasciate in abbandono, neppure quando i senzadio irruppero nella capitale di una “nazione” (perché tale l’Ucraina si è sempre considerata) la cui vocazione umana era quella di sfamare il mondo circostante e riempire l’anima dell’ammirato splendore della fede. Fu per questo, forse, che un delinquente georgiano, già prete, buttata alle ortiche la tonaca, contro questa terra fertile spiritualmente e fruttuosa lanciò quella bestemmia che nessuno ricorda, che non si vuole ricordare: l’Holodomor, la carestia programmata, il progetto che affamò milioni di esseri umani molti dei quali sopravvissero grazie alla fede e a poche patate. Anche questo, per quanto si tenti di distruggerlo, oggi è l’Ucraina, l’Estrema Europa dove la resurrezione civile non è stata vissuta come un miracolo, dopo la dominazione sovietica, ma piuttosto come la naturale prosecuzione della profezia di Andrea il Santo che lì si fermò illuminando le tribù che vagavano sulle rive del Dniepr.
Quando m’inoltro nei sacrari di Kiev, in particolare nella Lavra di Kyevo-Pecersk, uno dei più sublimi monasteri che ho visitato alla ricerca delle mie radici e talvolta della mia anima smarrita, non posso fare a meno di pensare che tra queste colline si snoda una continua e forse impercettibile per i residenti festa spirituale, tanto l’atmosfera è densa di suggestioni che rimandano a una certa immagine dell’Europa ormai difficilmente rinvenibile altrove. Direi come Ernest Hemingway di Parigi, «la festa è sempre con te».
A Kiev “sento” questa levità gaia che contrasta con la cupezza di un Occidente che ha smarrito se stesso. Eppure in questo luogo colorato l’incontro tra Oriente e Occidente è quanto mai percepibile. Saranno le geometrie urbane, gli arredi di una città senza tempo, le commistioni tra antico e moderno che s’inseguono, le contaminazioni della memoria con l’effervescenza della modernità, gli occhi profondi delle ragazze ucraine che affollano la Cresciatyc e il vento che scompiglia i loro capelli, ma è sorprendente come a Kiev, nell’Estrema Europa i suoni della mia Europa li avverta molto di più che nelle metropoli senz’anima dove vago disincantato cercando nell’Estremo Occidente i segni di una vitalità che ormai dispero di trovare. La musica sacra di Arvo Part, sublime maestro estone di musica sacra, talvolta mi accompagna nella ricerca. Non poteva essere altrimenti. Anche lui viene dall’Estrema Europa d’Oriente, dove lo spirito si è acceso nel dolore.
Dodici anni dopo mi chiedo che cosa ne è dello splendore spirituale ed estetico di Kiev. Morti, profughi, fuggiaschi, combattenti senza fede, mercenari arruolati da Putin e dai suo generali nelle jhadiste colonie dove la crudeltà si alimenta nel disprezzo per la bellezza. Si uccidono donne e bambini, restano per terra brandelli di cartoline e di lettere che i destinatari non leggeranno. E l’inverno che sta finendo a Kiev non è illuminato da quel pallido sole che dodici anni fa illuminava una speranza vita, mentre al Cremlino già si ordivano piani per distruggere la culla dell’Europa Estrema.
Che ne sarà di Santa Sofia? Chi avrà osato profanare la casa al numero 13 di via Andryivska? Non c’è più il profumo del Maestro e Margherita. Resta solo l’orrore che Bulgakov non avrebbe mai immaginato.
Dodici anni dopo un viaggio nella capitale della Ucraina, Gennaro Malgieri si chiede che cosa ne sarà dello splendore spirituale ed estetico di Kiev. Sotto le bombe del Cremlino che stanno distruggendo la culla dell’Europa Estrema
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