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La protesta inscenata nella notte dai miliziani che fanno capo all’operazione “Vulcano di Rabbia”, che hanno preso d’assalto l’Hotel Corinthia sede provvisoria del Consiglio di presidenza libico, per chiedere le dimissioni del ministro degli Esteri, Najla al-Mangush, e del nuovo capo dell’Intelligence, Hussein al-Aib, rischia di far cadere gli sforzi di unità e riconciliazione nazionale in corso in Libia?

A lanciare l’allarme è il deputato libico eletto a Bengasi, Ziyad Dugheim, considerato prima tra i più vicini al capo miliziano della Cirenaica Khalifa Haftar e successivamente spostatosi sempre di più verso le posizioni più dialoganti del presidente del parlamento di Tobruk, Aguilah Saleh.

Commentando a caldo con Formiche.net quanto sta avvenendo a Tripoli e anche nel sud, a Sebha — dove gli uomini delle milizie di “Vulcano di Rabbia” hanno messo in strada manifestazioni contro al-Mangoush per aver chiesto il ritiro delle forze turche dalla Libia — il parlamentare libico spiega: “Ci troviamo di fronte ad un punto spartiacque nella storia della nuova autorità libica. Se restiamo in silenzio su queste azioni, il consenso di cui gode questo governo unitario crollerà; soprattutto per il fatto che l’attacco prende di mira i rappresentanti dell’Est presenti nella nuova autorità libica, come il ministro degli Affari esteri e il presidente della il Consiglio presidenziale, Mohammed al-Menfi“.

Secondo Dughaim “si offendono così anche le donne libiche che fanno politica e in generale si mina il prestigio del nuovo esecutivo in quanto si mette in discussione il controllo che ha del territorio e la sua sovranità”. A dare il via a queste proteste è stato “l’ex muftì al-Sadiq al-Ghariani, che noi del parlamento abbiamo rimosso, il quale dalla Turchia, tramite la sua emittente televisiva, ha incitato a manifestare a Tripoli e ha lanciato invettive soprattutto contro il ministro degli Esteri”.

A Bengasi hanno giudicato “inaccettabili” le parole di al-Ghariani contro Mangoush, definita dall’ex Mufti “maleducata, utile al progetto del nemico”, e sono tutti convinti che “abbia dato l’avvio ad una campagna orchestrata dalla Turchia e dai Fratelli musulmani in quanto lei ha chiesto il ritiro di tutte le forze straniere dalla Libia, compreso quelle presenti a Tripoli”. A Tripoli ci sono unità riconducibili ad Ankara.

La vicenda assume chiaramente i contorni e la retorica dello scontro tra Est e Ovest, che nonostante la fase di stabilizzazione in corso è ancora vivo.

Il deputato di Bengasi specula anche su manovre di tipo diplomatico dietro a quanto succede, e dice che “la protesta culminata con l’assalto alla sede provvisoria del Consiglio presidenziale di Tripoli è stata soprattutto una reazione molto forte alla dichiarazione degli ambasciatori dei cinque paesi (Stati Uniti, Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania) sulla necessità di tenere le elezioni entro il 24 dicembre 2021, contro cui si è schierato il parlamento di Tobruk, che l’ha definita un’ingerenza negli affari interni della Libia”.

Secondo Dughaim infatti come questa uscita dei cinque paesi occidentali sulla situazione in Libia “è stato un intervento che ha viaggiato a un livello che non era mai stato visto in precedenza in Libia. Lo prova il fatto che, per la prima volta, sia il Parlamento che il Consiglio Supremo di Stato di Tripoli hanno espresso la stessa posizione su questo argomento”.

Le proteste a Tripoli spartiacque per il nuovo governo? Risponde Dugheim

Il deputato di Bengasi spiega a Formiche.net che dietro alle proteste ci sono interessi mossi anche dalla Turchia

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