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Gli Emirati Arabi Uniti hanno invitato il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, per una visita ad Abu Dhabi, la prima dal 2007, nell’era Ahmadinejad di Teheran. L’invito, diffuso sui media martedì 18 gennaio, è in realtà stato semplicemente rinnovato: già in due occasioni, il 6 dicembre 2021 (quando il capo del Consiglio di Sicurezza nazionale emiratino, Tahnoun bin Zayed, il figlio del fondatore del Paese, era in Iran per incontri ufficiali) e il 14 gennaio (in un incontro tra il ministro della Cultura iraniana e quella della cooperazione internazionale emiratino).

Dopo anni di crisi, che hanno alzato il livello di tensioni regionali già esistenti, l’Iran e gli Emirati sono tornati a parlarsi. E la diffusione delle notizie sul rinnovo dell’invito a Raisi è una prova che questo tentativo di dialogo — più pragmatico/tattico che strategico — potrebbe continuare. Tant’è che è arrivata il giorno seguente all’attacco (potenzialmente devastante) che Abu Dhabi ha subito per mano degli Houthi. Attacco compiuto con droni e missili prodotti dai ribelli yemeniti attraverso componentistica passata dai Pasdaran, e compiuto mentre il capo negoziatore del gruppo che da sette anni combatte la guerra civile in Yemen era seduto a un tavolo nel palazzo presidenziale di Teheran per parlare della crisi con lo stesso Raisi.

Abu Dhabi sembra interessato a compartimentare quanto accaduto: mantiene il contatto con l’Iran mentre affronta le conseguenze della situazione in Yemen. Ma cos’è successo per provocare la reazione Houthi e cosa succederà al conflitto? “Nelle ultime settimane, gli Houthi (Ansar Allah) hanno messo nel mirino gli Emirati: lo si era già visto con la presa della nave emiratina al largo di Hodeida nel Mar Rosso, tuttora sequestrata (equipaggio compreso); poi il grave attacco drone contro Abu Dhabi”, risponde Eleonora Ardemagni, ricercatrice associata Ispi e cultrice della materia in Storia dell’Asia Islamica e Nuovi conflitti all’Università Cattolica di Milano.

“Gli Houthi — continua — colpiscono ora gli EAU perché gli emiratini sono tornati decisivi in Yemen, seppur con modalità indirette, e stanno impedendo a loro, mediante gruppi alleati yemeniti, di prevalere militarmente nei due teatri che, se conquistati, potrebbero offrire ad Ansar Allah la vittoria militare nel conflitto: i governatorati di Marib e Shabwa (ricchi tra l’altro di risorse energetiche). Pur avendo ritirato i soldati nel 2019, gli Emirati fanno ancora la differenza, anche rispetto ai sauditi, quando si tratta di organizzare offensive di terra: infatti, il dispiegamento a Marib e Shabwa di una milizia yemenita (le Giants Brigades/al-Amaliqa, la Brigata dei Giganti, ndr) appoggiata e addestrata dagli emiratini ha permesso a filo-governativi e forze anti-Houthi di riprendere i due distretti di Shabwa in cui i ribelli erano penetrati, e starebbe infliggendo numerose perdite al movimento/milizia di Abdel Malek Al-Houthi nell’area di Marib”.

Secondo Ardemagni c’è però da tenere in considerazione un elemento: gran parte delle Giants Brigades è composta da salafiti provenienti da vari governatorati del sud, che guardano alla secessione, “dunque, dopo aver eventualmente sconfitto gli Houthi in quell’area, non saranno certo forze di pacificazione per quei territori, ancora bastioni della Fratellanza Musulmana locale”.

Dopo l’attacco ad Abu Dhabi, è tornata a circolare tra i media mainstream una richiesta che gli emiratini fanno insistentemente all’amministrazione Biden: designare gli Houthi come terroristi. Nel rapporto Usa-Emirati cambierà qualcosa adesso? “Qualora ci fossero stati ancora dubbi, Washington ha ora compreso quanto i missili e i droni di Ansar Allah siano una minaccia per tutti gli alleati degli Stati Uniti nella regione (Emirati e Israele inclusi), non soltanto per l’Arabia Saudita, dunque anche per gli interessi americani nel Golfo”, risponde Ardemagni.

L’esperta italiana fa notare che la tempistica dell’attacco è anche destinata a mettere tra parentesi, almeno per un po’, le recenti incomprensioni fra Washington e Abu Dhabi sullo stop emiratino all’acquisto degli F-35, nonché sulla presunta base cinese che Abu Dhabi ha bloccato su pressione Usa: “Di certo, gli emiratini guardano a diversificare sempre più le fonti del defense procurement, come conferma l’accordo con la Corea del Sud per i missili terra-aria. Seul (il cui presidente Moon Jae-in tra l’altro era negli Emirati il giorno del raid degli Houthi, ndr) è un alleato di Washington ma è sempre Asia. In tale quadro, vedo la Francia e il presidente [Emmanuel] Macron molto attenti a ciò che sta accadendo: non dimentichiamoci che i francesi hanno una base militare negli Emirati”.

In questo quadro, alla luce anche dell’invito a Raisi, occorre ragionare sui riflessi dell’accaduto (e della guerra in Yemen) anche sulle dinamiche regionali. “Vedo innanzitutto i limiti del dialogo pragmatico che gli Emirati e poi anche l’Arabia Saudita hanno avviato con l’Iran: da quando gli attori regionali si parlano con una certa continuità, quindi dal 2021, gli Houthi hanno aumentato sia gli attacchi ai vicini che le offensive di terra in Yemen”, spiega Ardemagni.

Cosa significa questo? “Conferma, da un lato, quanto gli Houthi siano gli attori più esterni del network transnazionale di Teheran, alleati degli iraniani ma con una loro agenda e non certo attori proxy della Repubblica Islamica. Poi mette sempre più in dubbio le reali intenzioni dell’Iran in questo dialogo: prendere tempo, non cercare davvero un punto d’incontro. Inoltre ci sono gli Usa: da quando [il presidente Joe] Biden ha fatto un passo verso gli Houthi, revocandone la designazione come organizzazione terroristica e soprattutto mettendo l’accento sulla via diplomatica, gli Houthi sono diventati militarmente più aggressivi”.

Per l’analista, “la strategia del bastone (designazione e ulteriori sanzioni) avrebbe fatto danni, ma anche quella della carota (focus su soluzione politica) sta mostrando tutte le sue debolezze. Urge per Washington ricalibrare la sua politica yemenita e farlo in coordinamento con gli alleati regionali”.

houthi

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