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Il presidente kazako, Kassym-Jomart Tokayev, ha detto pubblicamente di aver dato ordine alle autorità di usare le armi contro quelli che chiama “terroristi”. Il caro dei prezzi del Gpl ha solo fatto da miccia, le proteste sono esplose contro il sistema politico che da anni vessa il Paese, dove Nursultan Nazarbayev, “il sultano di luce” per tre decenni autocrate del Kazakistan, ha ancora un ruolo attivo nel gestire leadership ed élite.

La dichiarazione di Tokayev segue una narrazione piuttosto nota: coloro che protestano, sono “terroristi”. L’assenza di discriminazione tra gruppi armati – anche islamico radicali – che hanno approfittato della situazione e i semplici cittadini esasperati è un elemento utile per aumentare la repressione. Mancata distinzione aiutata anche dai furti alle armerie organizzati dai manifestanti.

Qualcosa di simile faceva la Cina a Hong Kong, e soprattutto fa parte del playbook strategico-narrativo della Russia. Mosca ha gestito – o fatto in modo che venisse gestito – secondo tale linea di racconto la situazione in Siria come in Bielorussia, e nel Nagorno-Karabakh (quando l’aiuto all’Armenia veniva abbinato alle denunce di jihadisti siriani inviati dalla Turchia per sostenere l’Azerbaijan). Le differenze sono legate ai contesti, gli effetti determinati dal grado di violenza, la dimensione dal coinvolgimento di altri attori.

Mosca considera questi Paesi parte integrante della sfera di influenza strategica in una regione ampia che segna la proiezione verso occidente e che è composta da Medio Oriente (e Mediterraneo) e Asia Centrale. In tutti quei casi il Cremlino ha rapporti diretti con l’establishment al potere, rappresentato da un sistema chiuso e tendenzialmente anti-democratico.

Per la Russia mantenere attivo questo filone di connessioni è fondamentale, e davanti alle proteste delle collettività che chiedono democrazia teme di restare indietro. D’altronde anche questo è parte dello scontro tra modelli, in cui Mosca si propone come alternativa alle democrazie liberali che dagli Stati Uniti l’amministrazione Biden sta cercando invece di compattare come fronte unico contro gli autoritarismi.

L’invio di un contingente militare del Collective Security Treaty Organization (Csto, organizzazione guidata dalla Russia e che raccoglie cinque degli Stati centro-asiatici) è un segnale che il Cremlino manda al potere kazako e non solo davanti alle richieste occidentali di de-escalation. Significa: mentre quegli altri vi chiedono di evitare l’uso della violenza e di sedersi al tavolo con chi protesta, ascoltandone le ragioni e accettando una riduzione di potere, noi vi capiamo e vi inviamo rinforzi per controllare gli scontri.

È un messaggio di fratellanza, di accomunamento all’interno di quel modello di cui Mosca intende essere rappresentate. Allo stesso tempo c’è un interesse diretto: per la Russia questo genere di situazioni è problematico, sia perché si somma alle criticità afghane moltiplicando l’instabilità ai propri confini (col rischio che si propaghino falange effettivamente terroristiche con cui ci sono profondi precedenti), sia perché crea un precedente potenzialmente emulabile/replicabile sul proprio territorio.

Davanti a questo Vladimir Putin non vede possibile come soluzione per quei Paesi un processo di negoziazione e, in definitiva, la condivisione del potere tra diversi gruppi e partiti. L’unica via possibile è l’obliterazione della protesta – possibilmente diffondendo disinformazione, propaganda, narrazione alternativa per distogliere l’attenzione dalle violenze – che potrebbe portare a una forma di autocrazia più brutale e dispotica.

L’importante è che sia un’autocrazia che dialoga con Mosca. Ancora meglio se quella stessa autocrazia si dovesse trovare prima o poi in una condizione di dovere la propria sopravvivenza alla Russia, così da poter essere gestita e controllata. In Bielorussia e in Siria si è creata questa condizione, con l’Armenia l’operazione non è riuscita perché sul lato azero si è schierata la Turchia, con ambizioni non troppo differenti e inviando in quel caso truppe (e soprattutto droni) da combattimento.

Anche per questo Putin si è mosso in anticipo. Intervenendo e sostenendo Astana (tra l’altro simbolo, come città ospitante, dei primi contatti tra Mosca e Ankara sulla Siria che poi hanno dato il via alla stagione di coopetition rivista su vari altri fronti), la Russia riduce al minimo le possibilità di altri attori esterni di sostenere la protesta e l’opposizione, e di conseguenza riduce per sé il rischio che qualcun altro gestisca un eventuale processo politico.

In questo caso c’è qualcosa di simile anche con le attività in Libia, dove la Russia ha sostenuto il lato che si opponeva con le armi al governo onusiano di Tripoli; o ancora in Mali, dove Mosca (attraverso attività di contractor privati, dunque coperte da un livello di separazione) dà sostegno a un regime militarista autoritario e cerca influenza ai danni di un competitor regionale, la Francia. Anche in questi due casi, peraltro, alterando in buona parte la realtà complessiva, i lati opposti a quello russo vengono descritti come il fronte dei terroristi per giustificare le operazioni.

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