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A Natale ci hanno sempre detto che dovremmo essere più buoni e poi ottimisti. E invece quest’anno siamo tutti un po’ più preoccupati. Anche molto.

Perché i contagiati crescono? Ma con i vaccini non dovevamo avere risolto tutto? Ma allora lo facciamo un tampone di prudenza prima di andare a salutare i nonni?

Siamo alle prese con il secondo Natale in pandemia, eppure a pensarci bene i segnali per essere ottimisti ci sono.

Lo scorso anno eravamo alle prese con coprifuoco e visite limitate. Valutavamo gradi di parentela e distanze chilometriche per i saluti natalizi. Quest’anno siamo messi meno peggio. Anzi meglio. Abbiamo gli stessi 40 mila contagiati di 13 mesi fa ma con 8 mila ricoveri invece di 30 mila e 1 mille terapie intensive invece di 3 mila.

Ci basta? A prima impressione no. Perché questa pandemia ci ha resi tutti più incerti e poi fragili. Anche dal punto di vista della sicurezza giuridica. I nostri diritti li ritenevamo sacrosanti. Intoccabili.

Invece ormai ci sentiamo molto insicuri e un pezzo di noi viene tentato da credere a complotti dei più inverosimili, pur di rendere plausibile questa nuova vita un po’ assurda. Una vita in cui sappiamo che ci sono anche doveri e non solo diritti, una vita più digitale, in cui ci stiamo abituando a vivere a distanza e a fare meno progetti.

In fondo, questa pandemia è un amplificatore e anche un acceleratore. Dobbiamo abituarci a questa vita diversa e ci spaventa molto.

Ma rassicuriamoci. Il futuro ha sempre spaventato tutte le generazioni. Non a caso si ricorda che il primo a dire O tempora o mores fu Cicerone. Non solo per criticare usanze e malcostume, ma anche per dire che il futuro da sempre ci preoccupa.

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