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Quanto sta accadendo in materia energetica sta davanti a tutti. In un breve lasso di tempo il costo del gas è aumentato del 400%. Non che vada molto meglio per il costo dell’energia elettrica, anch’esso fortemente influenzato dal costo del gas.

Tutto questo ci sta a indicare che siamo di fronte ad una crisi di sistema che, speriamo, sia la più breve possibile, ma che ci conferma come la nostra ricetta energetica non sia adeguata sotto un profilo della composizione ed anche degli “ingredienti geopolitici”. E, questo, non da oggi.

Ciò dovrebbe costituire un serio elemento di riflessione riferito al sistema energetico nazionale ed europeo. Una riflessione che però manca. Se qualcuno prova a farla (magari, rimettendo in gioco il gas italiano o un nucleare di quarta generazione) viene considerato un nemico dell’ambiente.

Intanto fioccano appelli contro la Ccus da parte di professori universitari, si evidenzia con enfasi che sole e vento sono gratis (ma non per i consumatori che pagano i relativi “oneri” in bolletta per incentivarli) e che con questi due elementi potremmo liberarci dalla schiavitù del gas e, soprattutto, dai costi senza controllo dello stesso. Peccato che sia tremendamente difficile installare impianti per produrre da fonti rinnovabili.

Insomma, impazza il “sermonismo” che se viene fatto da importanti opinionisti può essere significativo, ma, quando viene anche da importanti players energetici, viene da domandarsi: ma dove sono stati fino ad ora? Perché ci troviamo così esposti ad una crisi di sistema?

E, soprattutto, chi se ne dovrebbe far carico? Intanto, ce ne stiamo facendo carico tutti. I consumatori pagano bollette più care, le imprese, soprattutto quelle energivore, sono sull’orlo del baratro. Qualche impresa che vende energia comincia a “saltare”. Tutto ciò sta generando, costi su costi, spesso impossibili da scaricare totalmente sui clienti. La domanda però rimane: chi se ne dovrebbe ancora far carico?

Nei giorni scorsi si è parlato di un contributo da parte dei “facoltosi italiani”, che peraltro stanno già pagando l’energia più cara, per finanziare una ulteriore riduzione delle bollette.

Una risposta più convincente, può essere però trovata nelle parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi, nella replica di ieri al Senato in vista del Consiglio europeo.

Noi andiamo avanti con una politica che è intervenuta con stanziamenti imponenti, di misura mai vista prima ed essenzialmente orientata a sollevare i più deboli dal rincaro dell’energia. Questi stanziamenti non possono andare avanti all’infinito. Quindi occorre trovare una soluzione strutturale, una soluzione che veda sì lo sviluppo delle interconnessioni, veda gli stoccaggi comuni, veda una propria valorizzazione della capacità di stoccaggio italiana in particolare (…).

Insomma oggi quel che si vede è che l’energia prodotta a costo zero o quasi dall’idroelettrico e dalle rinnovabili viene venduta al consumatore al prezzo del gas. Ora questo è un meccanismo su cui, questa è la cosa importante, in Europa è già cominciata una discussione, una riflessione in cui parte attiva è il nostro ministro Cingolani. Ma certamente è difficile pensare a una soluzione strutturale che non guardi ai profitti che le società elettriche e non elettriche hanno avuto in questo periodo dal rialzo del gas. Difficile non chiamare alla partecipazione dei costi comuni chi ha maturato anche questi profitti.

Parole chiare, che non cedono al “sermonismo”, ma che contribuiscono ad individuare una risposta di sistema. Anzi strutturale.

Crisi energetica, sermonismo e scarsa visione di sistema. Scrive Medugno

I consumatori pagano bollette più care, le imprese, soprattutto quelle energivore, sono sull’orlo del baratro. Qualche impresa che vende energia comincia a “saltare”. Tutto ciò sta generando, costi su costi, spesso impossibili da scaricare totalmente sui clienti. La domanda però rimane: chi se ne dovrebbe ancora far carico? L’intervento di Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta

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