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“Suini”. Un termine molto forte quello usato dal presidente russo Vladimir Putin per riferirsi ai leader europei, accusati di essersi accodati agli Stati Uniti di Joe Biden nel provocare lo scoppio del conflitto in Ucraina con la speranza di infliggere un colpo mortale alla Russia, rimanendo però delusi dall’evolversi della situazione sul campo. Parlando ieri davanti ai vertici militari, il leader russo ha volutamente utilizzato toni altamente propagandistici e provocatori. Ma oltre il fumo della retorica, ci sono alcuni segnali su cui vale la pena soffermarsi.

A partire dal rinnovato stressare l’indisponibilità di Mosca ad arrivare ad un compromesso. “Gli obiettivi dell’operazione militare speciale saranno raggiunti incondizionatamente”, sono le parole scelte da Putin, “Se l’avversario e i suoi sostenitori stranieri non vogliono avviare una discussione sostanziale, allora la Russia libererà le sue terre storiche sul campo di battaglia”.

Un linguaggio che sembra andare controcorrente rispetto all’ottimismo registrato negli scorsi giorni a Berlino, dove i partner occidentali e l’Ucraina hanno lavorato alacremente per raggiungere una posizione condivisa su una proposta di pace per porre termine al conflitto in corso, trovando un consenso sulla quasi totalità dei punti.

Non che ci sia da stupirsi: già all’indomani degli incontri nella capitale tedesca Mosca aveva immediatamente ribadito che avrebbe avuto forti obiezioni su ogni eventuale revisione del piano originario proposto da Washington, e che non avrebbe accettato alcuna proposta in cui non fossero rispecchiate le sue richieste.

Forse è anche alla luce di questa caparbietà che gli Stati Uniti stanno preparando nuovi strumenti di pressione. Bloomberg riporta infatti che gli Usa starebbero preparando un nuovo round di sanzioni da imporre nei confronti della Federazione Russa qualora il Cremlino decidesse di continuare a mantenere questa rigidità nei confronti di un accordo di pace. Queste sanzioni, che si incentrerebbero principalmente sul settore energetico russo e sulla sua “flotta fantasma”, potrebbero essere rivelate già nelle prossime ore.

Tuttavia, l’establishment russo sembra intenzionato (o almeno così vuole apparire) a portare avanti lo sforzo bellico finché necessario. Nella stessa riunione in cui è intervenuto Putin, anche il ministro della Difesa russo Andrei Belousov ha preso la parola, affermando di fronte al suo capo che “il compito principale del ministero per il prossimo anno è quello di mantenere e aumentare l’attuale ritmo di avanzamento”.

Ma le parole pronunciate all’interno del consesso hanno segnalato anche che Mosca guardi già oltre l’Ucraina. Putin ha infatti affermato che la Russia è disposta a riprendere le relazioni diplomatiche con il continente “se non con gli attuali politici, allora quando le élite politiche europee saranno state sostituite”, dando per scontato che questa sostituzione avrà luogo, e che a prendere il posto di quella attuale sarà una classe dirigente decisamente più amichevole nei confronti di Mosca. Magari proprio con il supporto più o meno diretto del Cremlino. A proposito di guerra ibrida.

Putin parla ai militari e manda un segnale all’Occidente

Il discorso di Vladimir Putin ai vertici militari rimarca la rigidità della posizione russa sul conflitto in Ucraina. Tra toni fortemente propagandistici, rifiuto di qualsiasi compromesso e minacce ibride implicite contro l’Europa, il Cremlino sembra puntare su una strategia di lungo periodo. Che va oltre il campo di battaglia

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