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Ogni giorno ha la sua pena. Il sud del Libano sembra non finire mai. Le operazioni militari proseguono, ormai ben al di là di quella fascia che Israele ha occupato da marzo/aprile, distruggendo case, villaggi, infrastrutture, campi coltivati, nel tentativo di rimuovere ogni possibile struttura o nascondiglio dei miliziani di Hezbollah, lì insediati da decenni. L’epicentro di tutto ciò era la zona dei territori libanesi più vicina al confine, quella a sud del fiume Litani. Ora infuria la battaglia per la strategica collina di Ali Taher, dove si troverebbe l’alto comando miliziano di Hezbollah (si dice con molti consiglieri iraniani), ubicato a nord del fiume Litani. Si vocifera che ora Hezbollah sarebbe disponibile a cedere quella collina all’esercito libanese, ma è sulle modalità di questa consegna che non ci sarebbe accordo.

Le cifre di un disastro (ri)cominciato il 2 marzo scorso, quando Hezbollah, per vendicare l’assassinio di Ali Khamenei, ha attaccato il nord di Israele sono note: più di un milione di sfollati, che ogni tanto tentano di tornare ai loro villaggi distrutti, 4300 morti, tantissimi feriti. Eppure il 26 giugno, a Washington, sotto la regia del Dipartimento di Stato degli Stati, il governo libanese e il governo israeliano hanno firmato uno storico accordo quadro che dovrebbe consentirgli di porre termine al conflitto. Il punto 2 di quell’accordo comincia così: “Il governo di Israele e il governo del Libano si impegnano ad avviare un processo reciproco e graduale, con condizioni chiare, in base al quale le Forze Armate Libanesi (Laf) ripristineranno l’effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, in attesa del disarmo verificato dei gruppi armati non statali e dello smantellamento delle relative infrastrutture, consentendo alle Forze di Difesa Israeliane (Idf) di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese”. L’incapacità di procedere dipende dalle diverse interpretazioni che le parti danno di questo punto.

Ieri, incontrando papa Leone XIV e quindi i vertici della segreteria di Stato vaticana, il Presidente Joseph Aoun ha chiesto il sostegno della Santa Sede mettendo in chiaro, ancora una volta, la sua interpretazione di questo accordo. Per tornare ad essere uno Stato pienamente sovrano su tutto il suo territorio nazionale, riportando tutte le armi sotto il controllo dell’esercito nazionale, si deve partire dal ritiro israeliano. È questo che consentirà all’esercito libanese di procedere al disarmo dei gruppi armati, quindi di Hezbollah, e riprendere il pieno controllo del proprio territorio. Un cammino che si è previsto a tappe: man mano che procede il ritiro israeliano, l’esercito libanese avvierebbe il lavoro di “bonifica”.

Ex-capo dell’esercito, il generale Aoun appare consapevole che il processo non può essere soltanto militare, ma anche politico e tutto dice che confida nel consenso che un ritiro israeliano creerebbe per la sua politica di disarmo miliziano nella ricostruzione del sud ormai in macerie, innanzitutto nella stessa base politico-sociale di Hezbollah. Per Israele non è così: è il disarmo di Hezbollah, l’effettiva rimozione di quella minaccia alla sicurezza del nord di Israele, che può produrre il ritiro del suo esercito, che ora il ministro della difesa israeliano ha messo in discussione. Secondo alcuni report di stampa, il modello che il Presidente Aoun avrebbe in testa è quello del disarmo dell’Ira, Irish Republican Army, che richiese circa un decennio, dal primo cessate il fuoco alla consegna delle ultime armi. Ora, scrutando tra le affermazioni attribuite ad Hezbollah, tornerebbe la loro disponibilità a consegnare le armi a sud del fiume Litani, riconoscendo l’impegno preso in tal senso nel 2024. Le cose non stanno proprio così, il passo avanti ci sarebbe, ma bisognerebbe anche capire perché non si sia rispettato l’impegno in precedenza.

Ma a preoccupare il Presidente Aoun deve essere il quadro regionale. Molti dicono che lui a giugno, quando firmò l’accordo con Israele, abbia temuto un accordo tra Stati Uniti e Iran, che oggi non si vede. Ma non è il Libano a rafforzarsi dalle conseguenze del nuovo clima. Washington infatti non sembra riuscire a convincere Israele a una linea più comprensiva con Beirut. Sono lontani i tempi delle intese con Teheran, quando Donald Trump affermava di essere pronto anche a parlare direttamente con Hezbollah se questo poteva servire a uscire dalle secche. Ora Washington vara nuove sanzioni contro Hezbollah. Ma Trump non riesce a dare nuovi spazi di manovra al Presidente libanese.

Nasce di qui la nuova richiesta di sostegno al Vaticano? C’è e si è condensato in questa frase, quella concreta, del comunicato ufficiale, usualmente stringato, emesso dalla Santa Sede dopo la visita del Presidente libanese: “I cordiali colloqui in Segreteria di Stato si sono concentrati sostanzialmente sul Trilateral Framework Agreement, firmato da Stati Uniti, Israele e Libano e inteso a stabilizzare i confini meridionali della Repubblica del Libano e a raggiungere una pace giusta e duratura. La Santa Sede, nell’esprimere compiacimento per la sottoscrizione del documento, ha espresso serie preoccupazioni per le difficoltà che si stanno sperimentando nel metterlo in esecuzione, e ha assicurato il proprio sostegno agli sforzi che vanno in tal senso”.

Qui la Santa Sede sembra ricordare a tutti i protagonisti della contesa mediorientale la soddisfazione che si espresse al tempo dell’accordo: perché si faceva tutto facile? O perché si avviava un processo? Ma il ritiro a tappe dal sud del Libano si è incagliato, non procede. Il circolo virtuoso su cui contava Joseph Aoun non riesce a decollare. Non è difficile leggere sui giornali libanesi della preoccupazione per le nuove strade che l’esercito israeliano sta costruendo nel sud che occupa. Servono alla movimentazione delle truppe, certamente, ma qualcuno scrive che potrebbero prefigurare nuovi assetti.

La preoccupazione vaticana è comprensibile, anche per il valore che la Santa Sede ha sempre attribuito al Libano, consapevole che la sua importanza non è valutabile in termini di chilometri quadrati. Ma oggi nessuno è certo che il settimo round negoziale tra israeliani e libanesi previsto a Roma a inizio settembre avrà luogo. Molto dipenderà da cosa accadrà intorno alla collina di Ali Taher.

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