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Distratti da un Consiglio europeo dominato dalla discussione sui migranti e dal commiato di Angela Merkel, i media occidentali hanno ignorato il 21 ottobre la partecipazione di Vladimir Putin al Valdai Discussion Club.

È dal 2004 incontro annuale di confronto sulle principali questioni internazionali per politici ed esperti russi e loro omologhi provenienti dal resto del Mondo “amico”, cui il presidente russo non manca di partecipare.

Appuntamento di rilievo ma non a tal punto istituzionale da precettare la stampa estera, il Valdai è a metà tra un think-thank classico e una sorta di Aspen Institute in versione russa, sviluppatosi sotto l’egida del Cremlino.

Gode di una discreta autonomia di elaborazione tecnica nella sua componente accademica in larga parte proveniente dalla Facoltà di Relazioni Internazionali della Higher School of Economics, riserva protetta dell’eterno Sergej Karaganov, inossidabile consigliere in politica estera del presidente e amico fraterno di Sergej Lavrov.

Moderato da Fyodor Lukyanov (per molti il successore naturale di Karaganov), Putin ha risposto per ben tre ore alle domande dei presenti, spaziando dai temi classici di politica estera del momento ai valori generali alla base della dottrina socio-economica della Russia.

Tra le dichiarazioni più nette, vi è stata la critica alle degenerazioni del politically correct applicato in nome di gender fluidity, cancel culture e reverse racism.

Accusate di arrivare a negare verità scientifiche assodate (come la biologica differenza tra uomo e donna); riscrivere la storia ed i suoi contenuti (come nella pretesa di censurare l’opera di Shakespeare); discriminare le maggioranze in nome di una generica lotta al razzismo (come nella scelta esclusiva dei nuovi protagonisti socio-culturali tra le minoranze, a prescindere dai loro effettivi meriti).

Con citazioni da Martin Luther King a Nikolai Berdyaev, noto dissidente ai tempi dell’Urss, Putin ha rimproverato l’Occidente di essere caduto in un dogmatismo rigido, simile a quello professato proprio nell’URSS dai “Guerrieri della Cultura Sovietica” nel 1920.

Al contempo, ha rivendicato per la Russia la via di un conservatorismo moderato, detto degli ottimistiperché guidato dal perseguimento di principi ragionevoli della visione del Mondo.

Benché questo framework di riferimento filosofico-politico sia già stato espresso in passato, il momento particolare in cui cade e l’enfasi con cui viene riproposto stimola una ricerca degli obiettivi che si pone nell’immediato, dentro e fuori dalla Russia.

Sul piano interno,  il tentativo in atto sembra di riportare la popolarità del presidente ai valori pre-pandemici.

È innegabile che mentre nel complesso il Covid-19 ha rafforzato i leader deboli, congelandoli nelle loro posizioni in nome dell’emergenza, esso abbia invece indebolito quelli forti, mettendone in luce i limiti nel contenimento del virus e privandoli del rapporto diretto con la propria opinione pubblica.

Le ultime consultazioni parlamentari russe hanno dimostrato che il consenso all’establishment nel paese resta alto non tanto per la sua credibilità quanto per la mancanza di una reale alternativa elettorale.

Inoltre, la radicata reticenza della maggioranza della popolazione russa a vaccinarsi, nonostante l’assodata efficacia dello Sputnik V, affonda radici lontane, in una diffidenza verso la trasparenza della comunicazione istituzionale nelle emergenze, maturata in episodi traumatici del passato, da Chernobyl al Kursk. Ravvivati di recente nell’opinione pubblica con una narrazione romanzata ad opera di produzioni cinematografiche occidentali.

Sono campanelli d’allarme che consigliano di rafforzare il carisma del Presidente, tornando a collocarlo in eventi organizzati in presenza, prima che la PAD (Politica a distanza) ne smaterializzasse la percezione di consistenza.

L’ “uno-contro-tutti” interpretato da Putin sul palco del Valdai ricalca la collaudata formula di successo delle tradizionali Conferenze Stampa fiume del Presidente a fine anno, veri e propri resoconti sullo stato della Federazione e sui propositi programmatici futuri. Ma anche iniezioni di legittimità diretta alla sua figura.

Sul piano internazionale, ora che USA e UE pare abbiano accantonato il vecchio obiettivo primario di cambiare leadership al Cremlino,  l’impressione è che in questa fase l’azione politica di Mosca giochi meno in affanno rispetto alla dimensione interna.

Il Valdai è stata un’altra occasione per rimarcare l’adesione russa ad un conservatorismo classico europeo proprio mentre questo fatica a trovare rappresentanza politica istituzionale e governativa in Occidente, schiacciato su forze sovraniste relegate ad un opposizione populista.

Il paradosso storico è che proprio Mosca, dopo decenni passati a promuovere una ideologia rivoluzionaria anti-sistema, oggi si erige a difensore di quegli stessi valori che un tempo teorizzava di annullare, se necessario anche con la forza.

Se non è inusuale sentire un leader del Cremlino sottolineare contraddizioni ed inegualità create dal modello capitalistico, la novità post-sovietica di oggi è che da qui si parte per promuovere il ritorno a valori tradizionali, proprio mentre questi sembrano caduti in disgrazia nei contesti europei.

Il fatto che Putin dia dignità statuale a posizioni ostracizzate in Occidente e si spinga a fare commenti che molti europei condividono ma che i loro leader al governo, per convinzione o per timore, non osano ripetere; aiuta a comprendere un paradosso all’apparenza ancora maggiore.

Ovvero, che in molti paesi della Ue il carisma di Putin è rimasto in questo periodo intatto se non addirittura cresciuto, nonostante la pandemia.

A tal punto che il mito dell’ efficacia del leader decisionista sembra ora essere più solido fuori che dentro una Russia ricaduta nella morsa del Covid.

Nonostante essa abbia per prima scoperto un vaccino per debellarlo.

Putin e la cancel culture. La Russia vista dal Valdai Club

Proprio Mosca, dopo decenni passati a promuovere una ideologia rivoluzionaria anti-sistema, oggi si erige a difensore di quegli stessi valori che un tempo teorizzava di annullare. Il prof. Igor Pellicciari (Università di Urbino) legge fra le righe il discorso di Vladimir Putin al Valdai Club

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