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Il prosciugamento del fiume Zayandeh Rud e la conseguente crisi idrica ha prodotto una nuova ondata di proteste in Iran: dozzine di migliaia di persone sono scese in strada in questi giorni a Isfahan, nella parte centrale del Paese, a circa 300 chilometri da Teheran. Il governo ha scelto la prima delle contromisure restrittive che adotta in queste situazioni: chiudere Internet. L’obiettivo è doppio: se da un lato serve per evitare che le istanze si diffondano online e creino emulazione, attecchendo altrove su sostrati problematici comuni; dall’altro oscurare quanto accade serve per poter reagire con maggiore forza repressiva senza che le immagini diventino pubbliche – e internazionali.

Le ragioni per la stretta ci sono tutte. La protesta dell’acqua dura da tempo, a più ondate, si porta dietro un malcontento generale di parte della popolazione iraniana, che contesta il sistema di interessi (corrotto, clientelare e violento) incrostato attorno alle istituzioni e ai poteri dello stato. Spesso si è arrivati a cartelli e slogan contro la Guida Suprema, Ali Khamenei, e contro i Pasdaran – i Guardiani della rivoluzione islamica, il corpo militare teocratico. La siccità è un problema enorme che gli abitanti della zona attribuiscono alle decisioni prese delle autorità per favorire i Pasdaran, da anni accusati di corruzione e di portare avanti progetti solo per i propri interessi in tutte le regioni del Paese.

Già nel 2018, per esempio, le condizioni ambientali nel Khuzestan erano peggiorate anche a causa della continua costruzione di dighe: negli ultimi 40 anni nella provincia meridionale affacciata sul Golfo Persico, sono stati costruiti più di una dozzina di sbarramenti fluviali, la gran parte dei quali è stata edificata da imprese che fanno riferimento ai Pasdaran. Ad agosto, la regione – importantissima perché ricca di petrolio, sebbene tra le più povere dell’Iran – è stata protagonista di proteste represse dalle autorità. I cittadini locali accusavano il governo centrale di costruire sui loro territori infrastrutture per sfruttare risorse che poi sarebbero state utilizzate da regioni e industrie legate al potere politico-religioso-economico attorno alla Guida.

La siccità è un problema che dura da decenni e che si sta esasperando anche a causa dei cambiamenti climatici – e sta diventando uno dei casi in cui il surriscaldamento globale si somma a faglie già presenti all’interno delle società, che incolpano il sistema per il malgoverno del territorio. Pochi giorni fa, è stata fatta propaganda sulla decisione con cui il presidente Ebrahim Raisi ha incaricato il direttore del Centro per gli studi strategici di avviare studi scientifici per salvare il fiume Zayandeh Rud, che è ormai del tutto a secco.

Queste proteste sono incentrate sull’ambiente e sulla sfruttamento del territorio, senza essere particolarmente legate a richieste di apertura verso la democrazia sebbene spesso la retorica attorno a esse prenda questa deriva. È proprio per questo che sono importanti e degne di attenzione. Fanno infatti parte di una serie di rivolte in Iran che vanno ben oltre i “soliti sospetti” delle circoscrizioni urbane liberali anti-regime e puntano invece al fatto che il governo Raisi ha un problema molto più diffuso e spinoso. Deve salvare il patto sociale con i cittadini iraniani.

Le ragioni per cui questo aspetto è interessante collegano il piano interno a quello internazionale. La sovrapposizione di crisi interne piuttosto diffuse tra le collettività iraniane potrebbe portare il presidente conservatore Raisi verso un pragmatismo nel più importante dossier di politica estera di Teheran, il Jcpoa — in cui negoziati riprenderanno lunedì 29 novembre. La ricomposizione dell’accordo per il congelamento del programma nucleare iraniano comporterebbe infatti – dopo il ritorno di Teheran alla conformità – l’eliminazione di molte delle sanzioni statunitensi. Teheran ha bisogno di fondi da investire nel paese per affrontare i problemi interni.

Al momento, per il governo iraniano, l’unica via possibile per ottenere queste carte (economiche) da giocare è il ritorno al Jcpoa, perché anche i principali partner, Russia e Cina, spingono in questa direzione. Sebbene le due rival powers statunitensi possano usare, il terreno ibrido dei negoziati sull’accordo per intralciare gli interessi statunitensi, questo è un obiettivo tattico  a corto termine. Strategicamente sia Mosca che Pechino sono interessati a una sostanziale stabilità, sia per tenere Teheran collegato alla propria sfera, sia per non indispettire partner come i Paesi del Golfo e Israele, sia per evitare che si ampi la base e i pensieri del malcontento intento destabilizzando troppo la Repubblica islamica.

Perché le proteste per la siccità possono portare Raisi verso il Jcpoa

L’Iran si trova davanti a un malcontento interno crescente: la crisi dell’acqua è un paradigma di come per la presidenza Raisi sia importante affrontare questi problemi e scegliere il pragmatismo sul dossier principale di politica estera, il Jcpoa – per ottenere fondi dall’eliminazione delle sanzioni Usa

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