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Il Consiglio europeo iniziato in queste ore mette alla prova le priorità che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha delineato davanti al Parlamento nelle comunicazioni di ieri, analizzate su Decode39 in vista dell’assise di Bruxelles. La sua richiesta di “pragmatismo, lungimiranza e ambizione” fa eco ad alcune delle preoccupazioni espresse dagli analisti dell’Ecfr, esponendo lacune tra retorica politica e capacità strutturale all’interno dell’Ue, e rafforzando il concetto di Unione efficace e funzionale su cui batte Roma.

Competitività: la sfida del mercato unico

Agathe Demarais, esperta di geoeconomia del think tank paneuropeo, sottolinea che “un perenne problema di finanziamento non è l’unico ostacolo all’innovazione in Europa”. Demarais spiega che l’esistenza di 27 regimi normativi differenti, in 24 lingue diverse, rende difficile per le startup navigare nel mercato unico, e propone un regime regolatorio unico opzionale a livello Ue per semplificare il quadro. In pratica, molte delle barriere attuali, come le differenze di interpretazione doganale e le complicazioni legate all’Iva, pesano come un dazio implicito sul commercio intra-Ue. “Tali barriere hanno un costo elevato; il Fondo Monetario Internazionale ritiene che le barriere commerciali informali dell’Ue mettano l’equivalente sbalorditivo di una tariffa del 44% sugli scambi intra-UE di beni, più di quanto [Donald] Trump probabilmente farà mai”, analizza Demarais. Un esempio: con spedizioni intra-Ue del valore di otto volte superiore alle esportazioni verso gli Stati Uniti, un piccolo aumento dell’1,25% degli scambi interno all’Unione “potrebbe compensare uno scenario peggiore di un calo del 10% delle esportazioni dell’Ue verso gli Stati Uniti”.

Green transition e bilancio Ue

Mats Engström, policy fellow dell’istituto dagli anni Ottanta ed esperto di clima e transizione verde, spiega che il Consiglio sarà cruciale per il futuro della politica climatica europea, ma c’è un divario tra le ambizioni di competitività green e le risorse effettive. “I leader dell’Ue elogiano l’invito del rapporto Draghi a rafforzare la competitività industriale, ma pochi sono disposti a finanziare le sue raccomandazioni. Questo divario tra ambizione e finanziamento espone una contraddizione centrale: i governi sostengono retoricamente la crescita verde ma resistono alla spesa necessaria per renderla reale”, nota Engström, suggerendo di potenziare la Banca europea di Investimento e collegare meglio Horizon Europe al mercato. Una maggiore competitività nelle tecnologie pulite è vista come una necessità non solo ambientale, ma anche finanziaria e geopolitica per la stabilità futura dell’Europa. “L’allineamento della ricerca, degli investimenti e della politica industriale determinerà se l’Europa può trasformare i suoi obiettivi climatici in una forza competitiva duratura”, dice l’esperto. Altrimenti, “senza competitività nelle tecnologie pulite, l’Ue rischia di perdere sia la stabilità fiscale che l’influenza strategica”.

Ucraina e difesa europea

Marta Prochwicz, vice direttrice dell’ufficio di Varsavia del think tank, aveva evidenziato come l’incapacità di impedire che l’incontro Trump-Putin si svolgesse a Budapest, ossia nella capitale Ue che ha un rapporto più ambiguo e complicato con l’Unione, avrebbe esposto “sia la riluttanza dell’Ue a confrontarsi con Trump che il suo annoso fallimento nel disciplinare l’Ungheria di Viktor Orbán per il suo allineamento pro-Cremlino”. L’incontro è saltato, forse più per volontà della Casa Bianca — che con un gioco di pressioni ha ritenuto sconveniente al momento il faccia a faccia, dopo averlo proposto — che per le capacità europee di esercitare pressioni politiche sui protagonisti. Tuttavia, Prochwicz ricorda che anche se la linea del fronte è congelata lungo le posizioni attuali, Vladimir Putin cercherà modi per spingere la sua invasione, “il che significa che gli sforzi dell’Ue dovranno essere sostenuti a lungo termine e idealmente gestiti come parte di un piano europeo completo per l’Ucraina” che comprende aiutare Kyiv a difendersi, “l’integrazione graduale nell’Ue e il sostegno alla resilienza interna”. Anche (o soprattutto), dalla guerra di Putin nasce la Defence Readiness Roadmap, definita dall’analista polacca “il passo più ambizioso nella difesa europea che abbiamo visto”. “Gli Stati membri continueranno a ostacolarne i progressi, temendo che possano minare la Nato. La difesa europea comune ha il potenziale per evolversi in appalti comuni e progetti congiunti, ma rimane la non volontà di creare una dottrina condivisa che comanderebbe queste nuove capacità”.

Le nuove sanzioni alla Russia

La riunione del Consiglio coincide anche con le prime sanzioni varate dagli Stati Uniti sotto la presidenza Trump contro Mosca — una mossa che, secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ieri sera ha avuto una call con la leader europea Ursula von der Leyen, risponde al mancato impegno della Russia nel processo di pace in Ucraina. Szymon Kardas, senior policy fellow esperto di dinamiche interne russe, osserva che le nuove sanzioni imposte dall’amministrazione Trump rappresentano una misura mirata e di grande portata, poiché colpiscono Rosneft e Lukoil, i due maggiori produttori ed esportatori di petrolio russi, responsabili di oltre il 50% della produzione nazionale. Sommando queste restrizioni a quelle introdotte alla fine dell’era Biden contro GazpromNeft e Surgutneftegaz, le sanzioni statunitensi coprono ora le quattro principali compagnie petrolifere del Paese, che generano circa i tre quarti della produzione e l’80% delle esportazioni di greggio. Kardas spiega che l’impatto sarà inevitabile in termini di calo dei ricavi energetici e di conseguente riduzione delle entrate fiscali russe, anche se l’entità delle perdite dipenderà dal comportamento dei principali acquirenti — Cina, India e Turchia — e dalla capacità di Mosca di aggirare le restrizioni attraverso intermediari o la cosiddetta shadow fleet. Le misure, aggiunge l’esperto, potrebbero mettere in particolare difficoltà Lukoil, coinvolta in progetti upstream internazionali, e creare problemi a Slovacchia e Ungheria, che dipendono ancora dal suo greggio raffinato nelle strutture del gruppo Mol. Secondo Kardas, Washington userà questa decisione anche come leva politica per spingere l’Unione Europea ad accelerare l’abbandono definitivo delle importazioni energetiche russe, che continuano a fluire legalmente verso Budapest e Bratislava attraverso il ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba.

In a nutshell

In sintesi, questo Consiglio europeo è un altro fondamentale banco di prova per trasformare le grandi ambizioni europee in scelte concrete, con uno sguardo attento alla semplificazione del mercato unico, alla transizione verde e al sostegno all’Ucraina, tenendo presente il contesto geopolitico in rapida evoluzione.

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