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Alle celebrazioni del 4 novembre di quest’anno, tradizionalmente centrate sul ricordo della Vittoria nel 1918, si è aggiunto se non addirittura sovrapposto l’anniversario della tumulazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria tre anni dopo,nel 1921.

Le due date rappresentano due momenti fondamentali e differenti della nostra storia nazionale. Infatti, se con la prima si concludeva,con l’affermazione di un’Italia unita e sovrana, il processo politico e militare delle Guerre di Indipendenza del secolo precedente, con la seconda era la popolazione nazionale ad appropriarsi del suo ruolo di protagonista di quella trasformazione, mediante una liturgia, laica e religiosa al tempo stesso, che non ha più avuto eguali nella nostra storia.

Insomma, cent’anni fa il 4 novembre del 1921 un’Italia diventata finalmente “grande” per merito del sacrificio dei suoi figli certificava solennemente la sua nuova dignità, mediante un lutto collettivo che veniva elaborato e trasformato in orgoglio nazionale. E si trattò di una elaborazione solenne, accurata, organizzata fin nei minimi particolari, ma spontanea al tempo stesso come emerso anche dalle recenti ricostruzioni storiche nelle quali si è finalmente impegnata, in qualche maniera, pure la Rai.

C’era, allora, la consapevolezza della portata storica di un evento che non si proponeva soltanto di rendere omaggio ai Caduti, agli orfani, alle vedove, alle madri e agli ex combattenti che si assieparono a milioni, in silenzio, lungo il tragitto del treno che portò il “figlio di Maria Bergamas” da Aquileia a Roma; si trattava soprattutto, invece, dell’atto dall’elevato valore simbolico col quale si sanciva la maturazione anche a livello popolare di una nuova e ambiziosa potenza internazionale, con la quale fare i conti. Per questo, il viaggio del Milite Ignoto non si concluse in una semplice, per quanto solenne, Tomba Monumentale predisposta in qualche piazza storica della Capitale, ma in quel “Vittoriano” tra il Foro Romano e il Campidoglio che era stato dedicato a Vittorio Emanuele II, Padre della Patria. Un Padre al quale i suoi stessi discendenti decisero quindi di far fare un passo indietro rispetto all’ignoto soldato in arrivo da uno sperduto cimitero di guerra del Carso, ma capace di trasformare quella mastodontica opera architettonica nell’Altare della Patria. Un termine dal significato simbolico inequivocabile.

Certo, questi sono temi estremamente distanti dal dibattito politico e “culturale” attuale, che a fatica possono essere digeriti da una opinione pubblica condizionata a considerare la Sovranità nazionale, che si intronizzava solennemente allora, un male da rigettare non si sa in cambio di che cosa, e a prendere le distanze dai toni bellicisti propri della generazione protagonista di quegli anni e di quelli che seguirono.

Sono temi distanti per chi si è abituato a considerare la guerra un malvezzo del passato, incompatibile con la nostra compiaciuta modernità, nonché a ritenere la difesa stessa un “eccesso” da punire in ogni caso, sia che si tratti di quella dei confini nazionali, della persona, della famiglia o della proprietà, come quandoqualcuno si intrufola in casa altrui a scopo di rapina, o peggio.

Sono temi distanti anche per chi considera con provinciale distacco la realtà che orbita attorno a noi, anche a breve distanza, come se quello di cui si discute a proposito di missili ultrasonici, droni, aerei di nuova generazione, satelliti, sommergibili nucleari con i quali cementare nuove alleanze come l’Aukus, fossero tematiche tecnologiche portate avanti da qualche appassionato di bellurie futuribili fini a se stesse e non da chi si prepara a menare le mani, forse prima di quanto noi non si possa prevedere.

Se non distanti, questi temi si dimostrano infine imbarazzanti per le Forze Armate stesse, ingessate nell’obbligo di non turbare la marginale ma astiosa parte più antimilitarista dell’opinione pubblica col sospetto di voler essere sempre le stesse, vale a dire uno strumento di guerra prima di tutto. Una guerra che non è l’incrostazione di un Medioevo che non si decide a passare, ma un cataclisma che continua a insanguinare il Nord Africa, il Sahel e il Medio Oriente, per rimanere a noi vicini, e che rischia di contaminare la civilissima Europa in Ucraina come il Mar Cinese in Estremo Oriente.

Si tratta di un imbarazzo dovuto al progressivo e ingenuo affermarsi dell’idea del soldato come operatore tuttofare che, grazie all’aiuto della tecnologia, non avrebbe più bisogno di ricorrere all’aggressività, alla forza fisica e morale di quei fanti interrati nelle trincee di cent’anni fa. Un soldato inteso come innesto biologico in un Sistema d’Arma tecnologico, da maneggiare con guanti e camice bianco e disponibile per qualsiasi esigenza.

Ma se questo può sembrare vero, ad un osservatore disattento o distratto, con riferimento al marinaio o al pilota d’aviogetto o di elicottero, così non è per il soldato tout court per il quale non basta attingere alla passione per il volo, per il mare o per la tecnologia per convincerlo a impegnarsi fino a mettere a rischio la propria vita. Per lui, lo spunto motivazionale va infatti ricercato negli strati più profondi dell’anima, attingendo a quel patrimonio valoriale e identitario che fa capo a quello che considera più profondamente suo, a partire dalla famiglia e dalla comunità che lo esprime. E, soprattutto in questo contesto, l’esempio del Milite Ignoto è ancora irrinunciabile.

Potrebbero sembrare vuota retorica, parole al vento, queste, se non fosse che l’attuale discussione sul tema di un “Esercito Europeo” che prescinda da una identità comune per accontentarsi invece di un interesse condiviso dall’Unione, non costringesse a una riflessione.

Se infatti non è una semplice legione straniera mercenaria quella che si cerca, ma uno strumento più affidabile, l’impianto motivazionale non può limitarsi all’offerta di un buon posto fisso, per quanto carico d’avventura e di stimoli. Invece, è necessario proporre esempi che sappiano spingere all’emulazione e al servizio, come si fa da prassi consolidata in tutte le Forze Armate del mondo attingendo all’inesauribile patrimonio di sacrifici ai quali tutti i popoli si sono prestati in millenni di storia. E se esistono Caduti noti o ignoti capaci di dare corpo con la loro vicenda personale alla disponibilità al sacrificio anche degli Eserciti nazionali dell’oggi, non esiste alcun milite ignoto comunitario che sintetizzi simbolicamente le virtù comuni di popoli che alle tante affinità abbinano anche tante differenze, a partire dalla lingua, dalla cultura e dalle tradizioni più interiorizzate; per non parlare degli interessi, ovviamente, come evidenziato platealmente dalla concorrenza senza scrupoli in campo commerciale, economico ed anche strategico, a partire dalla Libia per fare un esempio a noi vicino.

Insomma, il Milite Ignoto non rappresenta ancora un reperto archeologico da mostrare a qualche pensoso esperto di cose antiche, ma il carburante stesso che alimenta la vita di uno Stato che voglia continuare ad essere libero e indipendente, seppur in un contesto di libere alleanze internazionali tra pari.

Tra pari, appunto.

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