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A Pechino ce l’avevano messa proprio tutta per schivare una crisi strisciante del debito, figlia del crack di Evergrande, una delle principali società immobiliari cinesi finita insolvente verso il mercato per decine di miliardi di yuan, in termini di obbligazioni emesse e non rimborsate. Forse non sarà esplosa la bomba, come fu nel 2008 quando in 24 ore Lehman Brothers dichiarò il fallimento, innescando la crisi finanziaria e dei debiti sovrani degli anni a venire. Ma la Cina non è riuscita ad evitare gli effetti pericolosi e nefasti di una sfiducia degli investitori verso il debito del Dragone, mai così traballante come in questi anni.

E così, fare a pezzi Evergrande, mettendo interi asset sul mercato, sembra essere servito poco a nulla. Perché l’onda lunga della crisi del gigante immobiliare è già arrivata, mettendo in fuga i primi compratori di debito, pilastri di ogni economia avanzata e fortemente indebitata, come quella cinese. C’è un dato rivelatorio, diffuso pochi giorni fa da Bank of America e passato quasi inosservato: i tassi di interesse sulle obbligazioni cinesi ad alto rendimento emesse all’estero sono improvvisamente saliti al 13,3% la scorsa settimana, proprio nei giorni in cui il governo della Repubblica Popolare annunciava lo spezzatino di Evergrande, certificando l’incapacità del gruppo di stare in piedi sulle sue gambe.

Un incremento del 3,3% in poche ore visto che i rendimenti, ovvero il prezzo chiesto dagli investitori per sottoscrivere le obbligazioni di Stato, si era fino a quel momento attestato al 10%. In altre parole, è aumentata la percezione del rischio all’estero verso il debito cinese. Ed è tutta colpa di Evergrande e dei suoi guai visto che, come scritto dal Financial Times, “i rendimenti più elevati suggeriscono che i problemi di Evergrande hanno sollevato maggiori preoccupazioni sulla salute del settore immobiliare, che in Cina rappresenta circa la metà dell’emissione di obbligazioni estere”.

E che dietro l’impennata dei tassi ci sia sempre Evergrande ne è convinto anche Edmund Goh, direttore degli investimenti presso Aberdeen Standard Investments per il quale “la maggior parte della debolezza del debito cinese è dovuta alla situazione dei gruppi immobiliari”, quale Evergrande. “Parliamo di un gruppo che ha insolvenze verso il mercato 104 miliardi di dollari e le cui azioni sono scese del 70% quest’anno, con un crollo dei profitti del 40%”.

Intanto, si affacciano i primi acquirenti pronti ad accaparrarsi i resti del colosso immobiliare. Tra questi, Xiaomi, il gigante dell’elettronica di consumo (37,6 miliardi di dollari di fatturato nel 2020) che punta dritto al settore automobili elettriche di Evergrande. D’altronde il comparto non sta ancora avendo l’atteso successo commerciale con il brand Hengshi.

La stessa Evergrande starebbe trattando la vendita, in questi giorni, di altri asset tra cui gli immobili della sede centrale a Hong Kong. I contatti tra Evergrande (sotto i riflettori negli scorsi anni per i rapporti con l’Inter) e Xiaomi sono solo preliminari e le parti non hanno ancora avviato discussioni avanzate. Xiaomi ha attualmente una importante produzione di monopattini elettrici e – come Huawei e altri player del settore smartphone – ha più volte ribadito la volontà di entrare nel settore dei New Energy Vehicle affermando però di aver parlato con molte aziende per concretizzare questa sua attività automobilistica.

Lo spezzatino non basta, Evergrande colpisce ancora il Dragone. E spunta Xiaomi

Nonostante la messa in vendita degli asset del gigante immobiliare insolvente per decine di miliardi verso il mercato e con le azioni crollate del 70%, gli investitori cominciano a non fidarsi del debito cinese, facendo schizzare i rendimenti. Intanto Xiaomi punta dritto ai veicoli elettrici del colosso

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