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Dopo le misure contro imprenditori del mondo della finanza e nel settore tech, il governo cinese si prepara per una campagna contro la cosiddetta “cultura delle celebrity”. Che cosa accade quando un personaggio noto dello spettacolo, con milioni di follower sui social e un seguito importante, non condivide le linee politiche delle autorità? Semplicemente sparisce, almeno dalla rete.

Negli ultimi mesi sono stati vietati i film con ruoli di “uomini effeminati” e “idoli gay” e anche le serie di “troppo” successo. L’Amministrazione del Cyberspazio ha approvato recentemente la chiusura di fan-club e forum di dibattito che potrebbero essere usati dalla dissidenza cinese per la diffusione d’informazione e messaggi contro il governo.

Le nuove regole digitali intervengono anche sulla vendita di merchandising di qualsiasi celebrità e la pubblicazione di ranking di popolarità in rete. L’obiettivo del Partito Comunista Cinese è molto seguito dal pubblico, persino le foto e i contenuti che pubblicano, foto e contenuti inclusi.

E la vittima più nota di questa campagna è la famosa attrice Zhao Wei, conosciuta come la “Jennifer Aniston asiatica”. Tutta la presenza social dell’artista, che conta con 25 anni di carriera professionale, è stata cancellata da internet.

Protagonista della serie “My Fair Princess”, Zhao ha partecipato in decine di film e ha vinto un Golden Eagle (equivalente di un Emmy). La giovane è anche cantante, modella, regista e imprenditrice insieme al marito, Huang Youlong. Zhao è stata ambasciatrice di Weibo, il twitter cinese, e aveva più di 86 milioni di follower. Finché le autorità hanno deciso di cancellarla totalmente perché troppo influente.

Dalla fine di agosto chi cerca qualsiasi informazione su Zhao in Cina trova il vuoto. Film, telefilm, campagne pubblicitarie, dischi…. Tutto è stato cancellato, i fan-club vietati. Le autorità non si sono pronunciate sul caso ma sul sito The Global Times ci sono alcuni indizi sul vero motivo della rappresaglia.

L’artista, che nel 2016 è stata membro della giuria del Festival di Venezia, sarebbe coinvolta in alcuni scandali finanziari con il marito e avrebbe sostenuto l’indipendentismo di Taiwan arruolando l’attore Leon Dai in uno dei suoi film. Senza contare una vicinanza alla cultura giapponese ritenuta pericolosa dalle autorità a Pechino.

Stanley Rosen dell’Università della California del Sud ha spiegato al Wall Street Journal che Zhao “è la massima espressione di tutto quello che il Partito Comunista cinese pensa che è sbagliato nella cultura delle celebrità. La prova che nessuno, non importa quanti soldi o popolarità abbia, è troppo grande per essere perseguitato”.

Un vero e proprio “richiamo all’ordine” per le star più liberali. Secondo la rivista Variety, il Partito Comunista Cinese ha sfruttato la collaborazione con artisti finché propedeutica alla propaganda del governo. Quando le star iniziano a ritagliarsi uno spazio di indipendenza, suona un campanello d’allarme.

La corrispondente de El País, Macarena Vidal, spiega come la Cina di Xi Jinping abbia iniziato a usare il pugno duro contro miliardari e settori con troppo potere in nome della ‘prosperità comune’, e come nessuna figura dell’industria dell’intrattenimento sia sufficientemente potente per sentirsi al sicuro. Recentemente altre giovani  celebrità come Zhang Zhehan  o Kris Wu, rispettivamente volto immagine di Lanvin e Louis Vitton, hanno pagato il prezzo, in termini di celebrità e benessere economico, della censura governativa.

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