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All’indomani del vertice di Sharm el-Sheikh, dove Donald Trump si è posto trionfalmente come il broker di una pace lungamente attesa in Medio Oriente (senza però riuscire ad ottenere, almeno per il momento, il premio Nobel), la comunità internazionale può certamente dichiararsi soddisfatta per la fine delle ostilità a Gaza.

Sarebbe però quantomeno semplicistico e un po’ingenuo illudersi che questo ‘cessate il fuoco’ in cambio di prigionieri ed ostaggi sia di per sé foriero della complessiva pacificazione della regione. La tregua conseguita – o meglio imposta – grazie all’azione risolutiva degli Stati Uniti è solo il primo passo di un percorso che si preannuncia ancora lungo e disseminato di ostacoli (basti pensare al fatto che già nella mattinata di martedì cinque palestinesi sono stati uccisi dall’Idf) senza parlare dell’assenza di Netanyahu e di Hamas in Egitto.

È innegabile che Trump sia riuscito ad ottenere un risultato significativo, che certamente non è il frutto di un esercizio diplomatico ‘tradizionale’ ma piuttosto di una sua personale reinterpretazione del negoziato (la sua ‘art of the deal’ riprendendo Kissinger) che prevede di tenere in una mano la pistola carica e nell’altra il ramoscello di ulivo. Certamente gli Stati Uniti, forti della loro potenza militare su scala globale e di un Congresso dominato dai repubblicani hanno molti meno limiti e più libertà di manovra delle altre democrazie occidentali, ma il Presidente ha fatto ancora di più leva su questa situazione facendo fortemente ricorso alla forza, o quantomeno alla coercizione dei propri interlocutori. Alla fine, quello che conta è il risultato, e Trump lo ha raggiunto riportando a casa tutti gli ostaggi israeliani rimasti in vita dopo il 7 ottobre. E bene ha fatto anche Joe Biden a congratularsi con il suo successore, sapendo che tradizionalmente gli ebrei americani sono (o quantomeno erano) in maggioranza elettori Democratici: le elezioni di Mid-term sono praticamente dopodomani e oggi si tratta di una constituency elettorale molto preziosa.

Il Presidente repubblicano ha avuto la bravura di forzare la mano nel momento in cui la situazione complessiva nella regione si era girata in modo favorevole, aprendo una finestra di opportunità per portare a termine il processo di pace ,che forse non si ripeterà per molto tempo ancora. Tutti i nemici di Israele sono indeboliti: i vertici di Hamas sono stati decapitati, l’Iran è stato bombardato e il suo programma nucleare seriamente rallentato, Hezbollah in Libano si trova in grande difficoltà. Allo stesso modo, il premier israeliano Netanyahu si è trovato messo in un angolo, sia a livello internazionale per la crescente indignazione dell’opinione pubblica per le operazioni militari effettuate contro i gazawi oltre i limiti del diritto internazionale sia internamente per il troppo tempo necessario a riportare a casa gli ostaggi. Inoltre, la necessità di riuscire a smarcarsi dalle frange più estreme della propria maggioranza di governo hanno indotto Netanyahu ad accettare le condizioni di Trump per arrestare il processo di logoramento politico di cui era vittima da diverso tempo.

E ora, che succede? Senza abbandonarsi agli eccessivi trionfalismi di Trump (che si è vantato di aver posto fine ad un conflitto addirittura trimillenario tra Ebrei e Filistei), mai come in questo momento occorrono lucidità e pragmatismo per trovare una soluzione condivisa e duratura che garantisca davvero la pace tra israeliani e palestinesi favorendo la ricostruzione di Gaza e l’approdo allo schema ‘due popoli, due Stati’. Gli interessi delle potenze regionali potrebbero finalmente convergere: la Turchia vuole rafforzare la propria influenza attraverso il ‘neo-ottomanesimo’ di Erdogan; in Iran si potrebbe aprire una nuova fase di maggiore apertura all’Occidente per la necessità di porre fine alle sanzioni ed un riavvio del dialogo interotto dallo stesso Trump nel suo primo mandato, le monarchie del Golfo, dal canto loro, hanno una disponibilità pressoché inesauribile di capitali che possono finanziare la ricostruzione, riportando sviluppo a Gaza e prosciugando dunque i pozzi del terrorismo di matrice islamica. Occorre mantenere la barra dritta e fare in fretta, evitando di ricadere in una spirale di violenza e mettendo ai margini gli estremismi da una parte e dall’altra (ad esempio, fermando i tentativi dei coloni di espandere gli insediamenti ebrei in Cisgiordania), inviando una forza di stabilizzazione, soldati per l’addestramento delle forze di polizia, medici e personale sanitario.

Il metodo Trump si dimostra ormai collaudato: prima picchia duro, poi impone la pace. In Iran ha funzionato, e anche a Gaza, seppure al prezzo carissimo (e ingiustificabile) di oltre 70mila morti. Non ha – ancora – funzionato in Ucraina, dove invece il pugno di ferro è stato adottato solo nei confronti di Zelensky, mentre Putin è stato risparmiato.

In questo hanno avuto un ruolo certamente la fascinazione di Trump verso il suo omologo russo, ma anche il tentativo di appeasement verso Mosca per riportarla nell’alveo occidentale come si era quasi riusciti a fare nel 2002 con il vertice di Pratica di Mare. Ora, tuttavia, serve uno sforzo ulteriore che guardi al lungo periodo: per questo occorre che la diplomazia – quella tradizionale – ritorni in campo. A questo scopo, anche l’Italia può giocare un ruolo importante attraverso la sua azione “silenziosa ma efficace”, come descritto ieri correttamente in Egitto dalla premier Meloni e se possibile il più rapida possibile.

Oltre la diplomazia trumpiana. Castellaneta spiega come consolidare la tregua per la pace in Medio Oriente

Mai come in questo momento servono lucidità e pragmatismo per trovare una soluzione condivisa e duratura che garantisca davvero la pace tra israeliani e palestinesi. Per l’Ucraina occorre invece che la diplomazia – quella tradizionale – ritorni in campo. A questo scopo, anche l’Italia può giocare un ruolo importante attraverso la sua azione “silenziosa ma efficace”.  L’analisi dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

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