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Una notizia eccellente sul versante della fusione nucleare, finora sogno della produzione energetica (sostenibile), teoricamente capace di generare elettricità quasi illimitata. Un gruppo di scienziati americani (finanziati da Eni) ha annunciato di aver rimosso uno degli ostacoli tecnologici più grandi sulla strada verso l’implementazione pratica del “sole artificiale”.

Il processo di generazione energetica tramite fusione nucleare – simile a quello che avviene nel cuore delle stelle – si basa sul contenere, per mezzo di un campo magnetico, una massa di plasma incandescente (si parla di oltre cento milioni di gradi, ben oltre le temperature del nucleo del Sole). Uno dei problemi fondamentali sta nel creare conduttori abbastanza potenti da alimentare un campo di contenimento efficace, rendendo il processo pratico e sicuro.

Qui la svolta degli scienziati, che sono riusciti a creare un campo magnetico di 20 tesla (l’unità che serve per misurare la forza di un magnete), cioè il più forte nel suo genere mai creato sulla Terra. Di più: il materiale “a nastro” utilizzato dai ricercatori per creare i superconduttori (detti Hts, High Temperature Superconductors) è disponibile commercialmente e ha permesso di ridurre le dimensioni della struttura a un quarantesimo rispetto all’utilizzo di magneti più convenzionali.

È una vittoria anche per la visione del team, che si era prefissato di costruire un reattore più piccolo (e capace di gestire temperature più alte) rispetto all’esperimento-monstre detto ITER, uno sforzo scientifico globale secondo solo alla Stazione spaziale internazionale (con la partecipazione di Cina, Corea, Giappone, India Russia, Ue e Usa) volto a costruire il reattore a fusione nucleare più grande mai creato nel sud della Francia.

Il successo è da attribuire al Massachusetts Institute of Technology e alla startup americana Commonwealth Fusion Systems (Cfs), uscita dal polo bostoniano, di cui Eni è azionista di maggioranza dal 2018. Claudio Descalzi, amministratore delegato del gruppo energetico italiano, ha comunicato il successo del test salutandolo come un “risultato straordinario”. Questi superconduttori, secondo gli scienziati, saranno in grado di gestire il plasma riscaldato alle temperature necessarie.

Ora si tratta di portare il plasma a una temperatura tale da innescare un processo di auto-sostentamento e conservarlo nel tempo, di modo da ottenere più energia di quanta non se ne utilizzi per mantenere attiva la reazione. In teoria è tutto possibile: a maggio gli scienziati cinesi dell’ITER sono riusciti a mantenere il plasma alla temperatura record di 120 milioni di gradi per 101 secondi, un progresso significativo raggiunto in pochi mesi dall’accensione del reattore.

Eni conferma che dal successo dell’esperimento si continua con la roadmap prevista, ossia la costruzione del primo impianto sperimentale a produzione netta di energia (detto SPARC) e l’immissione nella rete elettrica di energia prodotta mediante fusione “nel prossimo decennio”. Nelle parole di Descalzi, l’implementazione commerciale di questa tecnologia “[cambierebbe] per sempre il paradigma della generazione di energia e [contribuirebbe] a una svolta epocale nella direzione del progresso umano e della qualità della vita”.

Mit-Eni, passo fondamentale verso la fusione nucleare

Gli scienziati americani (con il sostegno della multinazionale italiana) hanno costruito magneti capaci di gestire il “sole artificiale”. Descalzi guarda al 2025 per la prima dimostrazione e “al prossimo decennio” per la commercializzazione

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