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Raramente gli Stati Uniti hanno avuto così bisogno, oltre alle critiche martellanti, di amici veri dall’altra parte dell’Oceano, specialmente in Europa occidentale. Siamo chiari: il presidente Joe Biden ha fatto degli errori. Non è riuscito, ad esempio, ad associare il ritiro americano dall’Afghanistan alle precedenti amministrazioni che avevano concordato l’operazione con i Talebani.

L’intelligence americana non è stata capace di prevedere il macello e il caos che avrebbero accompagnato un’uscita precipitosa. Se mai è esistito un piano degli Stati Uniti per un abbandono dell’Afghanistan anticipato, completo e privo di equivoci, quel piano è rimasto sulla carta, purtroppo.

Questi errori grossolani non cancellano una verità scomoda: era arrivato il momento di abbandonare l’Afghanistan al suo destino. Se due decenni di escalation e una massiccia presenza americana non sono riusciti a rendere Kabul in grado di governare il Paese, chi mai si sarebbe preso il rischio di altri dieci anni di fallimento laggiù?

Ora è il momento di pensare al dopo. Gli Stati Uniti cercano sponde. È improbabile che un aperto supporto arrivi da una Germania ancora potente sul piano economico ma alle prese con una difficile tornata elettorale in autunno. Difficile aspettarlo da un primo ministro Tory come Boris Johnson, né sarebbe particolarmente apprezzato a Washington. Lo stesso non si può dire di Emmanuel Macron in Francia, o Mario Draghi in Italia.

Negli Stati Uniti non c’è ancora la giusta percezione di quanto le idee di Draghi su come gestire l’economia di una nazione siano simili a quelle di Biden. Entrambi, con ricette diverse, si muovono sul solco ideale di Franklin Delano Roosevelt: il trucco per evitare una catastrofe economica è l’intervento dello Stato.

Su questo, più ancora che sulla politica estera, si misureranno nuove convergenze. Con un presidente impegnato a emulare il New Deal, il piano che già una volta ha salvato il libero mercato americano dalla distruzione assoluta, i guai diplomatici scivolano in secondo piano. La sfida economica sarà fondamentale per le prossime elezioni presidenziali. Due uomini con l’esperienza di Biden o Draghi lo sanno bene.

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