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Il “fact checking” è questione dei professionisti dell’informazione. Verificare le fonti di una notizia, per evitare che si tratti di una “fake news” richiede tempo e professionalità. Ma c’è un diritto civile, a prescindere dal ruolo del giornalismo (anche di quello prezioso, prestigioso e con la schiena diritta: raro, come tutte le cose di valore), che dovrebbe essere fruibile da chiunque, anche da chi non sopporta gli anglicismi.

La politica e la moltiplicazione dei mezzi di informazione (tradizionali e social) rende spesso insicuro il terreno su cui poggiamo i piedi. Un’affermazione sbagliata – per superficialità o per calcolo – rischia di restare sedimentata nella memoria delle persone e del web. Possibile che non si possa creare un meccanismo semplice e utilizzabile dai cittadini per verificare – in un lasso ragionevole di tempo – quanta verità resti contenuta nell’affermazione di un ministro o di un sindaco, o di qualunque altro rappresentante della cosa pubblica?

Paradossalmente con la nascita di nuovi soggetti deputati alla trasparenza sembra che l’opacità si sia fatta anche più fitta. Una volta bastava la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato per attribuire affidabilità alla relazione tecnica con cui si dovrebbe accompagnare ogni nuova legge. Oggi nemmeno il più recente Ufficio Parlamentare di Bilancio sembra in grado di diradare le nebbie di una informazione tossica o intossicante.

Qualche giorno fa Veronica de Romanis ricordava – giusto per fare un esempio – gli effetti della contestatissima norma sui requisiti per andare in pensione anticipata, la famigerata “quota 100”. A fronte di una promessa che annunciava per ogni pensionato anticipato con quota 100 la creazione di tre posti di lavoro, il tasso di sostituzione reale è stato dello 0,45. Che vuol dire nemmeno un occupato ogni due prepensionati. Un fallimento colossale almeno per i conti del mercato del lavoro. Chi ne risponderà? Credo nessuno. I tweet diffusi all’epoca hanno ricevuto talmente tanti like – sempre per la gioia di chi non ama gli anglicismi – da seppellire qualunque precisazione postuma, benché autorevolmente riferita dalla professoressa de Romanis.

Resterà nella memoria dei più l’assioma – più volte smentito – che pensionando i lavoratori meno giovani ci sia un automatico ingresso di nuove forze di lavoro. Sbagliato. Non è così. Ma al prossimo diffondersi della polemica sul ricambio generazionale, si farà ricorso ad argomenti fuori mercato (inteso come mercato della buona informazione).

Potremmo dire altrettanto per le promesse da marinaio sugli effetti del reddito di cittadinanza sulla povertà, o per i programmi di rafforzamento dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro. Ma anche per la funivia Battistini-Casalotti, inserita tra i programmi qualificanti – a prescindere dalla bontà o meno dell’idea – del nuovo sindaco di Roma, cinque anni fa. Potremmo dire altrettanto per ministri e amministratori locali, a prescindere dal partito di appartenenza.

È così inutile che il cittadino conosca la verità dei fatti e la congruenza tra una promessa e la realtà? Non bastano i giornali e i giornalisti – ben vengano quelli che sanno smentire anche se stessi, a distanza di tempo, quando scrivono e descrivono fatti che fatti non sono stati – potrebbero essere utili strumenti ulteriori. Non credo all’algoritmo della verità, e diffido della moltiplicazione delle authority (tanto meno di un presunto ministero della Verità, che ricorderebbe i lucidi incubi di Orwell). Mi augurerei un obbligo di legge. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – dopo un anno dalla promulgazione? – degli effetti prodotti dalle norme approvate, e gli scostamenti realizzati rispetto alla relazione tecnica prevista. I lettori della Gazzetta Ufficiale non sono molti, ma tutti potrebbero diventarlo.

La politica tra promesse e realtà. Una proposta di fact checking (obbligatoria)

È così inutile che il cittadino conosca la verità dei fatti e la congruenza tra una promessa e la realtà? Non bastano i giornali e i giornalisti, potrebbero essere utili strumenti ulteriori. Non credo all’algoritmo della verità, e diffido della moltiplicazione delle authority. Mi augurerei un obbligo di legge. La proposta di Antonio Mastrapasqua

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