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Da molto tempo, le sorti della Corea del Sud sono legate ad una famiglia. E, come in tutte le famiglie, la storia è fatta di alti e bassi.

Oggi una corte d’appello sudcoreana ha deciso di condannare a due anni e mezzo di reclusione Lee Jae-yong, erede di Samsung Electronics. L’accusa è di corruzione e malversazione di fondi nell’ambito di uno scandalo che coinvolge l’ex presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye. Ma non è la prima volta…

La scorsa settimana, in una conferenza stampa a sorpresa, l’erede del gruppo è stato costretto a chiedere scusa pubblicamente (un’azione molto forte nella cultura coreana). Dalla sede dell’impresa a Seul, ha chiesto perdono e ha promesso un cambio di direzione per ripulire l’immagine della Samsung.

“La nostra tecnologia e i nostri prodotti sono considerati di prima classe, ma la pubblica opinione su Samsung continua ad essere severa – ha dichiarato Lee –. Sono colpevole e chiedo scusa. Cercherò di evitare altre controversie nella successione al vertice dell’azienda. E non prenderò mai più misure contro la legge”.

Secondo gli esperti, dal discorso del magnate si deducono due promesse: la prima, lui che ha ereditato l’impero dal padre, non lascerà ai figli la guida della compagnia. Lee Jae-yong ha un figlio di 21 anni e una figlia di 16. La seconda, permetterà (finalmente) ai lavoratori di affiliarsi ai sindacati. In pratica, è la fine e l’inizio di una nuova era per il produttore di chip più grande al mondo.

La condanna di oggi contro Lee Jae-yong è l’ultima di una serie di traversie giudiziarie. Anni fa era stata aperta un’indagine per frode contabile nella divisione di biotecnologia da lui guidata, Samsung BioLogics. Nel 2010 c’è stata una causa con Apple per il presunto furto di alcuni brevetti e nel 2013 c’è stata una disputa famigliare tra i fratelli per il controllo delle azioni della compagnia.

Poi Samsung è stata accusata di avere donato denaro (circa 36 milioni di dollari) a due fondazioni gestite dalla “sciamana” Choi Soon-sil, conosciuta come la Rasputin sudcoreana e amica intima dell’ex presidente Park Geun-hye. Le donazioni sarebbero state fatte in cambio di sostegno politico per la difficile fusione della parte tecnologica Samsung C&T con l’impresa Cheil Industries e per favorire il passaggio della gestione di Samsung a un ramo della famiglia.

Samsung è il più grande “chaebol” (business famigliare) della Corea del Sud. Lee Kun-hee, padre di Lee Jae-yong, ha un patrimonio di 15,6 miliardi di dollari ed è l’uomo più ricco del Paese, secondo la rivista Forbes. Ma neanche il patriarca è esente dagli scandali: nel 2008 è stato dichiarato colpevole di evasione fiscale.

L’estate scorsa, invece, sono volate in famiglia accuse sull’uso di servizi di escort – un reato grave in Corea del Nord -, con tanto di diffusione online di un video.

Il gruppo che oggi controlla la più grande produzione di smartphone e microchip non si è occupato sempre di tecnologia. Il primo business famigliare è stata una pescheria. Nel 1938, Lee Byung-chul, il nonno pioniere, si dedicava alla vendita di pesce, frutta e verdura. Solo nel 1960 ha deciso di espandersi, entrando nel mondo dell’elettronica.

Geoffrey Cain, autore del libro Samsung Rising: The Inside Story of the South Korean Giant That Set Out to Beat Apple and Conquer Tech, ha spiegato alla Bbc che “la storia di Samsung ha radici umili, ma la famiglia ha saputo imparare molto sui giochi politici”.

“Il fondatore voleva costruire un conglomerato che potesse sopravvivere a qualsiasi attacco economico o politico – prosegue Cain -. L’idea era creare una fortezza così grande, così forte e così importante per il Paese, da non potere essere ignorata da nessun governo”. La compagnia è in effetti parte integrante della crescita vertiginosa e dell’attuale condizione di benessere sudcoreano. Non solo a livello di comunicazione ed intrattenimento, ma anche per l’accesso ai servizi sanitari e l’istruzione. Tutto tramite Samsung, che oggi però non attraversa un buon momento…

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Lee Jae-yong, erede e nipote del fondatore della compagnia, è stato condannato per corruzione e malversazione di fondi. Ma la vicenda è anche politica, giacché l’azienda mobilita la quinta parte del Pil della Corea del Sud. Storia della famiglia che, dalla vendita di pesce, è passata a controllare la fabbrica più grande di smartphone e microchip del mondo

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