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Centinaia di  persone sono state arrestate in questi ultimi giorni in Tunisia, dove le generazioni più giovani sono tornate in piazza a dieci anni dalla morte dell’ambulante Mohamed Bouazizi che diede inizio alla Rivoluzione dei Gelsomini e l’avvio, a cascata, delle rivolte che nel 2011 innescarono le Primavere Arabe. Protagonisti di scontri in strada e combattimenti di guerriglia contro le forze dell’ordine sono gli stessi giovani (inteso come stessa tipologia demografica e sociale) che dieci anni fa volevano l’emancipazione e la libertà, la fine dell’oppressione di Ben Ali; volevano un futuro.

Ora si fanno chiamare gli “affamati”, la “Rivoluzione degli Affamati”, e indicano il Covid e i lockdown come responsabili epidermici della situazione, ma contestano tutto il sistema statale, istituzionale, economico e sociale in cui vivono. Molti di loro rimpiangono i vecchi periodi, crescono i segni di frustrazione che da sociale (collettiva) diventa psicologica (individuale), detestano i politici (tutti, anche quelli dei partiti nati successivamente alla Primavera), iniziano a credere che tutto sia stato inutile.

Disoccupazione (soprattutto giovanile), povertà, blocco del turismo e delle esportazioni, un paese che non è più attrattivo per gli investimenti stranieri, le casse pubbliche in crisi nera. Le folle, che nei giorni scorsi sono scattate a manifestare nell’ora in cui è iniziato il lockdown sanitario imposto dal governo, gridano “il lockdown politico dura da dieci anni”. Sovrapposizione, anche nella narrazione, di una crisi all’altra.

Il Covid fa da aggravante, con tutti i suoi risvolti e le sue criticità, ma non fa altro che approfondire faglie pre-esistenti – questioni di instabilità che a luglio, davanti a una nuova crisi di governo, la professoressa Alessia Melcangi ricordava spiegando come il desiderio profondo dei tunisini fosse rompere “la vecchia logica politica corrotta e disfunzionale”. In piazza sono scesi anche ragazzini, tra gli arrestati ci sono perfino dei dodicenni: le autorità li chiamano “i saccheggiatori”, marcando una distanza ancora più netta tra istituzioni/autorità e popolazione.

L’assenza di riforme strutturali (sempre discusse, mai arrivate), la corruzione, l’ascensore sociale bloccato, l’assenza di prospettive future, sommate al terrorismo che continua a diffondersi e ai rischi provenienti dalla crisi libica al confine: il Covid sembra più che altro un acceleratore di quelle condizioni delicate e instabili che caratterizzano il paese. È così? “Come ovunque, il Covid ha di fatto accelerato certi processi – risponde Mattia Giampaolo, ricercatore del Cespi/Ecfr esperto della regione – sebbene la Tunisia è uno dei casi in cui la protesta si è mantenuta su un livello permanente. E lo dimostrano le successioni dei vari governi che abbiamo visto in questi anni. C’è un dato che ci dà una fotografia di questo: tra ottobre e novembre del 2019 ci sono state circa 307 proteste secondo il registro dell’Osservatorio Sociale Tunisino che si occupa di segnare ogni genere di manifestazione più o meno importante”.

Il governo tunisino, ricorda il ricercatore, finora non ha di fatto messo in campo misure stringenti per controllare l’epidemia, ma “guarda caso ha deciso il lockdown nei giorni dell’anniversario del decennio dalla Primavere”. Inoltre, e questo è un fatto non secondario, è stato mandato l’esercito a controllare le manifestazioni, e non la polizia: “Sintomo – continua Giampaolo – che in questo momento il rischio è considerato molto alto, e diciamo che qui Tunisi ha fatto esperienza dalle Primavere sul prendere presto posizioni molto rigide”.

È possibile che l’epidemia delle proteste si allarghi anche ad altri stati dell’area? “Vedo in particolare l’Egitto avere una grande mobilità nelle zone industriali – spiega Giampaolo – perché è stato molto colpito dal Covid. Recentemente il governo ha liquidato un’azienda storica del ferro e dell’acciaio (la Egyptian Iron and Steel Company, ndr) e questo ha generato molti malumori: ma certo, da qui e dire che si passa a una protesta di massa è difficile. Poi c’è l’Algeria, dove il malcontento esistente, come si vede dalla scarse percentuali al voto, e lo stesso presidente dopo le cure in Germania ha chiesto un rimpasto constatando una situazione non ottimale, e attirandosi critiche e manifestazioni. E ancora, il Marocco, dove sono aumentati gli arresti tra attivisti politici e giornalisti: anche qui, lungi dal trasformarsi per ora in proteste di massa, ma sono indicatori”

Su tutto questo il peso del Covid si fa sentire, anche perché “la crisi – aggiunge Giampaolo – è di fatto rimasta tal quale dopo il 2011. Le questioni sociali reali non sono mai state risolte”, e questo in Tunisia come anche in altri paesi della regione (caso a sé la Libia, dove addirittura fino a qualche mese fa si è combattuta una guerra aperta). E il Covid, spiega il ricercatore italiano, “è stato spesso usato da scusa per misure repressive mascherate da contenimento”. Il rischio è vederne le conseguenze più avanti.

Tunisia di nuovo in fiamme. Se il Covid accelera la crisi infinita post-Primavere

“La crisi è di fatto rimasta tal quale dopo il 2011. Le questioni sociali reali non sono mai state risolte”, e il Covid sta peggiorando le cose in Tunisia come altrove nella regione, spiega Mattia Giampaolo, ricercatore Cespi/Ecfr

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