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Forse è solo un brutto ricordo, pronto per per le prossime edizioni dei libri di storia scolastici. Il coronavirus non fa più paura alla Cina, semmai l’avesse davvero spaventata. E il Dragone si scopre improvvisamente rinato e ancora una volta pronto a macinare Pil. Lo dicono i numeri, non qualche profezia travestita da analisi. Il Pil della Cina è balzato nel quarto trimestre 2020 del 6,5% annuo, a fronte del 6,1% atteso dagli analisti e del 4,9% registrato dei tre mesi precedenti. Uno scatto in avanti che mette in chiaro un concetto. Ad oggi l’economia cinese non sconta un problema Covid. Ma c’è di più.

Il recupero dalla pandemia è confermato dalla crescita dell’intero 2020, quantificato dall’Ufficio nazionale di statistica nel 2,3%, contro il 2,1% atteso in media alla vigilia. Ora, è vero che si tratta della crescita più lenta dal 1981, ma è altrettanto vero che ad oggi la Cina, origine della grande pandemia mondiale, è l’unica potenza del globo ad aver chiuso il 2020 con il Pil in crescita. La prima economia della Terra, gli Stati Uniti, si appresta a certificare una contrazione del 3-3,5% nel 2020. Inoltre la Cina vede per la prima volta il suo Pil annuale superare i 100.000 miliardi di yuan, per la precisione 101.598,6, pari a circa 15.420 miliardi di dollari.

“La grande corsa del Pil cinese ha stupito tutti quanti”, hanno sottolineato da Reuters. “Quello che ha sorpreso più di ogni altra cosa, è la velocità con cui la Cina è uscita dalla crisi e ripreso a macinare Pil, viste e considerate anche le questioni commerciali, ancora aperte, con gli Stati Uniti”. Di più. “Il Prodotto interno lordo superiore alle attese indica che la crescita è entrata in una zona espansiva”, ha affermato Xing Zhaopeng, economista dell’Anz a Shanghai, interpellato sempre da Reuters.

E c’è da scommettere che la ripresa del Pil cinese proseguirà. Almeno secondo gli analisti di Generali. Per i quali “la Cina si afferma come uno dei pochi paesi al mondo con un tasso di espansione positivo. Nonostante alcuni dati di dicembre si siano leggermente indeboliti, la crescita del quarto trimestre è stata trainata da forti esportazioni e dalla continua accelerazione della domanda interna”.

 Ora però, “guardando al futuro, Pechino ha recentemente segnalato un nuovo focolaio locale di Covid-19. I numeri riportati sono ancora bassi, ma le autorità hanno risposto con forza isolando le regioni. Sebbene i rischi siano aumentati, la Cina ha ancora buone possibilità di contenere l’epidemia. Di conseguenza, la politica economica ritirerà con cautela parte del suo sostegno e la normalizzazione delle politiche implicherà probabilmente una riduzione del deficit fiscale ufficiale a circa il 3%. Poiché in precedenza la PBoC si era basata principalmente su strumenti quantitativi, l’offerta di moneta sarà la prima a rallentare”.

“Non ci aspettiamo un primo aumento dei tassi prima della fine di quest’anno mentre, su scala più ampia, la politica riprenderà il derisking – in particolare nel settore immobiliare – aumentando il sostegno alla tecnologia e accelerando le riforme strutturali e lo sviluppo green. Per tutti questi motivi, nell’insieme, continuiamo ad aspettarci una crescita del Pil pari al +7,8% nel 2021”.

Ma, c’è un ma. Qualcuno non crede che sia tutto oro quel che luccica. Qualcuno come Michael Pettis, docente ed economista alla Peking University. Ebbene, secondo Pettis, “la ripresa della Cina è stata trainata da misure dal lato dell’offerta e il fatto che l’economia sia ora più squilibrata che mai ha, ovviamente, due importanti implicazioni. Tra tutti, l’onere del debito cinese, che peggiorerà in modo significativo”. Insomma, un bluff dietro di numeri di Pechino? Forse, secondo Pettis. “Solo perché Pechino ha aumentato drasticamente tutte le cose che ha cercato di frenare il Pil è riuscito a salire”.

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