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È apparsa, un pò sottotono in verità, perché di questi tempi guai a far circolare pensieri e parole che contrastino con le patrie glorie, a cominciare da quelle olimpioniche, pena l’accusa di disfattismo. È la notizia della scomparsa dei genitali dell’Uomo Vitruviano, celeberrimo disegno di Leonardo che descrive la perfezione del corpo umano, vanto nazionale (tutto il disegno, accessori compresi) al punto di adottarlo come icona nelle dirette tv dei giochi olimpici Milano-Cortina. L’icona, in verità, è cucita nel nostro immaginario personale e dunque quando scorre velocemente nel jingle che introduce i collegamenti Rai non se ne accorge quasi nessuno che manca qualcosa di “sostanziale”. Occorre saperlo prima per scoprirlo, ma è così: l’Uomo Vitruviano è un pò meno uomo e un pò più Ken, l’amichetto di Barbie. E non si tratta di un omaggio, ancorché improprio, alla politically correctness, ma di burbanzoso ritorno alla censura sessuofoba. Dopo 462 anni dall’umiliazione imposta a Michelangelo da Pio IV che commissionò a tal Daniele da Volterra, detto il Braghettone, la messa in sicurezza delle pudenda nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, si ripete, dunque, con l’aspetto di una scomunica che sembra essere il woke rovesciato che piace a Trump. Francamente non ci pare di scorgere possibili alibi per uno scivolone così pacchiano: non è un’opera nuova ispirata da Leonardo, come può essere la Mona Lisa baffuta di Duchamp. È proprio lui, il Vitruviano, orgoglio del genio italiano, in ossa ma ora in carne incompleta.

C’è da domandarsi perché tanto ottuso  accanimento con l’arte, che non perde d’ottusità anche se a dettare i limiti della decenza tollerabile è qualche comitato olimpico. Eppure in un passato remoto, quando ovviamente non esisteva la pornografia pret-a-portér di internet, c’era una buona tolleranza nei confronti della nudità che rappresentava dei e miti a profusione. Più ci avviciniamo alla modernità, però, più troviamo atteggiamenti censori: lo scandalo della ragazza nuda rappresentata da Manet tra due giovanotti vestiti nella Colazione sull’erba del 1862, fu attenuato solo dall’intervento di Napoleone III che ne consentì una visione riservata in una mostra per addetti ai lavori; così La ragazza con le calze arancioni di Egon Schiele, autore scandalosissimo dei primo novecento, che, oltre a provocare  all’epoca risentimento per un erotismo pruriginoso, venne rifiutato addirittura nel 2018 dalla metro londinese anche in forma di affiche che annunciava la mostra; e che dire della Giuditta di Klimt, giudicata provocatoria e sensuale per la sua nudità a contatto con la testa mozzata di Oloferne; Courbet poi fu l’apoteosi della provocazione con Il Sonno (1866) che descrive con perfezione iperrealistica una scena lesbica, senza parlare della sua celeberrima Origine del mondo, già oggetto di culto di un collezionista turco-egiziano (tal Halil Serif Pasa) ma poi colpito da una fatwa di Fecebook al sito di un professore che nel 2011 annunciava agli amici una mostra del pittore mostrando una foto della tela libertina; né può mancare, ma già siamo nel contemporaneo, l’opera  Hon/Elle (del 1966) di Niki de Saint Phalle: una gigantessa incinta di sei metri d’altezza realizzata a porte chiuse  in un museo svedese. Particolare: al suo interno c’era un mondo: visitabile entrando attraverso la vagina. L’opera venne smantellata e distrutta dopo tre mesi e 100.000 visitatori paganti; conclude il nostro piccolo elenco  dall’odore sulfureo il pittore Balthus, che predilesse modelle rigorosamente sotto la maggiore età. Suo il condannatissimo Thérèse revant del 1938, che ritrae, appunto, una ragazzina in posa sconveniente. Che dire? Censurare l’arte, talvolta anche bruciare l’arte degenerata è prerogativa di personaggi come Hitler e colleghi dittatori. Fare il Braghettone con Leonardo da Vinci è prerogativa dell’insipienza.

Phisikk du role - L'uomo Vitruviano e l'uomo di Neanderthal: quando la censura fa ridere

Che dire? Censurare l’arte, talvolta anche bruciare l’arte degenerata è prerogativa di personaggi come Hitler e colleghi dittatori. Fare il Braghettone con Leonardo da Vinci è prerogativa dell’insipienza. La rubrica di Pino Pisicchio

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