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La pubblicazione dell’edizione spagnola della Civiltà Cattolica, che torna modificata andando a dare maggiore definizione del volto globale della pubblicazione che già esce in italiano, russo, cinese, coreano, giapponese, inglese e francese, offre l’occasione alla rivista dei gesuiti di presentare i messaggi del Papa a quell’America Latina dalla quale viene.
Bergoglio definisce la Civiltà Cattolica “un’esperienza spirituale”: “soprattutto in questi tempi di crisi, con la vostra riflessione voi mettete a disposizione di tutta l’umanità il Vangelo del Regno di Dio come risorsa di salvezza per il nostro tempo”. E la riflessione questa volta parte dal tema di scottante attualità non solo per l’America Latina, i processi di integrazione regionale. Scrivono padre Diego Fares e Hernán Reyes Alcaide: “La prospettiva concettuale con cui il Papa guarda all’integrazione supera i riduzionismi di breve termine che hanno caratterizzato il continuo oscillare della politica latinoamericana. Ciò che egli ha detto, in riferimento all’importanza che attribuisce all’unità del Continente, lascia intravedere un vasto patrimonio assimilato in quasi otto decenni trascorsi nella regione, sia volutamente, tramite letture specifiche, sia in modo meno conscio, che potremmo far risalire a quel culmine storico del pensiero regionale in materia che ha attraversato gli anni Sessanta e Settanta. Quando, per esempio, il Pontefice fa riferimento all’importanza dei processi di unità latinoamericana e al ruolo che quella regione, in quanto blocco unico, può avere nel contesto internazionale dei prossimi anni, non è difficile cogliere tracce della categoria di «Stati con- tinentali» formulata dall’uruguaiano Alberto Methol Ferré”.

Non si coglie un discorso che può riguardare anche l’integrazione europea? Credo di sì, ma sono gli elementi relativi al Bergoglio non ancora papa a interessare. È stato il contatto con le periferie di Buenos Aires, dove ha incontrato tanti migranti da altri Paesi latino-americani, che gli ha fatto conoscere le devozioni popolari di tanti popoli e altre realtà del Continente, non solo i vecchi migranti dall’Europa. “D’altra parte, nel periodo trascorso come provinciale gesuita, egli è stato un fermo promotore di scambi con altri Paesi della regione e ha fatto inserire nei piani di studio varie opere del pensiero latinoamericano. Quella dinamica accademico-culturale gli ha permesso di arricchire sotto molti aspetti il suo incontro con le altre culture latinoamericane. Inoltre, come parroco della chiesa del patriarca San Giuseppe, negli anni trascorsi da rettore del Colegio Máximo di San Miguel ha mantenuto una stretta relazione con la comunità paraguaiana riunita attorno alla chiesa dei Santi martiri”.

È di qui che nacque la visione che lo portò a scrivere il documento di Aparecida, quello che concluse i lavori della Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano nel 2007 e che forgia la sua visione di incontro e dialogo. Lì divenne “americalatinista” e -se così vogliamo tradurre- ambientalista. Dunque ad Aparecida si è cominciato a definire quello che poi avremmo conosciuto come Francesco. Questo percorso va visto come un’autostrada a doppia carreggiata, quello che da lì ha portato a Roma e quello che nei suoi dieci viaggi ha portato lì. Gli autori scelgono cinque aree: i riferimenti ai cosiddetti «padri fondatori» dell’America Latina; le sue parole alle donne latino- americane; i discorsi ai giovani del Continente; gli incontri con le persone private della libertà; e, infine, le critiche alla corruzione e al liberismo che accompagnano la rivendicazione di un’economia «dal volto umano». Sono cinque direttrici molto importanti in tutto il pontificato.

Il discorso sull’integrazione regionale per lui vuol dire guardare a quella Patria Grande che “sappia e possa accogliere, rispettare e abbracciare la ricchezza multiculturale di ogni popolo e cultura”. Dunque non c’è etnonazionalismo né assimilazionismo. La Patria Grande… A questo riguardo è molto chiara la citazione tratta da un suo discorso in Bolivia: “In questi ultimi anni, dopo tante incomprensioni, molti Paesi dell’America Latina hanno visto crescere la fraternità tra i loro popoli. I governi della regione hanno unito le forze per far rispettare la propria sovranità, quella di ciascun Paese e quella della regione nel suo complesso, che in modo così bello, come i nostri antichi padri, chiamano la “Patria Grande”. Chiedo a voi, fratelli e sorelle dei movimenti popolari, di avere cura e di accrescere questa unità. Mantenere l’unità contro ogni tentativo di divisione è necessario perché la regione cresca in pace e giustizia”.

Dell’amplissimo capitolo sulle donne andrebbe detto molto, ma forse la cosa più importante è quanto si legge al riguardo non della valorizzazione delle donne nel passato, pur importante, ma della comprensione del loro ruolo nel presente: “i riferimenti del Pontefice al ruolo della donna non si limitano a riconoscerne un ruolo passato. Con un dinamismo discorsivo sempre aggiornato al tempo storico, Francesco ha saputo fare sue problematiche attuali, a partire dalle quali abbracciare il ruolo e le preoccupazioni della donna nel Continente. È stato così che, nella visita in Perù del 2018, Francesco ha ammonito sui numerosi casi di femminicidio che flagellano l’America Latina: “Voglio invitarvi a lottare contro una piaga che colpisce il nostro continente americano: i numerosi casi di femminicidio. E sono molte le situazioni di violenza che sono tenute sotto silenzio al di là di tante pareti. Vi invito a lottare contro questa fonte di sofferenza chiedendo che si promuova una legislazione e una cultura di ripudio di ogni forma di violenza”. Nello stesso viaggio il Papa ha ribadito che “non possiamo “normalizzare” la violenza, prenderla come una cosa naturale. No, non si “normalizza” la violenza contro le donne, sostenendo una cultura maschilista che non accetta il ruolo di protagonista della donna nelle nostre comunità”.

Si giunge così al punto caldissimo per Francesco, presente in quasi tutti i suoi viaggi, in tutto il suo pontificato: l’attenzione ai detenuti. “Pietro e Paolo, discepoli di Gesù, sono stati anche prigionieri. Sono stati anche privati della libertà”, ha ricordato Francesco ai detenuti di un centro carcerario in Bolivia, nel 2015. «La reclusione non è lo stesso di esclusione – che sia chiaro – perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento”. Questo è il suo punto: il reinserimento non è una finzione, un modo di dire. Chi guardasse non con occhi evangelici ma “realisti” rifletta su queste parole: “ il problema della sicurezza non si risolve solamente incarcerando, ma è un appello a intervenire per affrontare le cause strutturali e culturali dell’insicurezza che colpiscono l’intero tessuto sociale”.

Di Francesco e i giovani si occupa il penultimo paragrafo nel quale ho trovato una citazione che avevo completamente perso del suo incontro con i giovani cubani, incontro che pure ho seguito di persona, a L’Avana: “Voi siete in piedi e io sto seduto. Che vergogna! Ma, sapete perché sto seduto? Perché ho preso appunti di alcune cose che ha detto il nostro compagno e delle quali voglio parlarvi. Una parola si è imposta con forza: sognare. Uno scrittore latinoamericano diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. Bello, vero? Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in sé stesso, è chiuso in sé stesso».

La condanna dell’economia che uccide, cioè dell’economia neoliberista, è nota a chiunque segua Francesco. Di questa lezione sudamericana vale però rileggere quanto viene citato da un suo discorso in Paraguay: “Lo sviluppo economico deve avere un volto umano. No all’economia senza volto! Nelle loro mani c’è la possibilità di offrire un lavoro a molte persone e dare così speranza a tante famiglie. Portare il pane a casa, offrire ai figli un tetto, offrire salute e educazione sono aspetti essenziali della dignità umana, e gli imprenditori, i politici, gli economisti, devono lasciarsi interpellare da essi. Vi chiedo di non cedere ad un modello economico idolatrico che abbia bisogno di sacrificare vite umane sull’altare del denaro e del profitto”.

Questo testo è forse la più completa presentazione delle radici latinoamericane di Bergoglio e di cosa lì ha riportato dalla sede di Pietro. La Patria Grande, il latinoamericanismo, finalmente sono chiariti in termini che prescindono dalle vetuste chiacchiere sul peronismo mai capito o spiegato, ma è soprattutto il resto che chiarisce il suo sguardo sul futuro: “Il Papa si è servito dei suoi discorsi in America Latina, secondo i fili conduttori di ciascun viaggio, per toccare le problematiche e le preoccupazioni regionali, mantenendo tuttavia una prospettiva che, se assume sempre la dimensione locale come punto di partenza, non ignora mai quella globale.
Molti punti chiave di quei discorsi, come la preoccupazione per la violenza contro le donne o le parole di sostegno ai giovani e a chi è privato della libertà, mostrano che Francesco ha ben presenti le urgenze locali, ma offrono anche spunti concettuali che li rendono adeguati a un ascolto e a una lettura che va oltre i confini latinoamericani.
Si può pensare che gli anni trascorsi dal Pontefice nel Continente, con le esperienze, le letture e le conoscenze accumulate, gli abbiano dato la possibilità non soltanto di discernere quali aspetti chiave puntualizzare nei suoi discorsi sulla regione, ma anche di dotarli di un simbolismo ancora maggiore, facendo rientrare il luogo da cui sono stati pronunciati nell’importanza specifica del contenuto”.

Bergoglio e la Patria Grande. Un processo di integrazione

Il testo pubblicato sull’edizione spagnola della Civiltà Cattolica è forse la più completa presentazione delle radici latinoamericane di Bergoglio. La Patria Grande, il latinoamericanismo, finalmente sono chiariti in termini che prescindono dalle vetuste chiacchiere sul peronismo mai capito o spiegato, ma è soprattutto il resto che chiarisce il suo sguardo sul futuro

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