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Nella “due giorni” di video-conferenza dei ministri della Difesa della Nato sono emerse alcune cose interessanti, ed altre scontate. Il rilancio di Jens Stoltenbeg circa la missione in Iraq fa parte di entrambe le categorie, in quanto è “interessante”, e, dopo l’annuncio di un sostanzioso ritiro americano, anche “scontata”. La Nato si sente in dovere di coprire il vuoto che lasceranno i bravi soldati del nuovo Comandante in capo Usa, per i quali già da diversi anni, e non solo a causa dell’uccisione del generale dei pasdaran iraniani, nel Paese c’è assai poca simpatia. Del perché, derivante da una lunga serie di errori, ne potremmo anche parlare.

Generalmente, l’Iraq non ci ha mai offerto buone notizie, e qui ricordiamo con rispetto l’eccidio di Nassiriya e il sangue versato da cinque nostri militari nel novembre 2019. Ciononostante, l’Iraq non è l’Afghanistan, e ancora una volta lo sottolineiamo con convinzione. Ha un suo potenziale che (pur stentando ad emergere) alla distanza ripagherà chi non lo ha abbandonato. Bene ha fatto l’Italia a confermare, nonostante i recenti attacchi subiti dagli occidentali da parte dei partigiani sciiti nel “dopo Suleimani”, la propria presenza sul territorio con forze di élite di straordinaria capacità. Queste unità sono presenti anche a Baghdad, ma soprattutto nell’area di Kirkuk, dove Forze speciali addestrano gli iracheni del Counter terrorism service (Cts) e i Peshmerga delle forze di sicurezza curde. Non siamo soli, ma partecipano altri otto Paesi europei. Caso unico di rapporto positivo con il variegato mondo dei curdi, in questo affiancamento sono presenti anche pochi turchi.

Al contrario – spiegano gli analisti del Centro militare studi strategici (CeMiSS) – i rapporti dello Stato con la Regione curda dell’Iraq (che nel 2017 aveva votato per l’Indipendenza) rimangono assai fragili, quando non tesi, con una collaborazione piuttosto tormentata. In nemico comune rimane l’Isis, che, seppure sconfitto militarmente, si avvantaggia dei vuoti lasciati dalla situazione politica e non trascura di manifestare in modo cruento la propria presenza.

Dopo Saddam, il modello di potere centralizzato in Iraq non ha mai funzionato, né le elezioni politiche che nel 2018 avevano portato al potere il moderato Adil Abdul Mahdi hanno avuto effetto stabilizzante. Si contano ancora oggi una settantina di gruppi armati, con affiliazioni dentro e fuori il Parlamento. Così, paradossalmente, l’Isis continua ad avere buon giuoco proprio nel Paese dove ha subìto le prime e più cocenti sconfitte. Ora gli americani sono tra due fuochi. Da una parte i gruppi sciiti manovrati da Teheran (ma ricordiamo che non tutti gli sciiti iracheni, compreso il grande ayatollah al-Sistani, vedono di buon occhio le ingerenze iraniane), e dall’altra quelli sunniti, confluiti nell’Isis dopo che Obama, favorendo l’ascesa al governo dello sciita al-Maliki contro il vincitore delle elezioni, il laico indipendente Allawi (che riuniva all’interno del partito Iraqiya sunniti, sciti e cristiani), aveva di fatto sconfessato il tentativo del generale Petraeus di recuperare competenze e carisma di un certo numero di militari sunniti ex-Baath.

La “frittata” ormai era fatta. Da qui, assieme al mismanagement degli aiuti e del supporto civile Usa, deriva la scontentezza degli iracheni. Se Barack Obama ha sbagliato, Joe Biden oggi sente l’esigenza di limitare i danni fatti dal suo principale sponsor dopo la guerra sbagliata di George Bush jr., e fa molto bene a diminuire la percezione della presenza. Ovviamente, l’aspettativa era che la Nato del fedele Stoltenberg gli desse una mano robusta. Lo sta facendo, e questo potrebbe dare anche all’Italia l’occasione di rimediare a un vecchio errore.

Infatti, anche noi a suo tempo abbiamo sbagliato, lasciando troppo velocemente l’Iraq dopo i fatti di Nassiriya per immergerci nel pantano afgano, dal quale, storicamente, nessun attore esterno è mai uscito vincitore. Al contrario, per noi, l’Iraq si è già mostrato in varie occasioni luogo di interesse, con una nostra presenza varia e ricorrente. Sebbene le autorizzazioni parlamentari, giustamente, continuino ad autogiustificarsi con motivazioni umanitarie, nel 1991 lo abbiamo bombardato con i Tornado. Siamo poi ritornati con Antica Babilonia, stabilendoci, seduti su un invisibile lago di petrolio, nella provincia del Dhi Qar. Abbiamo anche combattuto, e dopo Nassiriya ricordiamo la “battaglia dei ponti” per difenderci dagli irregolari dell’Esercito del Mahdi.

L’interesse per l’Iraq evidentemente persiste, se poi ci siamo ritornati per la terza volta, e in forze, con Prima Parthica, nome suggestivo che ricorda Settimio Severo. Non solo, ma nell’ambito della coalizione Inherent Resolve, con altri 79 Paesi (la maggior parte in sostegno morale, piuttosto che pratico) addestriamo e organizziamo i Peshmerga curdi e le forze irachene contro la nuova insorgenza dell’Isis. Oltre alla delusione per il nuovo ritardo nel ritiro dall’Afghanistan, per noi la cosa “scontata” emersa dalla video-conferenza Nato dei ministri della Difesa è la permanenza, con incremento di numero e di ruolo, della nostra presenza in Iraq. Scontata perché il lungo iter per le missioni internazionali 2020 (con effetti anche per il 2021), finalmente approvato dalla Camera il 16 luglio scorso, già confermava per l’Iraq la proroga della missione Nato e istituiva il nucleo embrionale di una piccola missione europea.

Nel complesso, l’impegno consiste, al momento, in 1.100 militari, 270 mezzi terrestri e dodici mezzi aerei. Ricordiamo, in questo contesto, anche l’impegno dell’Aeronautica in Iraq dal Kuwait, con Eurofighter, tanker e velivoli pilotati a distanza per raccolta intelligence. L’impegno finanziario nell’anno è di circa 260 milioni di euro.

Mentre per l’Afghanistan, a giudizio degli analisti, tra i risultati della conferenza dei ministri è leggibile uno sganciamento solo probabile, per l’Iraq, al contrario, ormai si prevede una permanenza molto lunga, con sensibile decremento delle forze Usa e un corrispondente aumento della componente europea e canadese. La conferma in carica del ministro Lorenzo Guerini, assieme al buon livello di accettazione del nostro contingente da parte irachena e un suo eventuale incremento, sono elementi che potrebbero presto portare, a ruoli stabilizzati, all’affermazione di una meritata e condivisa leadership italiana. Assieme a Libano e Kosovo, sarà certamente un tris d’assi che continua a farci onore.

Missione Nato in Iraq? La leadership italiana secondo il gen. Arpino

La conferma del ministro Guerini e il buon livello di accettazione del nostro contingente da parte irachena sono elementi che potrebbero presto portare all’affermazione di una meritata e condivisa leadership italiana. Assieme a Libano e Kosovo, sarà certamente un tris d’assi che continua a farci onore. Scrive il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa

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