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Quando si parla del rapporto tra i cattolici e la politica c’è sempre un retro pensiero. Che è persino troppo facile da spiegare. C’è chi, memore della grande ed irripetibile esperienza della Democrazia Cristiana, continua a pensare che, tutto sommato, l’unità politica dei cattolici sarebbe ancora la strada migliore per segnare la presenza pubblica dei cattolici.

C’è chi, nel campo della sinistra e in virtù di un pregiudizio atavico a livello ideologico, politico e culturale, ritiene che l’unica presenza politica coerente per i cattolici sia sempre e solo quella nel recinto della sinistra. Anche e soprattutto in una sinistra come quella contemporanea dove, a differenza del passato, ci sono tre esperienze sostanzialmente incompatibili e culturalmente alternative rispetto alla tradizione, al pensiero, alla cultura e alla stessa prassi del cattolicesimo politico italiano. E cioè, la sinistra radicale della Schlein, la sinistra populista dei 5 Stelle e la sinistra estremista del duo Fratoianni/Bonelli.

E poi c’è chi, ma con minore arroganza culturale ed etica, sostiene che la collocazione più coerente e lineare per i cattolici nella società politica contemporanea sia quella di optare per i partiti che declinano un progetto di centro, riformista e di governo nel campo del centro destra. Oltre, infine, ad una piccola minoranza – ma comunque consistente e degna di nota – che sostiene una sostanziale e quasi strutturale impraticabilità politica dei cattolici nell’attuale geografia politica italiana. Dove, di fatto – e non senza ragione – mancano del tutto partiti e movimenti politici che ricavano la loro linfa culturale ed ideale dalla storia, dalla cultura, dal pensiero e dalla tradizione del cattolicesimo politico italiano. Nella sua versione democratica, popolare e sociale.

Ora, di fronte ad un quadro del genere, senza l’arroganza culturale e la presunzione moralistica dei soliti noti, forse è arrivato anche il momento – dopo oltre 30 anni dalla fine della Dc, oltre 20 dalla fine del Ppi e del CCD e quasi 20 dal tramonto della Margherita – per ribadire con forza e senza tema di essere smentiti, che il pluralismo politico dei cattolici è la regola e non l’eccezione. Che la pluralità delle scelte politiche non può essere accolta se va bene quando si vota a sinistra e va malissimo se si sceglie il campo alternativo. Che se migliaia e migliaia di giovani ciellini applaudono con ripetute ovazioni Giorgia Meloni a Rimini, che se la Cisl o la Coldiretti o molti altri settori professionali e categoriali guardano con attenzione al progetto politico della premier non è un atto di “lesa maestà”. Non si sa poi nei confronti di chi. E questo perché, sul versante opposto e va benissimo, ci sono gruppi e movimenti cattolici che condividono il progetto politico e culturale della Schlein o di Fratoianni e Bonelli o dei 5 Stelle di Conte e Taverna. Si potrebbe dire, è “il pluralismo bellezza”.

Ecco perché, quando si parla di cattolici e politica, c’è una sola regola a cui ancorare la nostra riflessione. E cioè, riconoscere seriamente e coerentemente il valore del pluralismo delle varie scelte ed opzioni politiche. Archiviando definitivamente il vecchio vizio – molto diffuso nell’area cattolica, addirittura all’interno stesso della Dc – secondo cui c’è sempre qualcuno più cattolico degli altri che può rivendicare il monopolio esclusivo della rappresentanza politica dei cattolici. In virtù di una superiorità morale, di un autorevolezza politica e di una coerenza culturale che sono, ieri come oggi, categorie del tutto misteriose per chi se le intesta.

Insomma, il pluralismo politico dei cattolici italiani è oggi l’unica regola di comportamento, trasparente ed onesta, per cercare di ridare un ruolo e un protagonismo ai credenti nella società italiana contemporanea.

I cattolici sono politicamente plurali, non c’è alternativa. L'opinione di Merlo

Il pluralismo politico dei cattolici italiani è oggi l’unica regola di comportamento, trasparente ed onesta, per cercare di ridare un ruolo e un protagonismo ai credenti nella società italiana contemporanea. L’opinione di Giorgio Merlo

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