Pechino sta trasformando i dazi in leve geopolitiche e di narrativa. E l’Europa, priva di strumenti rapidi e credibili, rischia di restare terreno di gioco e non giocatore di questa competizione globale
Più che allarmata, Pechino appare preparata. Negli ultimi cinque anni la leadership di Xi Jinping ha costruito un’architettura di autosufficienza e di auto-rafforzamento pensata proprio per un confronto commerciale e tecnologico prolungato con gli Stati Uniti. Il ritorno di Donald Trump e la nuova raffica di dazi sono stati letti a Zhongnanhai non come una sorpresa, ma come la conferma che la traiettoria anti-Cina di Washington si sarebbe irrigidita via via che il divario di potenza relativa si assottiglia. Da qui la postura attuale: fermezza, freddezza comunicativa, prontezza nel colpire punti di strozzatura delle catene del valore, senza chiudere la porta al negoziato.
Il messaggio politico parte dall’alto. Se nel 2023 Xi parlava di “contenimento e soppressione a tutto tondo” guidati dagli Stati Uniti, oggi sottolinea che la Cina “non ha paura di nessuna soppressione ingiusta” e che il suo sviluppo poggia su “autosufficienza e duro lavoro”. Non è retorica vuota, ma strumento concettuale che giustifica scelte dolorose sul breve periodo pur di guadagnare resilienza nel medio e lungo.
La controffensiva è stata rapida e calibrata. Pechino ha imposto tariffe di ritorsione, bloccato l’export di terre rare e materiali strategici, colpendo Washington nei settori sensibili di automotive, difesa e tecnologia. Nel frattempo, le rotte commerciali cinesi sono state riallocate verso Asia, Africa e America Latina, mentre la Belt and Road è tornata a crescere come piattaforma di influenza. A livello narrativo, il Partito ha insistito su un frame semplice e incisivo. Pechino difende il multilateralismo contro il protezionismo trumpiano, contro le azioni di “bullismo” all’interno del sistema internazionale. Una cornice che in molti Paesi – oltre 70 – trova terreno fertile.
Dietro la facciata, c’è metodo. Pechino ha cercato di evitare scontri diretti, guadagnando tempo, curando la periferia asiatica, stabilizzando il canale con l’Europa e tenendo vicino il Sud globale. Dopodiché, ha cercato di colpire dove fa male, cioè sui colli di bottiglia tecnologici e materiali – dalle terre rare ai super materiali – come monito sulle dipendenze occidentali. Dal 2018 in poi, i controlli all’export statunitensi su semiconduttori e IA hanno accelerato una strategia nazionale di innovazione a doppia circolazione. Meno dipendenza da input critici esteri, più spinta su domanda e capacità interne e, in parallelo, investimenti massicci hanno consolidato il primato cinese su fotovoltaico, eolico, sistemi di accumulo e batterie per veicoli elettrici, settore nel quale la Norvegia, tramite la sua Morrow Batteries, sta contrastando il monopolio espansionistico tecnologico di Pechino, che può altrimenti agire da fornitore primario e dunque da price-maker geopolitico.
E quando la guerra dei dazi è arrivata, Pechino ha bellicizzato le supply chain. Prima il blocco su gallio, germanio, antimonio e super-materiali, poi l’annuncio di controlli sui magneti alle terre rare. Leve piccole ma critiche per automotive, tech e difesa americani.
È l’era dell’interdipendenza armata, come l’ha definita Foreign Affairs. Un tempo in cui le catene della globalizzazione diventano armi e i colli di bottiglia tecnologici e industriali si trasformano in leve di potere.
Per oltre vent’anni gli Stati Uniti hanno usato questi strumenti unilaterali: dollaro, sistema finanziario, Internet, piattaforme tecnologiche. Ora però il gioco si è ribaltato: altri attori hanno imparato a sfruttare le stesse vulnerabilità. Il “deal” con Pechino lo dimostra. L’amministrazione Trump ha dovuto allentare i controlli sulle esportazioni di semiconduttori – consentendo a Synopsys e Cadence di vendere software in Cina e a Nvidia di riprendere le forniture – in cambio della fine delle restrizioni cinesi sulle terre rare, vitali per l’industria automobilistica americana.
L’America ha iniziato lo scontro, la Cina ha colto la sfida in fretta, costruendo un apparato burocratico per controllare i colli di bottiglia, e blindando le proprie filiere. L’Europa, al contrario, resta senza muscoli istituzionali. Mancano strumenti politici rapidi, efficaci e credibili per difendere la propria autonomia. La globalizzazione oggi porta con sé vulnerabilità connesse e reciproche, che dipendono in maniera vitale dalla resilienza delle proprie supply chain, non disponendo spesso di reale diversificazione o autonomia.
Il rischio è chiaro. Dalla corsa allo Spazio fino alla corsa all’atomica, oggi la proliferazione di armi non conta testate atomiche, ma leve economiche e tecnologiche che possono essere azionate da governi, aziende e persino attori ibridi.
Per l’Europa l’esempio di Morrow Batteries è la strada giusta da seguire. Se non saprà elaborare una strategia autonoma di competitività, il rischio di Bruxelles è quello di restare terreno di gioco, ancora una volta spettatrice di conflitti, minacce ibride e guerre economiche.
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