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Notizia interessante sul fronte della “diplomazia dei vaccini”, ossia di come i sieri anti-Covid siano un’arma strategica cruciale e dunque diventino vettore degli affari internazionali.

A quanto pare Israele ha accettato di acquistare un numero imprecisato di dosi del vaccino Sputnik V — preparato dalla laboratorio statale Gamaleja di Mosca — da utilizzare in Siria. La commessa sarebbe parte dell’accordo per il ritorno a casa di una donna israeliana che era detenuta dal regime siriano dopo aver attraversato il confine sul Golan due settimane fa (la donna è arrivata in Israele venerdì via Mosca e questo fine settimana è sotto interrogatorio dall’agenzia di sicurezza Shin Bet).

La sua liberazione è stata uno degli argomenti caldi durante una serie di telefonate che le massime cariche di Israele e Russia hanno avuto nei giorni scorsi — telefonate che sia Vladimir Putin che Benjamin Netanyahu hanno usato in chiave tattica mentre la Casa Bianca di Joe Biden tardava al contatto formale diretto con Tel Aviv.

Secondo Asharq Al-Awsat, sito arabo con sede a Londra molto ben informato, Israele sta finanziando l’acquisto di dosi di Sputnik V per Damasco al posto del pagamento di un riscatto formale; il sito di notizie israeliano Ynet ha riferito sabato che l’acquisto da parte di Israele delle dosi di vaccino è stato di “milioni di dollari”.

La Siria nega, da Israele solo rumors, dalla Russia silenzio. Il quadro è chiaro: il regime di Damasco non può ammettere che per vaccinare i propri cittadini ha bisogno dell’aiuto del “nemico sionista”. Tel Aviv vuole evitare esposizioni eccessive perché Netanyahu è in campagna elettorale, ma nel contemporaneamente vuole inviare un messaggio alla regione e a Washington sullo sforzo per la costruzione di un’ampia stabilità a cui sta partecipando come protagonista. Mosca aspetta il momento migliore per ottenere da certe dinamiche il proprio interesse.

Interesse che peraltro è già arrivato in termini di entrate economiche, che seppur non enormi valgono doppio se si considera che alternativamente il peso di finanziare la Siria per le vaccinazioni poteva ricadere sulle casse russe, visto che la Federazione di Putin ha salvato il regime assadista dalla debacle e fatto del paese una sorta di protettorato sul Mediterraneo.

Protettorato che però adesso soffre di una serie problematiche umanitarie di cui la Russia non può, non vuole, non riesce a farsi carico da solo. Questione simile, ma di senso inverso, è già successa a inizio gennaio con la Palestina, quando il Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif) ha annunciato la registrazione del vaccino Sputnik V russo contro il coronavirus da parte del ministero della Salute palestinese.

Le dosi sono arrivate, chiaramente via Israele, nei giorni scorsi: per ora sono solo duemila, ma il valore simbolico è importante perché potrebbero essere usate per altri scambi con i palestinesi l. Mosca e Tel Aviv intrecciano i propri dossier critici, in una cooperazione che si è rafforzata proprio riguardo alle necessità di sicurezza nazionale israeliana — quando i caccia dello stato ebraico chiedono alle difese aeree russe di penetrare la Siria per colpire i Pasdaran, e Mosca accetta.

Perché Israele manda dosi del vaccino russo in Siria

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europa vaccini covid

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