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Una cinquantina di anni dopo la morte di Cristo, di fronte ai suoi torturatori San Paolo rivendicò lo status di appartenente all’Urbe come salvacondotto: Civis romanus sum, fu il grido d’orgoglio che gli salvò momentaneamente la vita. Duemila anni dopo, in formato ridotto e fuori d’odore di santità, il centrodestra rivendica la stessa matrice, peraltro allargandola non solo alla romanità, per decidere chi candidare a governare le maggiori città italiane. Così per Roma arriva l’avvocato Michetti o la giurista Simonetta Matone; per Milano la presidente della Federfarma Annarosa Racca.

È un passo indietro o uno in avanti? Seguendo un criterio di vetustà, sembrerebbe  una sorta di indietro tutta per rifarsi ai classici e suggere la loro grandezza. In base a un più pedestre (e attuale) principio di convenienza, pare la mossa furbesca per allontanare lo spettro di nuove contrapposizioni interne in un frangente al tempo stesso scabroso e allettante com’è la corsa ad accaparrarsi i principali municipi.

Perché la politica – oggi tocca al centrodestra ma sul versante opposto non è molto diverso: valga per tutti il caso di Beppe Sala a Milano – in molte occasioni si rifugia nel civismo ed evita, per così dire, di metterci la faccia quando si tratta di presentarsi di fronte ai cittadini? Le risposte possibili sono tante. La più immediata è che i partiti non abbiano più classe dirigente, non vogliano esporsi e fare brutte figure e per questo si fanno scudo di personaggi che almeno apparentemente non indossano casacche di appartenenza. Con una punta di esagerazione, è un po’ come se si i partiti si vergognassero di loro stessi, quasi che rivendicare l’attinenza con una forza politica mettendo in mostra i suoi simboli, invece di una calamita di consensi si tramutasse in una zavorra di reputazione.

Se è così, siamo messi male. Camuffarsi di fronte all’elettorato pensando in tal modo di accalappiare manciate di voti in più, è l’ennesima riprova di quanto i partiti abbiano perso il contatto con la realtà, di quanto siano disposti a rinunciare ai loro compiti spogliandosi del ruolo che compete loro.

Del resto, quella di rivolgersi alla cosiddetta “società civile” per affermare la rappresentanza popolare è una tentazione che va avanti da almeno cinque lustri. Da quando, appunto, i partiti tradizionali della Prima Repubblica andarono in default e nuove figure con nuovi look si affacciarono sul proscenio elettorale. Non che prima non ci fossero candidature “indipendenti” che le forze politiche mettevano in lista. Umberto Agnelli per la Dc, Giulio Carlo Argan per il Pci, sono esempi eloquenti. Ma erano figure che davano valore aggiunto; non sostituivano i politici: al contrario si mettevano a disposizione.

Dalla Seconda Repubblica in poi, lo schema è stato rovesciato. Il personale politico è diventato emanazione diretta di un leader padre-padrone che sceglieva al di fuori dei circuiti politici, fuori dai criteri storici di formazione della classe dirigente. Pian piano, il casting ha sostituito le scuole-partito ormai vuote e con i portoni sbarrati; il fatto di essere alieno al rapporto con il Palazzo è diventato un atout vincente, estranei e anzi fustigatori della Casta ha funzionato come formidabile viatico. Dal berlusconismo al grillismo il tratto comune è stato quello di bruciare sull’altare dell’alterità ogni possibile legame con i costumi, le liturgie, la riconoscibilità rispetto alla politica classica, diventata sempre più uno stigma, un privilegio da abbattere. Le vittorie di Appendino a Torino e Raggi a Roma, entrambe candidature “civiche” sono apparse la conferma di un teorema inattaccabile.

Diciamo però che il civismo è stata una tentazione e un’attuazione che non sempre ha portato fortuna. La società civile assai spesso si è dimostrata peggiore di quella politica, al di sotto degli standard necessari per amministrare le metropoli e men che meno governare il Paese. Il tentativo di ridare prestigio alle cariche e agli incarichi attraverso l’elezione di persone fino a quel momento praticamente estranee al circuito istituzionale, ha determinato risultati poco lusinghieri. Ma non per questo i partiti – strutture ormai sempre più gassose e impalpabili, con tratti identitari sfuggenti – hanno modificato atteggiamento. Invece di ricominciare ad allevare un nucleo di rappresentanti in grado di riacquistare credibilità e stima verso l’elettorato, continuano a preferire adagiarsi su personaggi certamente di grande levatura professionale e personale ma scoloriti sul fronte della riconoscibilità politica. Oppure con incarichi che dovrebbero essere svolti all’insegna della terzietà, tipo i magistrati, e che invece vengono individuati e vezzeggiati dalle forze politiche come taumaturgici e salvifici nonché garanzia assoluta di buon governo.

Chissà se tornerà mai il momento in cui i partiti si rimpossesseranno del loro ruolo di collettori delle istanze popolari, in grado di riversarle nel circuito legislativo attraverso rappresentanti competenti e popolari. Anche con l’aiuto dei civici, senza usarli come schermo dietro cui nascondersi.

sindaco

Da San Paolo a Michetti-Matone, la tentazione civica del centrodestra

Perché la politica – oggi tocca al centrodestra ma sul versante opposto non è molto diverso – in molte occasioni si rifugia nel civismo ed evita, per così dire, di metterci la faccia quando si tratta di presentarsi di fronte ai cittadini? Le risposte possibili sono tante… Il mosaico di Carlo Fusi

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