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Lunedì i ministri degli esteri europei si sono riuniti virtualmente per parlare dei rapporti dell’Unione con la Russia e della situazione in Ucraina, dove il Cremlino sta ammassando truppe al confine orientale – 100.000 secondo le ultime stime europee – in quello che si sta rivelando il più grande dispiegamento militare mai visto nella zona.

Il premier ucraino Volodymyr Zelensky, temendo l’escalation moscovita e il peggioramento del conflitto armato in corso da sette anni, aveva già chiesto aiuto a Francia, Germania e Usa lo scorso venerdì.

Il suo ministro degli esteri Dmytro Kuleba ha esortato i suoi corrispettivi europei a imporre “sanzioni settoriali” per aumentare la pressione diplomatica sulla Russia, in quanto “quelle individuali non sono più sufficienti”. Ma l’Alto commissario europeo Josep Borrell, pur condividendo il desiderio di de-escalation, ha detto che al momento non esiste spazio di manovra per imporre ulteriori sanzioni da parte di Bruxelles.

Borrell aveva già ingiunto alla Russia di ritirare le truppe e procedere per vie diplomatiche. Invito riecheggiato negli ultimi giorni dal presidente francese Emmanuel Macron, dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, dal presidente americano Joe Biden e anche da papa Francesco. Non è ancora chiaro se si arriverebbe allo spiegamento di forze militari occidentali contro un’eventuale invasione russa. La linea europea, per ora, pare essere quella di aspettare e vedere gli sviluppi.

La situazione è complessa, con un’Europa generalmente d’accordo sulle posizioni da mantenere riguardo alla Russia ma lenta nel rispondere alle situazioni che invece richiedono rapidità e fermezza. A latere vi è un’America molto ferma nel condannare l’aggressività del presidente  Vladimir Putin e ribadire la propria vicinanza all’Ucraina, che è vittima del posturing russo da quando il Cremlino ha annesso, illegalmente, la Crimea nel 2014. E infine una Nato che, come scriveva Dario Quintavalle su queste colonne, stenta ad aprire le porte a Kiev.

Dall’altra parte vi è la Russia, con un esercito pronto, rifornito e completo di ospedali da campo, che ha bloccato il traffico marittimo nello stretto strategico di Kerch (l’accesso al mare di Azov). Secondo Philip Breedlove, l’ex generale Nato, “se qualcuno vi dicesse mai di sapere quello che Putin sta pensando, ignoratelo” anche se alcuni scenari militari sono più probabili “se [Putin] vuole effettivamente fare qualcosa invece di rimanere in una posizione coercitiva”.

Su Politico, il generale americano a quattro stelle ha offerto tre scenari per provare a interpretare il senso delle mosse di Putin. Uno contempla l’invasione di parte del territorio della regione orientale del Donbas, dove soldati russi sotto copertura operano da anni, per consolidare il potere sulla regione – e magari, come ha scritto Paolo Alli su Formiche.net, rinsaldare la propria autorità domestica con un’azione militare in politica estera.

Un altro ha a che fare con il testare Biden, vedere fino a dove può spingersi la Russia senza incorrere nella reazione americana. Infine, più pragmaticamente (e più probabilmente, secondo Breedlove) lo zar ha in mente un piano per assicurarsi il rifornimento idrico della Crimea. L’acqua fresca scarseggia nella penisola da quando Kiev, in risposta all’annessione, ha interrotto il corso del canale principale di rifornimento. È probabile, dunque, che Putin voglia creare un ponte di collegamento tra la Russia e la Crimea, passando, appunto, nella regione del Donbas.

“La priorità per l’Occidente è che il cessate il fuoco tenga”, ha detto al Financial Times Tatiana Kastouéva-Jean, esperta di Russia presso il think tank francese Ifri. Secondo lei lo scenario più probabile, assumendo che la guerra su vasta scala possa essere evitata, è lo svilupparsi di uno stallo, un’instabilità permanente attivamente voluta dal Cremlino, simile a quella riscontrabile nella Transnistria della Moldavia, ex stato sovietico. Nelle parole di Alli, un “conflitto congelato”.

Le prossime mosse dello zar Putin getteranno più luce sia sulle sue reali intenzioni che sulla possibile risposta dell’Occidente, la sua reale capacità e volontà di rispondere a un’eventuale aggressione russa nei confronti di un alleato. Si tratta, in fondo, di uno dei tanti fronti aperti tra le due realtà geopolitiche, parimenti a quello che ruota attorno alla figura dell’oppositore russo Alexei Navalny, incarcerato e in gravi condizioni di salute, su cui Usa ed Eu si sono già fatte sentire.

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