Skip to main content

Affidare le decisioni relative all’export di armamenti a un comitato interministeriale darebbe maggiore autorità e autorevolezza a ogni scelta in materia, mettendola al riparto da eventuali intimidazioni e senza eliminare il dibattito politico, sempre legittimo. In più, nel momento di difficoltà pandemica, sosterrebbe un settore strategico per il Paese, per la sua economia e per le sue ambizioni di potenza, quantomeno regionale. Parola di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa e grande conoscitore del comparto. Su queste colonne, il vice presidente dello Iai Michele Nones ha rilanciato l’idea di ripristinare il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), così da avere un sistema “equilibrato” di responsabilità, distribuite fra diversi dicasteri, e piena sintesi politica. Il Comitato è stato introdotto nel 1985 insieme alla nota legge 808 che regola l’export militare, ma poi cancellato otto anni dopo. Da allora, la competenza è esclusiva della Farnesina.

Direttore, che ne pensa dell’idea di riportare in auge il Cisd?

Sono d’accordo. Credo che dovremmo spingere su qualsiasi idea che serva a potenziare l’export della difesa, vecchia o nuova, come la piena attuazione di un verso sistema g2g, gli accordi governo-governo. Si dovrebbe sempre lavorare per supportare l’export miliare.

Perché?

Perché non significare solo vendere prodotti per la difesa, come spesso emerge dall’accezione negativa che purtroppo ne danno ampie parti della politica e della società civile. Significa esportare tecnologia e, soprattutto, influenza lì dove è rilevante. C’è poi la situazione contingente, ovvero la pandemia.

Ci spieghi meglio.

Il Covid-19 ha paralizzato diversi macro-settori dell’economia mondiale, come il turismo e i trasporti internazionali. Nei prossimi anni si venderanno meno aeromobili di linea e navi da crociera. Bene ha fatto Fincantieri a evitare qualunque taglio alle commesse che aveva, ma la situazione pare molto più difficile per il trasporto aereo. Dunque, se vogliamo compensare le perdite in questi settori in termini di tecnologia, ricerca e sviluppo, e posti di lavoro, dobbiamo necessariamente spingere sulla produzione militare, sia sul mercato interno (cioè quello europeo), sia sul mercato estero. Così si salvaguardano tecnologie e posti di lavoro. In caso contrario, è bene notare che non si risparmierebbe una sola vittima di guerra. Si pensi al caso limite di RWM Italia, che non ha più venduto bombe a sauditi ed emiratini; ciò non ha avuto alcune effetto, visto che a questi Paesi sono arrivate bombe da Corea del sud, Brasile, Turchia e altri.

Perché serve un coordinamento interministeriale quando si parla di export della Difesa? Ritiene sbagliato che la responsabilità sia limitata alla sola Farnesina?

Che sia sbagliato lo vediamo dalla cronaca e dalle inchieste della magistratura che coinvolgono funzionari dell’Uama (l’unità del ministero degli Esteri che si occupa delle autorizzazioni sui materiali di armamento, ndr), per cui è difficile non riscontrare un effetto intimidatorio sugli stessi funzionari. Affidare questo tipo di lavoro a un comitato interministeriale darebbe maggiore autorità e autorevolezza a ogni scelta in materia, mettendola al riparto da eventuali intimidazioni e senza eliminare il dibattito politico, sempre legittimo. La gestione dell’export militare coinvolgerebbe direttamente, e senza alibi, i vertici del governo. E poi sarebbe importante perché l’export militare è uno degli assetti strategici con cui si manifesta una nazione.

In che modo?

Beh, non è un caso che le maggiori potenze mondiali abbiano un solido export militare. Senza scomodare i grandi (Stati Uniti, Russia e Cina), è evidente anche per le potenze regionali, le quali si caratterizzano per un maggiore export militare quando cercano di aumentare il proprio peso internazionale. Basta guardare al boom delle esportazioni da parte della Turchia, che coincide con una posizione di maggiore evidenza su diversi scenari, compresi quelli bellici. L’export militare caratterizza la potenza della nazione, e dev’essere dunque di competenza di un organismo di vertice del governo. Ciò vale anche per l’Italia, tra le prime otto potenze mondiali. A meno che il nostro Paese non voglia cedere il posto ad altri.

Dall’Egitto alla Turchia, dagli Emirati all’Arabia Saudita, i casi recenti di dibattito sono numerosi e spesso appaiono molto ideologizzati. Come superare quello che molti descrivono come un gap della “cultura di difesa”?

È difficile. È un gap culturale che deriva dal contesto storico di potenza sconfitta, e dunque dalle limitazioni costituzionali che condividiamo con Germania e Giappone. Non è un caso che anche in questi Paesi si assista a dibattiti duri quanto si parla di export militare. Il Giappone comincia ora a esportare, ma ha già vissuto un profondo confronto interno quando ha superato la quota dell’1% del proprio enorme Pil dedicato alla Difesa. Per quanto riguarda la Germania, parte dei problemi del noto asse franco-tedesco è legata proprio alla diversa concezione di export rispetto alla Francia, che invece utilizza abilmente tale assetto. Sul piano morale, mi sembra opportuno sgomberare il campo da tanti equivoci.

Prego…

Io credo che dietro l’umanitarismo si nascondano spesso interessi ben diversi. Ho il sospetto che, dietro l’attenzione ai diritti umani, qualcuno si preoccupi di sostenere l’industria e il sistema di un Paese straniero. Non capisco perché, ad esempio, l’Italia dovrebbe avere problemi a esportare all’Egitto e non al Qatar o ad altri Paesi del Golfo, che certo non sono esempi di democrazia parlamentare. Con la sola logica dei diritti umani, sarebbero ben pochi i Paesi a cui esportare. Tra l’altro, capovolgendo il punto di osservazione, se chi volesse vendere all’Italia guardasse la posizione del nostro Paese rispetto agli indici internazionali di corruzione o libertà di stampa, dovrebbe forse farci la morale e rinunciare all’ipotetica vendita. Sono paradossi, me ne rendo conto, ma servono a sgombrare il campo da argomenti di poco senso. Si dovrebbero vendere armi ai Paesi che sosteniamo, e non si dovrebbe farlo ai competitor, ai rivali e ai potenziali nemici. Questa è l’unica valutazione che trovo legittima per un Paese che vuole essere potenza di riferimento, almeno nel “Mediterraneo allargato”.

Vorrei tornare al sospetto che dietro il dibattito interno si nascondano interessi di altre potenze. Ha qualche prova?

No, ma un forte sospetto. Non è certo un segreto che l’export italiano possa infastidire altri Paesi. Pensiamo all’Egitto: basta leggere i giornali francesi per rendersi conto del dibattito oltralpe sull’Italia che porta via contratti all’industria nazionale. Siccome tra chi si oppone all’export di armi verso l’Egitto ci sono forze politiche tradizionalmente vicine a Parigi, la cosa mi insospettisce.

È un sospetto piuttosto inquietante…

Sì. Ma d’altra parte l’Italia è piena di filo-americani, filo-francesi, filo-tedeschi, filo-cinesi e filo-russi. C’è invece carenza di filo-italiani. Per questo ho il sospetto che dietro la motivazione umanitaria possano nascondersi interessi diversi, e ritengo che ci debba essere maggiore attenzione. La crisi da Covid-19 non risparmia nessuno. L’industria o sopravvive, o muore. E se muore, può essere facilmente assorbita dall’industria di un altro Paese che è riuscita a sopravvivere grazie agli investimenti del proprio Stato (ricordo che la Francia ha stanziato più di 15 miliardi per il settore aeronautico). Chi sopravviverà avrà la forza di mangiarsi quelli che hanno fatto più fatica. Cerchiamo di essere nel primo gruppo, e di non ascoltare troppo le sirene di chi vuole metterci nel secondo.

Export della Difesa contro le ingerenze straniere. La versione di Gaiani

Sgombrare il campo da argomenti ideologici e riscoprire un dibattito serio sull’export militare. È la proposta di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, che si dice “d’accordo” all’idea di ripristinare il Cisd, comitato interministeriale per le esportazioni della Difesa. Anche perché, ai tempi del Covid, l’industria o sopravvive, o muore; e se muore, viene fagocitata da altri Paesi

Come scongiurare l'incubo delle "tre Libie". Ecco il modello Irini

I suggerimenti da “La politica europea di sicurezza comune e di difesa in Libia”, il webinar organizzato dall’operazione Eunavfor Med – Irini in collaborazione con la Sioi, primo passo della serie di incontri di Shade Med. Presenti il presidente della Sioi, Franco Frattini, il comandante di Irini, Fabio Agostini, il vice capo delegazione Ue in Libia, Nadim Karkutli e il capo missione di Eubam, Natalina Cea

Annalena Baerbock, una nuova era si apre in Germania? Scrive Malgieri

Con la leadership di Annalena Baerbock, il carattere politico dei Verdi tedeschi, è sostanzialmente cambiato, nel senso che esso è diventato, a parte i principii irrinunciabili, incline  alla cultura dell’ “et-et” piuttosto che a quella consunta fondata sull’ “aut-aut”. Nella consapevolezza che soltanto puntando sui grandi temi si possono proporre scenari perfino suggestivi

Superlega? Una pagliacciata. L’affondo di Matarrese

Secondo l’ex presidente di Lega Calcio e Figc, le big si sono spinte troppo oltre. Ora però serve un accordo, perché anche le istituzioni rischiano di perdere credibilità

Dalle riaperture al Def, cosa chiediamo a Draghi. Parla Lucaselli (FdI)

La deputata di Fratelli d’Italia e membro della Commissione Bilancio: dal Def una ventata di realismo che con Conte non c’era, ma sullo scostamento mancano indicazioni chiare. Sbagliato affidarsi solo al Recovery Plan, il futuro non si costruisce con le scommesse. Il Golden power va dosato ma è tempo di proteggere i gioielli di famiglia. Borsa? Draghi poteva fare di più

Startup, la fiducia internazionale segue i partner d’investimento locali

Di Mario Venezia e Daniele De Angelis

Uno dei rami del laboratorio di ricerca Rimoves.com, promosso dal Coris – Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza – ha consentito di sondare l’interesse del mercato estero nei confronti delle startup italiane negli ultimi cinque anni, arrivando alla strutturazione di due database originali, uno dedicato alle operazioni di acquisizione (superiori al 50% delle quote) e l’altro agli investimenti che non prevedono un ingresso significativo nelle startup target. L’analisi di Mario Venezia, docente di economia aziendale presso Sapienza Università di Roma e Daniele De Angelis, dottore in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d’Impresa

Sofagate, un incidente di protocollo (Ue). Parla l'ambasciatore Brunagel

L’ambasciatore Rappresentante del Sovrano Militare Ordine di Malta presso il Consiglio d’Europa, dopo essere stato per un decennio, dal 2004, direttore del Servizio del protocollo del Parlamento Europeo, spiega a Formiche.net che cosa è successo tecnicamente durante l’incontro tra le autorità dell’Ue ed Erdogan in Turchia

Come sostenere la transizione ecologica. Le indicazioni di Pirani

I progetti di riconversione e una strategia mirata in tal senso possono generare in Italia almeno un milione di posti di lavoro, ma bisognerà utilizzare al meglio le risorse rese disponibili dal Next Generation Eu. Il commento di Paolo Pirani

La Superlega tra calcio e miliardi. Ma è colpa degli americani?

L’annuncio della “European Super League” ha scosso il mondo del calcio (e non solo). E se aprire quotidiani e telegiornali con articoli indignati fosse solo l’ennesima conferma dell’antico principio di “panem et circenses” o un uso strumentale dello sport come arma di distrazione di massa? E se l’aspra reazione di leghe nazionali, Uefa e Fifa non fosse in larga parte strumentale, legata soprattutto al desiderio di difendere l’attuale assetto di potere?

Modello Ceca. Il futuro dell’Europa secondo Castaldo e Berti (M5S)

Di Fabio Massimo Castaldo e Francesco Berti

La storia indica la via per l’innovazione istituzionale. Per rilanciare il progetto europeo occorre ripartire dalle fondamenta della sovranazionalità, ovvero la capacità dell’Ue di finanziarsi in maniera autonoma. A settant’anni dalla firma del Trattato di Parigi che ha istituito la Ceca e in vista della Conferenza sul futuro dell’Europa, l’unione fiscale è e resta la cifra dell’unione politica. L’intervento degli esponenti del Movimento 5 Stelle Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo, e Francesco Berti, deputato alla Camera

×

Iscriviti alla newsletter