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Il 29 marzo avrà inizio fra gli Usa e tre Paesi dell’Africa occidentale – Mali, Burkina Faso e Niger – un’attività congiunta volta a coordinare le attività di intelligence, d’investigazione antiterroristica e giudiziarie dei tre Paesi. Essendo il terrorismo transfrontaliero, anche la risposta degli Stati deve essere tale. L’omogeneizzazione delle leggi e delle pratiche di polizia e giudiziarie ne rappresenta uno dei punti centrali. Essa è particolarmente urgente in Stati caratterizzati dall’inefficienza e debolezza dei governi e delle istituzioni. Esse sono spesso tribali ed etniche, divise da antiche e recenti rivalità.

Nel Sahel, il problema è particolarmente grave. In tutta la regione, la popolazione è strettamente connessa con la criminalità (traffici di stupefacenti e di esseri umani, sequestri di persona, ecc.) e quest’ultima con i vari gruppi etnici e tribali, in cui i gruppi jihadisti trovano reclute e sostegno logistico. Difficile è, in particolare, distinguere chi sia un “terrorista armato” e chi no. Spesso, nei vari Paesi del Sahel, terrorista è chiamato chi si oppone ai propri interessi e potere o chi viene considerato un nemico tradizionale, come sono i Tuareg da parte delle altre etnie. La definizione stessa di terrorista è alquanto ambigua: per taluni è un combattente per la libertà e un Robin Hood; per altri un pericoloso criminale. Non può esserci risposta comune al terrorismo senza una chiara definizione di chi debba essere considerato terrorista. L’iniziativa dell’ATA non significa che gli USA intendano disimpegnarsi dal Sahel. Rimarranno gli 800 soldati americani schierati nella regione e in giugno AFRICOM organizzerà la grande esercitazione Africa Lions, che vedrà impegnati 5.000 soldati, in parte provenienti da Gibuti.

Finora, e non solo in Africa Occidentale, la lotta al terrorismo è stata prevalentemente militare. Ne ha combattuto e contenuto i sintomi, più che eliminarne le cause. Ha indubbiamente colpito duramente il terrorismo dei vari gruppi jihadisti operanti nella regione, ma non ha stabilizzato il Paese, malgrado i consistenti aiuti allo sviluppo. Il contro-terrorismo non è stato solo regionale, ma ha coinvolto la comunità internazionale, specie la Francia che ha nelle sue ex-colonie una responsabilità storica e morale. Gli Stati della regione hanno fornito, singolarmente o nell’ambito di istituzioni regionali (AU, ECOWACS, G5-Sahel), la massa delle truppe. Stati esteri hanno dato sostegno operativo (Francia – Operazioni Barkhane e Takuba; e Usa – drones armati a Agadez) e addestrativo e logistico (specie Europa – EUTM, ma anche Cina). Se le operazioni delle forze internazionali sono state “chirurgiche”, volte a ridurre i danni collaterali, cioè le perdite fra la popolazione, gli interventi militari africani sono stati generalmente brutali. Essi hanno alimentato guerriglia e terrorismo, anziché eliminarli. Ha contribuito al riguardo la diffusione dello Jihadismo in Libia, dopo la sua sconfitta in Medio Oriente. Anche il controterrorismo semi-soft o, mirato, delle forze occidentali ha avuto i suoi limiti, non solo per la resilienza dei vari gruppi terroristici, ma anche per la pretesa di contrastare i traffici illeciti e, soprattutto, l’immigrazione a cui sono legate in misura crescente le economie locali.

La comunità internazionale, dalla Francia agli Usa, ha espresso l’intenzione di ridurre progressivamente la sua presenza nel Sahel, prendendo atto del fallimento degli sforzi fatti per stabilizzare la regione. Per proteggere l’Europa dal contagio terroristico dal Sahel punta sul rafforzamento degli Stati dell’Africa settentrionale. Per i traffici illeciti e l’immigrazione, pensa sempre più che gli Stati esposti debbano cavarsela da soli, anche se saranno aumentati i fondi per lo sviluppo per fronteggiare le ondate migratorie conseguenti alla progressiva desertificazione dell’Africa sub-Sahariana.

L’iniziativa dell’Ata (Anti – Terrorism Assistance Promotion Program), Agenzia del Dipartimento di Stato americano, da cui si è preso spunto per questo articolo, rientra in tale tendenza di smilitarizzare, almeno parzialmente, l’antiterrorismo nel Sahel. L’ATA l’aveva già sperimentata, peraltro con esiti alquanto incerti, in taluni paesi dell’Africa Orientale. In primo luogo, mira a definire unitariamente chi sia un terrorista. Poi, a porre le basi per un’omogeneizzazione della normativa e delle strutture investigative e giudiziarie per realizzarlo. Infine, per stabilire norme e procedure per il coordinamento regionale dell’intero settore.

Gli Usa sono persuasi che il loro miglioramento faciliterà la lotta al terrorismo, colpendone le cause e non solo i sintomi, e che sarà fondamentale anche per lo sviluppo e la stabilizzazione dei vari Stati. Quest’ultima non è conseguibile con sole misure militari. Esse sarebbero necessariamente condotte dalle forze armate e dalle milizie tribali ed etniche locali, dato che nessuno in Occidente è tanto bizzarro da pensare a una ricolonizzazione della regione.

L’iniziativa dell’ATA non consiste in una copertura del disimpegno Usa dall’Africa. Risponde però alle linee guida della politica estera di Biden di abbandonare i miti del regime change e della democratizzazione degli Stati dall’esterno e rivalutare il soft power e la difesa dei diritti umani. Beninteso, richiede che il terrorismo sia contenuto militarmente. Tale politica fa i conti con la dura realtà delle cose, come già avvenuto con il ritorno delle restrizioni all’immigrazione dal Messico.

I drones lanciamissili Usa schierati a Agadez, nel Niger nordoccidentale, continueranno a essere necessari. Senza l’hard power anche il soft power più raffinato si riduce a semplici chiacchiere. Un “vecchio guerriero della guerra fredda”, come Joe Biden, lo sa molto bene.

Così gli Usa puntano all’Africa. La lotta al terrore in Sahel spiegata da Jean

Inizierà il 29 marzo, fra gli Usa e tre Paesi dell’Africa occidentale (Mali, Burkina Faso e Niger), un’attività congiunta volta a coordinare le attività di intelligence, d’investigazione antiterroristica e giudiziarie dei Paesi della zona del Sahel. Ecco in cosa consisterà nell’analisi di Carlo Jean, generale degli Alpini in congedo e presidente del Centro di Geopolitica economica

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