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Un paradosso che ritorna spesso, quello cinese. Il Paese più inquinante del mondo è anche quello che domina il mercato delle tecnologie verdi, dalla componentistica alla tecnologia a monte della catena. Passando, ovviamente per il controllo delle terre rare, in quota Pechino per circa il 70%. In sostanza, oggi la transizione tecnologica passa inevitabilmente per la Cina, sia che si tratti di acquistare un’auto elettrica o di installare un pannello solare. Eppure, in Occidente o meglio, in Europa, cresce la voglia di spezzare questa catena. Di, cioè, considerare certa manifattura cinese utile ma non essenziale.

Nel Vecchio continente il dibattito è più che aperto. Come creare una filiera alternativa e indipendente delle rinnovabili? E come produrre auto elettriche in casa propria, senza essere travolti (per la verità è già successo), da Byd e le sue sorelle? E, comunque, vale la pena compiere tale sforzo? Se lo sono chiesti due esperti come Emmanuel Guerin, della European Climate Foundation e Bernice Lee, consulente speciale presso Chatham House. “All’inizio di quest’anno, l’azienda cinese Catl (batterie, ndr), il più grande produttore al mondo, ha presentato una batteria per veicoli elettrici in grado di offrire una notevole autonomia di 520 chilometri con soli cinque minuti di ricarica”, scrivono i due economisti.

“L’annuncio è arrivato un mese dopo che Byd, il principale costruttore cinese (e ora anche mondiale dopo aver battuto Tesla sulle vendite, ndr) di veicoli elettrici, ha lanciato il proprio sistema di ricarica ultraveloce. Anche nel settore dell’energia solare, i numeri sono sbalorditivi: le aziende cinesi possono ora produrre oltre 1.200 gigawatt di pannelli solari all’anno. Questi successi sono il frutto della corsa globale alle tecnologie verdi, in cui la Cina è ampiamente in testa”. Ora, alcuni inquadrano questo problema come un eccesso di offerta cinese, la cosiddetta overcapacity. Ma l’Occidente ha i suoi scheletri nell’armadio. “Un altro modo di vedere la cosa è che il resto del mondo non sta implementando queste tecnologie con sufficiente rapidità. Mentre il motore della produzione verde cinese gira a pieno regime, altri sono al minimo”.

“In questo contesto, l’Europa si trova di fronte a una scelta strategica. Può rispondere con una politica industriale difensiva: proteggere le catene di approvvigionamento, aumentare i dazi e tentare inutilmente di recuperare terreno. Oppure potrebbe elaborare un’agenda condivisa per la competitività, che consenta all’Europa di utilizzare i suoi punti di forza, regolamentazione, creazione di coalizioni e definizione di norme, per plasmare il contesto di implementazione, definire standard e orientare i quadri di investimento verdi”. Insomma, darsi una svegliata e ridimensionare una volta per tutte la dipendenza dalla Cina. Non tagliare i ponti ma crescere, diventare finalmente adulta.

“L’idea di collaborare su commercio e investimenti puliti non è poi così inverosimile. La transizione climatica è la sfida politica ed economica fondamentale del XXI secolo. E su questo fronte, l’Ue e la Cina sono diventate interdipendenti: se l’Europa frenasse la decarbonizzazione, le risorse cinesi potrebbero rimanere bloccate, mentre la Cina potrebbe subire ritorsioni se si rifiutasse di collaborare o di allinearsi alle norme globali. La domanda ora è se riusciranno a plasmare costruttivamente la loro interdipendenza. La capacità di una cooperazione efficace tra Europa e Cina dipende da diversi fattori. In primo luogo, devono raggiungere un accordo sui requisiti di contenuto locale. L’Ue dovrebbe poi puntare a una produzione nazionale di almeno il 40% di tecnologie verdi entro il 2030, non solo l’assemblaggio a basso costo, ma anche attività a più alto valore aggiunto come la ricerca e lo sviluppo, per creare posti di lavoro e rafforzare la resilienza”, scrivono Lee e Guerin.

Conclusione: se l’Europa vuole davvero diventare indipendente e smetterla di comprare dalla Cina, può e deve mettere paletti precisi ma senza chiudere definitivamente la porta al Dragone. “In definitiva, trovare un modo per collaborare agli sforzi di decarbonizzazione produrrebbe vantaggi economici e geopolitici per entrambe le parti. La collaborazione con la Cina rafforzerebbe la resilienza dell’Ue, rafforzerebbe il suo settore industriale e consoliderebbe il blocco europeo come leader nelle tecnologie pulite”.

Auto elettriche e pannelli, la via europea per non morire di Cina

La manifattura cinese a basso costo sta fagocitando quel che rimane della transizione europea, a cominciare dal fotovoltaico per arrivare alle auto verdi. Ma se il Vecchio continente vuole darsi una speranza di sopravvivenza deve imbrigliare il Dragone, ridimensionandone il peso, senza però tagliare definitivamente i ponti. Cosa che peraltro l’Europa non può permettersi. Ecco cosa scrivono Emmanuel Guerin, della European Climate Foundation e Bernice Lee, consulente speciale presso Chatham House

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