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Il governo di Giorgia Meloni era andato al potere con la grande ambizione di mediare tra le crescenti differenze transatlantiche di Europa e Usa. Ma ciò poteva funzionare solo se fosse riuscita ad avvicinare progressivamente Ue e Usa.

A un anno dall’inizio della presidenza di Donald Trump però la distanza è aumentata, e lei si ritrova sempre più in difficoltà, in un letto di Procuste, tirata da una parte all’altra, senza capacità di influire sull’uno o sull’altro. La conferenza stampa di fine anno ne è stata la riprova.

Messa alle strette tra Europa e Usa ha chiamato all’appello il presidente Sergio Mattarella dicendo di Trump in sostanza: è fatto così, glielo dico pure, ma che posso farci?

Dimostra che senza piani, senza idee che abbiano gambe l’Italia può solo illudersi di fare una politica propria tra Usa e Ue.

Nei fatti può solo piegarsi, di volta in volta, al vento dell’uno o dell’altro. E quello europeo oggi è più forte perché, al di là del frequente sciocchezzaio antieuropeo, i soldi del Pnrr hanno sostenuto il paese negli ultimi cinque anni.

La situazione economica quest’anno potrebbe essere infame. Gli aiuti del Pnrr nel 2025 costituivano circa il 3% del Pil e l’Italia è cresciuta di appena lo 0,8%. Cioè senza Pnrr ci sarebbe stato una decrescita del 2,2%. Allora nel 2026, con la fine del Pnrr, il paese potrebbe andare in piena recessione.

Thatcher nel Regno Unito, la dama di ferro che davvero mediava tra Usa ed Europa, aveva uno squadrone con sé, gente che guidò la nazione per decenni.

Lei prendeva decisioni coraggiose, riconquistare le Falkland, combattere i potentissimi sindacati dei minatori, uscire dal serpente monetario europeo. Non così Meloni.

Per lei varrebbe il gioco di parole ironico dei funzionari cinesi, timorosi di scegliere, e quindi di sbagliare, bu zuò bu cuò, che si traduce tipo: il meglio è far niente.

È debole? No, è realista, sa cosa ha dietro e non si muove. Se davvero volesse fare qualcosa dovrebbe dotarsi non di persone di cui “mi posso fidare”, ma gente che sa che fare. Ma di questo finora non c’era urgenza. Da oggi in poi non si sa. Ma qui occorre una breve digressione di contesto.

Durante la Prima Guerra Fredda l’Italia era terra di confine, e quindi diventò campo di battaglia. Per circa 30 anni fu spazio attaccato da almeno quattro terrorismi: il rosso, il nero, il mafioso e il palestinese. Servizi pilotati dall’Urss e organizzati da paesi suoi alleati tentarono di sobillare lo stato.

Le istituzioni ressero senza far cadere il paese in una rivoluzione o un colpo di stato.
Per questo ci fu una classe dirigente straordinaria, aiutata da tanti alleati, tutti interessati e attivi per evitare il crollo di questo confine e l’inizio di un pericoloso effetto domino. Adesso non c’è più quella attenzione internazionale.

Per oltre 30 anni ogni pericolo era svanito all’orizzonte e il paese è andato progressivamente in vacanza mentale. Oggi di nuovo c’è aria di guerra fredda ma il contesto è diverso. Lo spazio conteso è l’Asia, non più l’Europa come un tempo.

L’Italia non è più confine, quindi nemmeno campo di battaglia. Perciò quello che le succede non è così importante per gli alleati.

Manca pure una pressione esterna al cambiamento, come invece c’era una volta. Le istituzioni e la politica in teoria possono continuare a essere rilassate.

Il che significa che se anche Meloni fa poco, non fa niente. Inoltre, al momento, al suo governo nei fatti non c’è alternativa.

Così può galleggiare in attesa di un miracolo. E se il miracolo non c’è, nessuno strillerà fuori dalla porta… purché non si facciano troppi pasticci. Questo funzionava infatti fin quando c’era il Pnrr.

Se però l’anno prossimo davvero il paese precipita in una recessione allora alcuni conti internazionali potrebbero cambiare. Il rischio a quel punto diventerebbe doppio: 1. l’Europa dovrebbe accollarsi un peso italiano in un momento già di grave sofferenza continentale, 2. Senza soldi non ci sarebbe l’aumento delle spese militari tanto care agli Usa.

Quindi non solo l’Italia non avvicina Usa e Ue ma diventa vaso di coccio tra le due masse continentali. Schiacciarla sarebbe più facile, proprio perché non è geopoliticamente importante come una volta.

In questa situazione i detrattori dicono che Meloni non è brava. Gli altri però sono meglio?
Così se Meloni è sconfitta al referendum della giustizia l’Italia sarà in un vuoto: senza un governo funzionante e senza un’opposizione in grado di prenderne il posto.

Ma se anche vincesse il referendum, non è chiaro se Meloni sarebbe in grado di prendere in mano il paese ed evitare la recessione che avanza e (più difficile) inquadrare il paese nel nuovo orizzonte geopolitico.

Davanti alla prospettiva, pare che il piano di Meloni sia di sciogliere le camere dopo il referendum, qualunque sia il risultato, e andare al voto prima che la recessione cominci a picchiare, prima di una finanziaria lacrime e sangue. Il voto dovrebbe essere assicurato da una nuova legge elettorale confezionata apposta sui desiderata della premier.

Ma al di là delle tattiche, anche con una vittoria in tasca, resta il problema del Paese. La questione è: o qualcuno si attrezza per affrontare la doppia sfida di una economia che stenta e i nuovi orizzonti internazionali, oppure che fare? Aspettarsi un miracolo da Mattarella?

Dall'economia agli esteri. La doppia sfida dell'Italia e il miracolo Mattarella

L’ambizione di Giorgia Meloni di fare da ponte tra Usa e Ue si è scontrata con una realtà opposta: la distanza transatlantica cresce e l’Italia resta senza leve. Senza una strategia autonoma e con la fine del Pnrr alle porte, il Paese rischia la recessione e di diventare un “vaso di coccio” tra potenze. In un contesto geopolitico che non considera più l’Italia centrale, il governo galleggia in assenza di alternative, mentre il nodo vero resta la capacità di attrezzarsi per le nuove sfide economiche e internazionali. La lettura di Sisci 

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