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Nel tormentato mondo siriano ci sono molti conflitti. Si può tentare di vederli insieme, a cominciare ovviamente da quello più evidente, la guerra evitata tra governo centrale e curdi, che governavano fino a pochi giorni prima sulla parte orientale del Paese.

Quando la vittoria del governo centrale di al Sharaa e del suo esercito, oltre a recuperare i territori non curdi e le ricchezze di quel sottosuolo siriano, sembrava destinata ad arrivare alle città curde a ridosso del confine con la Turchia, con il rischio evidente di nuovi efferati massacri, è arrivato l’annuncio dell’accordo sul destino delle truppe e dei territori ancestrali curdi.

Come previsto Damasco ha accettato la partecipazione curda all’esercito nazionale e i curdi hanno accettato di confluirvi, agli ordini del ministero della Difesa di al Sharaa: sebbene privo di dettagli, il nuovo accordo, annunciato il 30 gennaio 2026, ha dunque salvato i curdi, con Damasco che acconsente alla formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Sdf curde, inserite come tali nell’esercito nazionale.

Inoltre, le Sdf manterranno una brigata separata per la città di confine di Kobane, che è stata assediata dalle forze governative siriane per più di una settimana. A loro volta, le forze di sicurezza collegate al ministero dell’Interno entreranno nelle città curde di Al Hasakah e Qamishli. Non conosciamo importanti dettagli, ma risulta che questo è il prodotto di un intervento personale di Trump su al-Sharaa. Se questo accordo, ultimo di una lunga serie di accordi falliti, reggerà si vedrà. Ma che la milizia curda dovesse confluire nell’esercito siriano si era capito da quando al-Sharaa, l’11 novembre scorso, è stato ricevuto alla Casa Bianca ed è entrato nella coalizione internazionale anti-Isis: era chiaro che il lavoro anti-Isis lo avrebbe fatto lui, l’ex jihadista e quindi che il peso tattico dei curdi era svanito. Perso il sostegno americano, l’autogoverno della Siria orientale svaniva.

E così arriviamo al secondo conflitto, quello con i resti dell’Isis. È noto che subito dopo la visita di al-Sharaa a Washington molti prigionieri eccellenti dell’Isis sono stati trasferiti dagli americani in Iraq prima che i curdi perdessero il controllo delle zone dove li detenevano da anni. Sfiducia negli uomini di Damasco? Più probabilmente gli americani sanno che al-Sharaa ha bisogno di tempo per riformare il suo esercito, e probabilmente sapevano anche che nel marasma di un passaggio non concordato di controllo dei campi dove sono detenuti gli ex Isis, sarebbero scattate solidarietà tribali difficilmente controllabili: gli stessi curdi in questi anni di gestione della guerra all’Isis prima e delle prigioni poi le hanno tenute ben presenti, ovviamente. Oltre a questo trasferimento però ci sono state anche fughe, difficile dire quante; alcune fonti indipendenti le riducono sensibilmente rispetto alle stime delle prime ore, ma il fatto rimane.

L’esito politico comunque è che il nuovo soggetto forte è Ankara, grande protettore di al-Sharaa, che dà la “sua” stabilità a tutta l’area, contando anche sull’amicizia del curdo iracheno Barzani, ma non del suo rivale curdo Talabani, “titolare” dell’altro versante di territorio curdo iracheno, quello che confina con l’Iran. Per Ankara ridurre le milizie curde al confine tra Siria e Turchia è essenziale non solo per la “sicurezza”, ma anche per sperare di poter far tornare rapidamente in Siria molti rifugiati siriani. A quel punto un accordo con i curdi di Turchia, tra Erdogan e Ocalan in una Turchia rinnovata potrebbe essere considerato. Erdogan ha bisogno di voti curdi per le prossime elezioni.

L’altro dato politico che emerge è il collasso interno della Siria orientale, l’autonomia guidata dai curdi e nella quale vivevano popolazioni arabe, largamente predominanti nelle città di Raqqa e Deir ez-Zoor. Qui si è visto che il sogno, l’esperimento di un decentramento dal basso e pluralista, era rimasto tale: i curdi delle Sdf erano considerati una forza di occupazione dalla popolazione araba. È la conferma che se si continua a parlare di minoranze etniche o religiose da proteggere, non si fa che avallare l’idea che esista una maggioranza etnica o religiosa, maggioranza non numerica ma politica, di governo, facendo il gioco di forze fondamentaliste, come quelle che sostengono al Sharaa, che governa con un monocolore della maggioranza religiosa siriana, i sunniti.

Ma le guerre siriane non sono finite qui. È di questi giorni l’ufficializzazione di un altro fronte bellico, che può fare molte vittime, complice il temibile generale inverno, quest’anno molto rigido. A scatenare questa guerra è la decisione del governo siriano di aumentare le bollette dell’energia elettrica. C’è già chi la chiama la “shock therapy” neoliberista del governo islamista di al-Sharaa.

Occorre premettere che parliamo di un Paese dove lo stipendio medio di un impiegato raggiunge i 70 dollari mensili, l’elettricità arriva nelle case per due ore al giorno, a Damasco ora il doppio, dopo anni, ma non nell’estesa area metropolitana. Così il governo vuole fare grandi lavori, ricostruire la rete elettrica. Non sorprende che nelle campagne e nelle periferie in questo gelido inverno molti siano tornati a scaldarsi bruciando le immondizie, comprese plastiche e nylon, con ovvi casi di intossicazione. Ma l’entra in vigore delle nuove tariffe ha lasciato molti siriani sgomenti.

A Damasco c’è stata una manifestazione di protesta, dove molti hanno fatto vedere che le loro bollette erano più alte dei loro salari, o delle loro pensioni. Alcuni racconti testimoniano che questa bolletta, per un impiegato che guadagna 70 dollari, è ora di 72 dollari, corrispondendo a un consumo che non prevede l’uso del boiler, solo una minima fruizione televisiva, e tutto questo per le sole due ore in cui la corrente c’è. Il costo unitario è più che quadruplicato, da 0,85 dollari a 4 dollari. E siamo in un Paese dove il 70% della popolazione vive sotto la celebre soglia della povertà, con 17 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti assistenziali per sopravvivere.

La shock therapy seguita da Damasco dà anche un ulteriore colpo a quel che è rimasto in piedi delle industrie agricole e manufatturiere. E molti temono che la liberalizzazione del settore, decisa dal governo, produrrà ulteriori aumenti, finalizzati a finanziare gli investimenti per la costruzione di nuove centrali, a gas o energia solare: ne sono previste otto per un costo complessivo di 7 miliardi di dollari.

E qui torniamo a un aspetto non sottovalutatile della prima guerra, quella con i curdi: le risorse del sottosuolo siriano, gas e petrolio, erano tutte nei territori orientali siriani, quelli governati dai curdi e ora passati sotto il controllo degli uomini di al-Sharaa. La maggioranza della popolazione araba, predominante, si è sentita sollevata, per la durezza dell’egemonia militare curda. Ma non è detto che il sollievo permanga, ora che la shock therapy arriva anche da loro.

Curdi, Isis e shock therapy. I molti conflitti del tormentato mondo siriano

Come previsto, Damasco ha accettato la partecipazione curda all’esercito nazionale e i curdi hanno accettato di confluirvi, agli ordini del ministero della Difesa di al Sharaa. Ma la Siria è ancora in cerca di una stabilità sotto molti aspetti. Riccardo Cristiano nella sua analisi spiega i tre principali conflitti interni che il Paese oggi sta affrontando

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