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Liberali e moderati, antisistema e responsabili, un po’ green e un po’ dem. Quanto regge ancora il bubbone del Movimento Cinque Stelle? Per un po’ regge, dice Stefano Folli, editorialista e notista politico di Repubblica. Perché la realpolitik avrà la meglio, adesso. Ma una strada va presa, prima o poi.

Questa domenica i grand commis ne imboccheranno una. Quella che porta da Roma a Marina di Bibbona, sulla riviera livornese, nella casa di Beppe Grillo. Ammesso che il vertice non salti per la fuga di notizie che ha fatto infuriare il guru e garante, è lì che si decideranno i prossimi passi. Luigi Di Maio, Davide Casaleggio, Roberto Fico, il fu premier Giuseppe Conte, ci saranno tutti. Basterà la rimpatriata?

“Il Movimento è un blocco senza un’identità precisa, stanno cercando di attribuirgliene una – risponde Folli – Di Maio ci sta provando, Grillo rimane su una posizione pragmatica, cioè il sostegno del gruppo parlamentare al governo”. E Conte? Cosa farà il presidente-avvocato fresco di ritorno in cattedra con una lectio magistralis nella sua Firenze? “Lui si posiziona su una linea intermedia. Mira a diventare il punto di riferimento del Movimento, è la figura più popolare, può attrarre consensi e fare da ombrello alla crisi dei Cinque Stelle di fronte all’opinione pubblica”.

Il Movimento ha bisogno di lui e viceversa. E Conte “giocherà” pulito con il successore Mario Draghi, finché gli tornerà utile. “Lo appoggia per ragioni tattiche”. Poi? “Ora non ha grande spazio di manovra, l’alleanza strategica con il Pd è congelata, in attesa che dal Nazareno decidano qualcosa, magari con un congresso. Certo sarà difficile per il Pd riconoscersi nel capo politico di un altro partito”.

Delle due l’una: o Conte è il leader dei M5S, o è il “riferimento dei progressisti” (copyright Zingaretti). Folli non ha dubbi: “Il disegno di un ‘campo progressista’ guidato da Conte era indissolubilmente legato alla stagione di governo appena chiusa. Così come è impostata, quell’alleanza non ha futuro. Deve essere rivista”.

E qui si viene alle dolenti note. Perché di progressista ha poco e niente il manifesto di Di Maio per un Movimento “moderato” e “liberale” confessato a Repubblica, e accolto da un forte brusio delle correnti per quelle parole dal sapore berlusconiano. “Di Maio sta tentando un’operazione diversa, vuole dar voce a un’area centrista, moderata, sa che le prossime elezioni politiche segneranno un ridimensionamento notevole del Movimento – spiega l’editorialista – Conte è affezionato al ruolo di pontiere con il Pd, spera di salvare quella stagione insieme al mito della sua popolarità”.

Poi c’è Grillo, che vuole mettere una mantella verde alla sua creatura e parla a giorni alterni di “transizione green”. Un nodo da sbrigliare a Roma ma anche a Bruxelles. Dove i Verdi europei hanno abbracciato i “ribelli” di Ignazio Corrao e fra gli “ortodossi” rimasti apolidi c’è chi guarda al gruppo dei Socialisti. “Credo che ancora non abbiano deciso cosa fare. Dubito che si possano trasformare in un movimento verde classico. La ragione ambientalista tanto cara ai dissidenti si è persa, il richiamo all’ecologia c’è ancora ma prescinde dall’identità politica che vorranno darsi”.

Se è un azzardo immaginare che fine farà il Movimento, figurarsi indovinare cosa faranno i fuoriusciti guidati da Alessandro Di Battista. Folli è convinto che “nel nostro sistema politico sfilacciato rimane uno spazio per l’antisistema, ma è residuale e difficilmente supera il 5%”. A meno che, riprende, “non vogliano loro aggregarsi intorno alla bandiera di Conte, beneficiando della sua popolarità”.

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