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Non fa l’indovino, ma esprime auspici. Perché il tornante della storia richiede “fermezza”. Molta più di quella dimostrata fino a oggi. Alla vigilia della plenaria del Parlamento europeo, che vedrà l’atteso discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione, il dibattito sul futuro europeo si fa serrato. Gianni Pittella, ex vicepresidente del Parlamento Europeo, mette in guardia dai rischi di un’Europa ripiegata su se stessa e priva di coraggio politico. Su Formiche.net, il politico di lungo corso richiama l’urgenza di scelte nette su politica estera, difesa comune e strumenti economici condivisi.

Pittella, cosa si aspetta dal discorso di Ursula von der Leyen?

Più che aspettarmi, spero che Ursula comprenda fino in fondo la complessità del momento. Ne ha le qualità, ma servono spunti convincenti, non un discorso burocratico. L’Europa deve mostrare fermezza sulle grandi questioni aperte: dalla tragedia di Gaza alla guerra in Ucraina, passando per i dazi e la sovranità digitale. I cittadini chiedono un’Unione capace di decisioni forti, non esitazioni.

Lei parla di limiti evidenti dell’Unione. A cosa si riferisce?

C’è una distanza tra gli scopi nobili dell’Ue e la capacità di realizzarli. Mario Draghi ha ragione: lo scetticismo dei cittadini non nasce dall’idea di Europa, ma dalla sua difficoltà ad attuare concretamente ciò che proclama.

Uno dei nodi riguarda i dazi e i rapporti con Trump e, più in generale, l’alleanza atlantica. Qual è la sua valutazione?

Trump non è un interlocutore ordinario. E sulla base di questa consapevolezza va impostato il rapporto tra Ue e Usa. Il tycoon ama le alzate di testa, cambia posizione in continuazione. L’Europa non può andare con il cappello in mano, è inefficace e poco dignitoso. Dopo aver imposto un 15% di dazi, si è persino intromesso nel potere legislativo europeo in particolare sul versante delle big tech. Serve una postura più ferma. Guardiamo al Canada: ha ottenuto risultati migliori perché ha saputo trattare da pari.

La situazione francese, di grandissima instabilità, preoccupa?

Molto. La Francia è un pilastro dell’integrazione europea, non possiamo augurarci il suo collasso finanziario e politico. Se vincessero i lepenisti, sarebbe un problema enorme per tutta l’Unione. Dobbiamo sperare nella stabilità francese, senza lasciare che prevalga la pancia.

E oltre i confini dell’Ue?

Attenzione massima al Regno Unito. I sondaggi vedono Nigel Farage davanti sia ai laburisti che ai conservatori. L’Uk resta un interlocutore fondamentale e va considerato nell’ottica di una grande alleanza europea.

Che ruolo dovrebbe giocare l’Italia?

L’Italia dovrebbe impegnarsi, assieme a chi ci sta, a chiedere all’Ue una politica estera e di difesa realmente unitaria. I “volenterosi” sono solo un palliativo. Serve una linea chiara dell’Unione, altrimenti restiamo fragili e divisi.

L’agenda politica europea, per fare in modo che l’Unione torni a essere un soggetto competitivo, su quali asset deve puntare?

In primo luogo il finanziamento degli asset pubblici europei: ambiente, difesa, beni comuni. Serve il debito comune, non possiamo più rinviare. Poi il rilancio del processo costituente, anche con chi ci sta: superare il voto all’unanimità, riscrivere i trattati, puntare sulla difesa comune. Infine, il capitolo sociale: senza una vera politica europea per il lavoro, la lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni, l’Europa rischia di ridursi a un grande mercato senz’anima.

L'Ue smetta di andare col cappello in mano. Gli auspici di Pittella sulla plenaria di Strasburgo

Sono tanti i segnali, anche autorevoli, che indicano come il tempo dell’Europa inerme e indolente debba finire con grande urgenza. Piuttosto, occorre concentrarsi sui dossier strategici facendo in modo di elaborare politiche di difesa comune efficaci, superando i veti e lavorando per una maggiore integrazione. Questo servirà anche a stabilire un rapporto più saldo con l’alleato transatlantico. Preoccupa la situazione francese. Colloquio con l’ex vicepresidente del Parlamento Europeo, Gianni Pittella

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