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Militarmente sbilanciato sull’America latina, Donald Trump continua ad assistere, senza potere intervenire efficacemente, alla macelleria iraniana di decine di migliaia di studenti e di cittadini che protestano contro il regime degli ayatollah. Una tragedia infinita che ha trasformato l’Iran in un immenso campo di sterminio a cielo aperto. Ed è l’immagine riflessa del colossale ingorgo di iniziative planetarie del tycoon: i dazi, Gaza, Ucraina, Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, attacchi fratricidi ad Europa, Nato e Canada, licenziamento su due piedi di procuratori e alti funzionari statali, Guardia Nazionale nelle metropoli americane, caccia ai clandestini, contro attacco ai democratici e posizione equivoca nel caso del pedofilo Epstein e da penultima la delirante messa in stato d’accusa del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, sono soltanto alcune delle quotidiane mattane scatenate da Trump.

Un risiko di sfide e di interventi contraddittori, interni ed internazionali, che sta destabilizzando il ruolo cardine degli Stati Uniti fra i paesi occidentali e spingendo al limite del collasso l’economia americana. In particolare una convulsa nebulosa di crisi militari impossibili da risolvere contemporaneamente, perché, come si sta constatando sulla pelle del popolo iraniano, neanche la superpotenza militare Usa può fronteggiare simultaneamente tante emergenze critiche. A meno di non rischiare un disastro come quello del fallito tentativo nel 1980 da parte del presidente Jimmy Carter di liberare i diplomatici americani tenuti in ostaggio a Teheran. Un fallimento, con 8 soldati americani morti nel deserto iraniano, che costò a Carter la rielezione.

Sul delicato scacchiere dell’economia mondiale l’imprevedibile tsunami del secondo mandato del 47° Presidente degli Stati Uniti sta provocando quello che il Financial Times sintetizza con il titolo: “Trump sta facendo innamorare il mondo della Cina”. Dazi, frizzi e lazzi del tycoon, evidenzia il quotidiano economico britannico, spingono i leader e le economie occidentali alla corte di Xi Jinping, di gran lunga il più saggio e astuto per biografia e esperienza politica, fra i vertici della cosiddetta trinità delle superpotenze.

Dopo il presidente francese Macron, la presidente della Commissione Europea von der Leyen, il Premier inglese Starmer, il Cancelliere tedesco Merz e perfino l’ex arcinemico cinese, il presidente della Corea del Sud Lee Jae Myung, si è recato a Pechino anche il Premier canadese Mark Carney.
“I rapporti con la Cina sono più prevedibili di quelli con gli Usa” ha affermato il Primo ministro canadese, reduce dagli scontri verbali con Trump, annunciando l’import fino a 49.000 veicoli elettrici cinesi a tariffe doganali agevolate del 6,1%. Un’exploit che abolisce il bando imposto dagli Usa sull’import dell’automotive cinese.

E non é tutto: nei quattro giorni di visita in Cina, Carney ha sottolineato che nell’ambito di un accordo che promette molto di più per il Canada, l’obiettivo é quello di far tornare le relazioni bilaterali ai livelli pre-frizioni commerciali avute negli ultimi anni. “I Paesi che un tempo consideravano il successo americano come proprio”, commenta il Financial Times, “ora vedono gli Stati Uniti come un avversario e Pechino come un modello”. Economicamente, per la Casa Bianca l’accordo, definito storico, fra Canada e Cina per eliminare le barriere commerciali e ridurre i dazi, rappresenta un duro colpo, ma non l’unico. “Il mondo”, conclude il Financial Times, “non é rimasto per niente impressionato dalla furia tariffaria di Trump. Ciò che ha colpito la gente é stato il successo della Cina nel reagire. L’America ha dimostrato una potenza militare sbalorditiva in Venezuela, ma era anche prevedibile. Ciò che la gente ha notato é il fallimento militare della Russia in Ucraina.”

Tutto il contrario della politica di Trump, che continua inspiegabilmente a corteggiare Putin e a maramaldeggiare con i dittatori di paesi corrotti del livello di Maduro, ma tergiversa di fronte all’irriducibile fanatismo dei pasdaran, fidandosi, quel che é peggio, dell’assicurazione di Khamanei di non impiccare più i manifestanti in rivolta. “Tanto non sopravviveranno alle torture”, é il retropensiero che si legge nel ghigno del sanguinario ayatollah.

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