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Via dalla Cina, perché di troppa concorrenza si muore. Specialmente se non si gioca ad armi pari. E poi c’è sempre Donald Trump a dare l’ultima spintarella. General Motors, uno dei principali costruttori del mondo, ha deciso che non vale più la pena mantenere parte delle proprie linee produttive nel Dragone. Tanto da disimpegnare la produzione di un veicolo strategico quale il suv Buick, in favore del Kansas, uno dei polmoni industriali americani. La casa automobilistica di Detroit ha chiarito che il veicolo di nuova generazione dovrebbe essere prodotto presso lo stabilimento di Fairfax Assembly della casa automobilistica a Kansas City, a partire dal 2028.

Ci sono due ragioni a monte di una simile decisione, una più politica e una più industriale. Per quanto riguarda la prima, non è certo un mistero che Trump abbia da tempo messo sotto pressione i costruttori americani, affinché la produzione venga trasferita in loco. La scelta di General Motors poi è suo modo rivelatoria. Il nuovo corso industriale americano, infatti, è ormai abbastanza chiaro: la Cina deve avere meno punti di contatto possibili con la manifattura statunitense. Una filosofia che si propaga anche ai Paesi alleati.

Lo dimostra, in modo abbastanza eloquente, il caso Pirelli. Mancano ancora poche settimane all’entrata in vigore del divieto che impedirà ai produttori di auto di utilizzare tecnologia di società controllate da azionisti cinesi e russi. E il gruppo dei pneumatici italiano, purtroppo, ad oggi rientra nella lista. Pirelli, infatti, utilizza il sistema Cyber Tyre, che costituisce la tecnologia leader dell’azienda ed è centrale per i suoi piani di crescita negli Stati Uniti, che da soli valgono un quinto dei ricavi di Pirelli, e nel resto del mondo. Se Sinochem, il colosso della chimica cinese che oggi ha il 34% della Bicocca, non dovesse farsi da parte, a Pirelli verrebbero nei fatti tagliate le gambe. Per fortuna governo e azionisti sono al lavoro, per spingere Sinochem alla diluizione, sotto il 10%.

Attenzione, fin qui le forze fuori dalla Cina. Poi ci sono i guai in casa. Questo giornale ha raccontato in tempi non sospetti come la gestione dei sussidi statali all’industria dell’auto cinese abbia, di fatto, provocato il caos in Cina, con mostruose distorsioni del mercato. Un problema di cui si era accorta la stessa General Motors, mesi fa. Mary Barra, amministratrice delegata di General Motors, non aveva voluto usare mezzi termini: il mercato cinese delle auto elettriche sta vivendo una situazione insostenibile.

Con oltre cento marchi in competizione e una guerra dei prezzi ormai fuori controllo, la manager americana aveva, lo scorso autunno, messo in discussione la tenuta economica del settore e, soprattutto, il ruolo dei sussidi governativi che da anni sostengono i costruttori locali. Barra aveva spiegato come la Cina, un tempo terreno fertile per i marchi occidentali, si sia trasformata in un mercato ostile, ipersaturo e dominato da produttori domestici. La concorrenza interna, spinta anche dai generosi aiuti statali, sta infatti costringendo molte aziende a vendere in perdita, esportando in altri Paesi prodotti già fortemente sovvenzionati. I nodi, però, ora sono venuti al pettine.

Cosa c'è dietro l'addio di General Motors alla Cina

Il costruttore americano ha spostato parte della produzione dal Dragone al Kansas, essenzialmente per due motivi. Primo, le pressioni della Casa Bianca sulle case automobilistiche e, secondo, il caos tutto cinese sui sussidi alle auto elettriche che ha reso la permanenza in Cina quasi impossibile. Il richiamo al caso Pirelli

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