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A inizio mese, una ventina di esperti delle Nazioni Unite ha chiesto a 57 Paesi, tra cui la Francia, Spagna, Germania, Cina, Russia e Stati Uniti, di rimpatriare le donne e i bambini che vivono ancora in campi di rifugiati come Al Hol e Roj, al nordest della Siria. Nella missiva inviata ai governi di questi Paesi, gli esperti criticano che siano state presentate come scuse la mancata sicurezza e la crisi sanitaria.

“Non sono campi di rifugiati, sono centri dove la gente è detenuta senza libertà di uscire – ha spiegato in una conferenza stampa Fionnuala Ní Aoláin, relatrice delle Nazioni Unite per i diritti umani e la lotta anti-terrorismo -. Le condizioni inumane in cui vivono possono paragonarsi a quelle di Guantanámo”. In questi campi, circa l’80% dei residenti sono donne e bambini. Quasi nessuno è stato processato.

Sebbene alcuni Paesi abbiano avanzato sforzi per risolvere la situazione, l’elenco di questi Paesi ben potrebbe chiamarsi “una lista della vergogna”, secondo Ní Aoláin, per la mancanza di volontà politica nei confronti dei connazionali che lì si trovano.

La relatrice ha aggiunto che molti governi sostengono che in molti casi si tratta di persone legate allo Stato Islamico (Isis). Tuttavia, “nel caso dei bambini, sono condannati solo per la loro appartenenza a una famiglia”. La Francia, infatti, ha accettato di rimpatriare i bambini, dando la priorità agli orfani e ai bambini fragili le cui madri accettano di lasciarli andare. Ad oggi sono stati riportati a casa 35 bambini.

Una soluzione? “Se ci sono sospetti di reati, i Paesi possono processare i rimpatriati”, ha aggiunto Ní Aoláin. Ma per il governo francese gli adulti che si sono arruolati all’Isis dovrebbero essere processati nei territori dove hanno commesso i loro crimini, cioè in Siria e in Iraq. Molti uomini sono stati processati e condannati, ma nel caso delle donne la vicenda è più complessa perché non sono chiari i loro reati e l’amministrazione curda che le mantiene in stato di detenzione non è riconosciuta a livello internazionale.

Russia, Uzbekistan e Kazakistan hanno rimpatriato più di 100 dei loro cittadini, “molti di più delle nazioni occidentali, dove l’opinione pubblica è fermamente contraria a portare a casa coloro che sono partiti per combattere con l’Isis”, si legge sul New York Times.

Le donne francesi che si erano arruolate nell’organizzazione terroristica e che si trovano in questi campi di detenzioni hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame per fare pressione sul governo di Emmanuel Macron affinché acceleri il rimpatrio.  Con loro ci sono circa 200 bambini detenuti dalle forze curde da almeno due anni.

Circa 60.000 parenti di combattenti dell’Isis sono stati reclusi nei campi di detenzione gestiti dalle forze curde nel nord-est della Siria. “La Francia, insieme ad altre nazioni occidentali che hanno cittadini detenuti in questi campi, ha respinto le richieste di famiglie e associazioni per i diritti umani di rimpatriare i suoi cittadini e ha riportato indietro solo una manciata di bambini – ricorda il New York Times – […] Ma lo sciopero della fame, insieme alle recenti iniziative dei legislatori e dei cittadini francesi, potrebbe aumentare la pressione sul governo affinché agisca di fronte a una situazione che sta peggiorando di giorno in giorno”.

La protesta delle donne europee partite per unirsi all'Isis e ora recluse in Siria

Nei centri di detenzione Al Hol e Roj, al nordest della Siria, l’80% sono donne e bambini, molti dei quali di cittadinanza francese e di altri paesi europei. Vivono in condizioni degradanti e in attesa di processo. In Francia, dove l’opinione pubblica è molto dura nei loro confronti dopo gli attentati terroristici, il governo propone di processarli nei territori dove hanno commesso i reati. Lo sciopero della fame e la richiesta degli esperti delle Nazioni Unite

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